Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

venerdì 7 giugno 2019

Ibis

di Oscar Dante

Passare, attraversare le vite degli altri,
senza averne una propria.
Entrare piano dentro il luogo sconosciuto
nel rigoglio degli incanti delle sue braccia avvolgenti
e lasciarsi possedere dal suono dell’uccello sacro
che in esso vive tramortito dallo spavento dell’angosciosa sofferenza
consapevole di dover partire.
Incapace di scegliere la fonte a cui attingere è
costretto nel calore soffocante della terra da cui proviene
venerato come un dio nel silenzio disabitato del suo corpo.
Passare, attraversare le vite degli altri
e per un momento guardare la necropoli avidamente custodita
rimpicciolirsi dall’alto.

domenica 24 aprile 2011

Vivi modestamente

di Ezechiele Lupo

Sulle scale ho pensato
che almeno una volta io ho provato,
che almeno una volta sono stato così
Mentre tu mai

Che almeno una volta, tante volte,
ho paralizzato la pancia
Immaginandomi la tua, sempre tesa e contratta
Ma la tua veramente era serena

Ho pensato che, va bene, non sei nulla
Ma sei un nulla molto concentrato
E questo è un pregio
Degno d’interesse più del nulla diluito tutt’intorno

Ho immaginato i tuoi occhi guardare a ovest
Cercare di svegliarsi dal mio sonno
Perché tu sei senza sonno e vivi modestamente
La tua felicità

E invece io, (tu e io, ecco che il poeta si rivolge al lettore)
Io mi fisso, inoculo una specie di sproporzione
O leggo semplicemente
Ricorrendo a tutto ciò che di speciale c’è

Sulle scale ho pensato che non mi senti
Ed è molto inutile che parlo
Piccolo concentrato di vita e di nulla.

lunedì 4 aprile 2011

Fine dell'antipasto

di Ezechiele Lupo

E quando non sarai più chiusa nella tua scatoletta,
piccola sardina senza spine?
Ritroverai anche sott’olio,
facilmente la strada del mare?

Compressa come sei tra le amiche
Fianco a fianco piccola sardina
Appiccicata nel sonno occidentale
Strappata sempre troppo tardi alla madre.

Troverai un posto per te?
O finirai in una torta salata?
In un’insalata?
Fa davvero paura lasciare la latta.

Ma tu, piccola sardina, di che sai?
Qual è il gusto che hai deciso di essere?
Forse troppo male non sarai.

Dove sarai quando i rebbi ti caveranno fuori?
Sei nata in scatola, già morta.
Risorgere dall’iper-vita, verso la vita.

lunedì 21 marzo 2011

Aggettivazioni

di Nepomuceno Sadda

"Pallido sole di marzo,
Pallido il mio viso,
Sola davanti al mare,
Eterno mare ..."

Così la tua poesia principiava
E finiva peggio
Decisamente peggio.
Ma ti dissi,
Mendace,
Che la trovavo bella.
- Con gli anni ho migliorato l'aggettivazione -

Ti amavo a quel tempo,
E avrei trovato bella
Anche una tua flatulenza.
Quantomeno degna
D'attenzione critica.

Com'è strano vederti oggi
Come cosa aliena e indifferente.
Com'è strano saperti oggi
Così inutile al mondo ed alla mia vita.*

* verso semiplagiato

sabato 12 febbraio 2011

Commiato

di R. Castoro

Ecco il treno dell’alba
E’ il momento di fermare il nostro tempo
Dominato da uno spazio troppo immenso
Per due corpi soli
Qual è stato il tuo merito?
Misurare la distanza fra me e la bellezza
Una fessura dove passa l’universo
Ogni pianeta in granelli di sabbia
Galassie di vento
La bellezza scivola come acqua fra le mani
Precipita obbedendo alla gravità
In fondo sempre più in fondo
Tutto il suo deposito
E’ fluidodinamica pura
In libera caduta

mercoledì 2 febbraio 2011

E-Mails

di Massimo Giardina

Adesso lo so, ma ne ero certo, le mie e-mail non le sono mai arrivate. Sono di nuovo tutte qui, nella memoria, nei miei cassetti, perchè lei non le leggesse e io gliene parlassi…
La prima Mail era il paesaggio, lo sfondo, descritto da un qualunque punto di vista: “…Stamattina il cielo è coperto, fino a qualche ora fa pioveva insistentemente, ora la strada è bagnata ai margini e visti da casa mia i palazzi hanno l’altezza dei monumenti. Due piani più sotto un mio amico sta osservando le stesse cose: le macchine che passano, i lampioni che saltano e i cancelli che c’hanno inghiottito, nelle carceri e le fabbriche dell’ozio”.
La seconda Mail era nel freddo, sepolta dalla neve, tanto che mi costrinse a coprirmi meglio: “…Il mio cuore è il tuo cuore e le mie tempie sono il tuo tempio. Ti ho sposata come volevi, tra lamenti e sciagure. Il giardino della chiesa era addobbato a lutto, mi hai portato all’altare truccato di spine, vestito di piume, perchè fossi per la vita, il più affascinante degl’insonni che dormono senza sonno”.
La terza Mail era all’essenza, mi rivelava, così com’ero in quel momento: “…Amore mio, il passato preme, grava sul presente che simula se stesso. Avatar dio sumero, mi ha innalzato alla perfezione: sarà sempre come vorrò che sia, sempre come non vorrò che non sia. Resterò piegato su di me, sarò stupendo, estetico. Mi spaccherò dentro, per lasciarti fuori”.
La quarta Mail era intuizioni, m’invitava a superarmi e a liberarmi: “…E’ già da un pezzo che tengo sotto tiro l’alcolista, ma preferisco non ucciderlo ancora, solo ieri ho fatto fuori l’introverso e il comunista. Quindi non gli sparerò finchè tu non verrai, finchè non mi dirai che non è necessario che io ritorni. Lo sai benissimo che è colpa mia se non ha più senso, se non c’è letteratura, se ho un cancro nei ricordi e se del tempo che stiamo vivendo, non se n’era ancora sentito parlare”.
La quinta Mail era il coraggio, rese da lì in poi intenso ogni mio gesto: “…Vedi? Non mi curo più di me, non ho paura dei divieti. Ora posso seguirti ovunque, descriverti come vecchia e bambina, trapassarti nei pensieri. Posso leggerti e impararne, parlarti di nostro figlio ancor prima che nasca, strappartelo dal seno inevitabilmente, per farne un bastardo di due madri”.
La sesta Mail era appunti sparsi, che confluirono nella mia poesia più grande: “…Stanotte il parcheggio della discoteca è affollato di carovane, i ragazzi e le ragazze indossano abiti dimessi. Si comincia a ballare già prima dell’ingresso, la musica house ha tempi folk e ogni compagnia è come un’egira di profeti. Manchi solo tu stanotte, perchè hai deciso di non venire, perchè continui a rimanere da sola in casa?”.
La settima Mail era negli archivi del tribunale, era la mia condanna in atti: “…Per non essere stato capace di amarti, per averti lasciata in compagnia del tuo nemico, per aver permesso che t’incrociasse al muro, per non averti soccorsa dalla noia e per non aver asciugato il sudore che ti scendeva dalla fronte. Io mi condanno alla disperazione e alla solitudine, a una faccia triste e offesa e a pallide e insignificanti poesie”.
L’ottava Mail era durante la guerra, quando a un tratto sospesero i bombardamenti: “…Carissima, qui è ormai primavera. A casa mia mancano soffitto e pavimento, non resistono che le pareti. Mi ha scritto quel mio amico del quale ti avevo parlato, lui è sempre più convinto che non sia poi così necessaria una risoluzione del conflitto. Due piani più sotto le cose non gli vanno malissimo: nel suo computer non ci sono virus, il televisore è funzionante e la radio manda ancora la sua musica preferita. Da te invece continuo a non ricevere notizie, spero solo che tu stia bene e che fuori di te siano ancora in grado di mantenere la pace”.
La nona Mail era la sintesi, l’ennesimo confronto, con lei e con la prepotenza della realtà: “…Vorrei ridere, dimenticarti, ma non ci riesco. Ultimamente credo di aver capito alcune verità fondamentali: l’umanità è matematiche scomposte, ho letto pochissima narrativa moderna, a un sorriso corrisponde un sorriso, lo schiavo pasce il padrone e il padrone vola, privo di gravità nella storia, neutro e assente nel tempo”.
La decima Mail era l’ultima e l’ultima Mail era la sua ultima parte: “…E poi a questo punto sono riuscito a smettere con molte cose: ho smesso di tirare la gonna a mia madre e ho smesso di farmi pestare da mio padre, ho smesso di sollevare il braccio sinistro con il pugno chiuso e quello destro con la mano aperta, ho smesso di bere e ho smesso di mangiare, ho smesso d’essere il migliore e ho smesso d’essere il peggiore.
Quindi non mi sarà difficile smettere di scriverti, non mi sarà difficile smettere di scriv...

martedì 18 gennaio 2011

Il dottore - ultima parte

di Norberto Giffuri

Il ragazzo asiatico sbuca da una porta laterale ed annuncia che la signora è rientrata. Il dottore ripete la frase: “la signola è lientlata”. Poi allontana il ragazzo con un cenno brusco della mano.


La signora compare nell'andito. Non dimostra più di venticinque anni. Ha un viso piccolo con zigomi ben delineati, capelli lunghi castani, corpo filiforme da modella. Indossa un trench color crema, pantaloni bianchi attillati e stivali marroni al ginocchio. Saluta il dottore senza avvicinarsi poi sale le scale. Il dottore non risponde al saluto e seguita a fumare.
D'un tratto si alza e con passo svelto imbocca le scale. Dal piano superiore giungono smorzate parole d'astio, frasi pronunciate con livore. La voce potente del dottore suona come un contrappunto di fagotto alla cantilena acuta della signora. Passano almeno dieci minuti. Una porta sbatte, il dottore riappare sulle scale. Torna nello studio, accende un'altra sigaretta. Fuma in modo nervoso, aspirando di frequente. Dunque si alza, esce dalla stanza. Poco dopo vedo una Porsche attraversare il viale alzando polvere e ghiaia. La Porsche inforca il cancello e scompare nella nebbia.

Sono solo. La casa è silenziosa.

Mi avvicino alla scrivania dello studio. Il monitor mostra il browser aperto su facebook, alla pagina personale del dottore. Il dottore è salutato da molte donne e da due ragazzi abbronzati che gli ricordano il weekend a Boston con frequenti doppi sensi. Sulla scrivania, oltre all'Observer, trovano posto due penne stilografiche, un pacchetto di gomme da masticare alla cannella, un fermacarte di bronzo, una cartolina dall'Egitto, una chiavetta usb a forma di teschio, una confezione di post-it, il trattato l'Arte della Guerra di Sun Tzu in edizione tascabile, un'agenda moleskine rossa, un cd musicale di Zucchero, la matrice di un biglietto aereo Rimini-Kiev, uno scontrino fiscale di un bar di Rimini e un album fotografico.
Apro l'album. Nella prima pagina c'è una foto della signora sorridente davanti ad una fontana collocata nel parco di una villa neoclassica. C'è un post-it a fianco che recita: “Bella sì. ma sorriso falso.” Nella seconda pagina la signora è a cavallo, un uomo inquadrato di spalle, a terra, tiene le redini con la mano destra e il muso del cavallo con la sinistra. Post-it: “Te lo sei scopato? Non hai imparato ad andare a cavallo ma ad andare col cavaliere? Troia.”. Pagina tre: il dottore e la signora sono abbracciati in una spiaggia di sabbia bianca. È l'ora del tramonto. Candele piantate nella sabbia, protette da gusci di cocco che fungono da paravento, illuminano di una luce calda i loro volti. Il post-it sottolinea: “Quattrocento euro per una serata e nemmeno me l'hai data.”. Quarta fotografia: la signora nuovamente a cavallo. Post-it: “Devi stare più bassa, il cavallo non è il tuo scooter”. Giro pagina. La signora è ritratta nell'atto di piantare un paletto di una tenda da campeggio. Indossa una felpa pesante, pantaloni sintetici e scarpe da ginnastica bianche. “Una sera in tenda e dopo hai voluto il cinque stelle per due settimane: into the wild un bel cazzo.” Sesta foto: un bambino di cinque-sei anni gioca nella terra fresca con una paletta. Commento: “Se fosse stato nostro figlio avrebbe il set da giardinaggio di Prada, no?”.
Settima fotografia: una casa di mare dalle pareti bianche e persiane azzurre nell'ora del tramonto. Sotto la foto una didascalia “Tu non ricordi la casa di questa mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.” A margine, sul post-it “Sì che la ricordo. Tu resti, io vado. Ciao.”

Chiudo l'album, torno alla mia postazione, sistemo il portatile nella borsa ed esco dalla stanza. Nel cortile incontro il ragazzo asiatico. Appoggiato ad una colonna guarda in lontananza la signora che cavalca nel prato del maneggio. I cappelli della signora, intrecciati in una coda, rimbalzano ritmicamente sulla sua schiena, sincronizzati con il trottare del cavallo. Riferisco al ragazzo che il mio lavoro è terminato e mi interfaccerò la mattina seguente con il tecnico delle luci per assicurarmi che tutto sia pronto per l'evento. Il verbo “interfacciare” non è recepito dal ragazzo. Riformulo la frase spiegando che il test dell'impianto luci ha avuto esito positivo e mi sarà mia personale premura contattare il tecnico di modo che sappia come utilizzare le apparecchiature durante la festa. Il ragazzo annuisce e sorride. Concludo rammaricandomi nell'assenza del dottore, avrei voluto rassicurarlo personalmente. Il ragazzo seguita a sorridere. Saluto e raggiungo la mia auto. Avvio il motore, faccio manovra e staziono davanti al cancello. Il cancello rimane chiuso, trascorrono almeno due minuti. Scendo, premo il tasto del videocitofono collocato sul lato interno. Nessuna risposta. Dopo qualche secondo il cancello si apre. Imbocco la strada provinciale, che conduce dritta nella nebbia.
La signora cavalca ancora, nel centro del prato verde.

(fine)

lunedì 17 gennaio 2011

Il dottore - seconda parte

di Norberto Giffuri

Lui siede in quello che appare come uno studio, su una poltrona di pelle. Lo studio è ricavato nell'angolo di un salone luminoso, dal soffitto alto. Lo vedo armeggiare attorno al pc, leggere e scarabocchiare delle carte. Si alza e osserva silenzioso dalla finestra che dà verso il prato del maneggio. Si risiede, muove il mouse avanti e indietro, regolare come un pendolo. Afferra il mouse, soffia in prossimità della rotella di scorrimento. Si alza di nuovo, prende un cacciavite da un cassettone. Smonta il mouse. Ci soffia dentro, tre volte. Rimonta il mouse, lo prova. Ripone il cacciavite nella posizione di partenza. Tamburella sulla tastiera. Prende di nuovo il cacciavite, lo usa per aprire lo sportello delle batterie della tastiera. Esce dalla stanza. Rientra con un paio di pile ministilo in mano. Sostituisce le pile. Tamburella nuovamente sulla tastiera. Appoggia il piede sinistro alla gamba anteriore sinistra della scrivania. Il piede si batte ritmicamente sul legno, un tempo lento, un battito ogni tre secondi. Distoglie l'attenzione dal monitor del pc e sfoglia The Observer per qualche minuto. Non si sofferma su alcuna pagina in particolare. Poi arrotola la rivista e la usa come se fosse un cannocchiale, puntando verso il maneggio. Ridacchia, appoggia The Observer sulla scrivania e prende un panno dal cassettone. Pulisce il monitor, la tastiera, il mouse e un fermacarte di bronzo raffigurante un cavallo. Dunque esce dalla stanza. Rientra con un album fotografico in mano. Scorre pagina dopo pagina, lentamente. La carta velina protettiva fruscia tra le sue dita. Appunta qualcosa su un post-it e lo incolla nell'album. Ripete l'operazione sette volte. Poi torna al pc, il mouse continua il suo moto regolare. Prende un palmare e telefona. Lo sento discutere di un comodino da acquistare per la camera da letto. Dice di riferire all'artista che lo paga giusto quanto vale e di non fare la fighetta. Enfasi sul termine “artista” e su “fighetta”. Riattacca e si siede di fronte alla finestra. Prende un pacchetto di Marlboro dalla tasca dei pantaloni e uno zippo dalla scrivania. Fuma osservando il maneggio. Il palmare squilla, rifiuta la chiamata.

(continua)

domenica 16 gennaio 2011

Il dottore - prima parte

di Norberto Giffuri

La strada procede tagliando le risaie. Sono le due del pomeriggio, di una giornata di tardo autunno. L'orizzonte è precluso da una foschia densa. Non ci sono case intorno, né strumenti umani, né umani. Un filare di pioppi appare dalla nebbia, scorre lento, ai margini del campo visivo.
Le statistiche registrano una media di 107 incidenti automobilistici all'anno, su questa strada provinciale. Qualcuno, di primo acchito, sarebbe portato a ritenerla pericolosa. In realtà 107 incidenti registrati per un percorso totale di 23 chilometri, su un tracciato che presenta insidie quali fossati laterali, illuminazione non sufficiente, strettoie e incroci a raso, rappresentano un dato quasi confortante. Lo scorso anno solo un incidente è risultato mortale. Tutti gli altri si sono risolti senza gravi danni per il conducente e gli eventuali passeggeri dei veicoli. Alcuni hanno perfino risvolti comici e/o scandalistici. Nel febbraio scorso, alle dieci di sera circa, terminò la sua corsa in un fosso una Opel Corsa rossa. A bordo un prete novello e una donna, sposata, di una paese limitrofo (al fosso). Ufficialmente il prete era in visita ad un convento nelle Marche, la donna a lezione di spagnolo. Pochi mesi più tardi, a giugno, fu un carro funebre con salma a tagliare una curva impattando contro un argine terroso. I maligni dissero che un morto del genere era giusto che non ci arrivasse al camposanto, che tanto aveva fatto patire gli altri in terra che lasciarlo sull'argine sarebbe servito a parziale risarcimento.

***

Rallento in prossimità di un ponte, infilo l'auto tra due parapetti di pietra, dolcemente. Dopo il ponte, un bivio: prendo la destra. Ticchetto le dita sul navigatore. Sono a destinazione. Costeggio una siepe che poi s'apre in un cancello marrone di metallo pieno. Scendo, mi annuncio al videocitofono. Sento respirare dall'altro capo ma non segue nessun fonema. Attendo, due minuti circa. Poi il cancello si apre, solennemente. Risalgo in auto, entro e accosto in una piazzola che chiude un viale di ghiaia. Alla mia destra c'è un ampio prato con ostacoli, un maneggio. Al momento non vi è nessuna attività equestre in atto. Alla mia sinistra vedo una casa di campagna bianca, dal tetto basso.

Un ragazzo del sud est asiatico esce da una porta a vetri e dice che il dottore mi aspetta. Entro nella casa bianca. Il dottore, effettivamente, mi aspetta. Il dottore avrà trentacinque anni, è abbronzato, porta i capelli lunghi raccolti in una coda, indossa una camicia nera, pantaloni bianchi attillati e stivaletti beige. Mi chiede se sono l'ingegnere, gli dico che lo sono. Mi chiede se riuscirò a far sì che luci ed immagini siano sincronizzati durante il party e che il party è l'indomani sera – inflessione della voce su “domani”. Rispondo che il mio lavoro è appunto questo. Dunque lavoro.

(continua)

domenica 26 dicembre 2010

Due libri e un omaggio per il 2011




Ornela Vorpsi - Bevete cacao Van Houten!

di R. Castoro

Bevete cacao Van Houten – scrive Majakovskij – è l’esortazione che urla il condannato sul patibolo della pubblica piazza, prima di essere ucciso. La famosa ditta di cioccolati olandesi aveva comprato l’ultimo desiderio del prigioniero, pagando la sua famiglia in cambio dell’estremo slogan pubblicitario. Ornela Vorpsi ha deciso di titolare così il suo ultimo libro di racconti, recuperando questa storiella dalla memoria delle letture giovanili. E’ bene chiarire che la vita di Ornela Vorpsi entra sempre e prepotentemente nei suoi racconti, lasciando una scia biografica molto nitida. Nata a Tirana, in Albania, è fuggita a 22 anni per studiare all’Accademia di Belle Arti di Milano e infine si è trasferita a Parigi, dove vive. L’italiano è comunque la lingua che usa per scrivere. I suoi racconti sono mondi dipinti realisticamente, episodi di vita definiti dalla bellezza e dalla morte, narrati in tono intimo. Il tema della morte ricorre come paradossale dato di fatto dal quale ogni altro elemento trae valore. La bellezza, quella fisica, giovane e primordiale, scorre sotto ogni storia, a partire dalle mortificazioni che subisce nell’Albania totalitaria e ipocritamente egualitaria, fino all’evanescenza occidentale, dove la bellezza si materializza in forme di plastica. Ma la vera motrice dei protagonisti del libro – Petraq, Gazi, Lucien, Lumturi, Teuta, Arti – è il "desiderare": quella particella fondante di ogni ingegneria del sogno. Un desiderio d’amore descritto tangibilmente, come le figure amorose del discorso di Barthes, per cui le parole si mostrano nella loro forza “ginnica e coreografica”, come “vampate di linguaggio”. E poi c’è un desiderio d’altrove, un occidente gonfio di speranza, dove gli oggetti si slegano dalla loro dimensione fisica per diventare formidabili promesse di felicità. Un posto magico dove esistono: un tè anti-spaesamento, una crema contro le giornate tristi, delle scarpe gialle indecifrabili. Polvere di cacao Van Houten come ultimo desiderio prima di morire.

Ornela Vorpsi, Bevete cacao Van Houten!, Einaudi, 2010, pp. 200, euro 12,50.

* * *

David Foster Wallace - Una cosa divertente che non farò mai più

di Norberto Giffuri

L’opera in questione è una pietra miliarie del gonzo journalism. Per scrupolo di chiarezza: il gonzo journalism è uno stile di scrittura giornalistica dove la soggettività si accompagna alla ricerca del vero. Umoralità e humour, divulgazione e schiettezza: queste le colonne portanti del genere. Cos’è una pietra miliare? Beh, cercatene una lungo l’Aurelia. Una cosa divertente che non farò mai più è il pungente e graffiante resoconto di un viaggio a bordo di una nave da crociera. L’intellettuale impatta come un iceberg sul gigantesco scafo, inforca un paio di Ray-ban e passeggia tra sontuosi e pacchiani saloni, discoteche e palestre vista mare, desiderando nello stesso tempo di essere integrato e invisibile, protagonista e denigratore. Finirà in un profluvio di sarcasmo ed esilaranti battute condite in salsa d’amarezza. La titanica macchina del relax artificiale ha avuto la meglio sull’iceberg saccente?
A voi la sentenza.

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, Roma, 2001, pp. 140,


euro 11.

* * *

Omaggio al futuro lettore di José Saramago

di Ezechiele Lupo

Partite da Tutti i nomi. Conoscerete José Saramago attraverso la pagina fitta e vi abituerete alle virgole precise come cuciture per palloni di cuoio. Poi continuate con Storia dell’assedio di Lisbona, dove l’amore in un “aprile umido” sta in una parola, in una negazione, nell’errore voluto di un povero correttore di bozze, che senza volerlo cambia la storia del passato e del futuro. Convinti che una storia d’amore così in 3000 anni non se l’era inventata ancora nessuno, deglutite intero (in un giornata) Cecità. Il romanzo dell’umano è una commovente prova di devozione verso il genere (romanzo e umanità), dove i personaggi senza nome costruiscono un racconto che è carta moschicida. Dopo breve pausa attaccate Memoriale del convento, stando molto attenti a non innamoravi di Blimunda che Baltasar vi uncina. I periodi lunghissimi, l’andamento ariostesco di questo mise en abîme, resuscitano il romanzo storico con una leggerezza che si bilancia con la mastodontica mole del convento in costruzione. L’anno della morte di Ricardo Reis è per chi ha sempre bisogno di conoscere un autore reale dietro l’autore implicito che si nasconde nella tastiera del narratore. Curioso che un personaggio di Pessoa che incontra il linguaggio di Borges ed esiste riflesso negli occhi degli altri personaggi, confuso nelle scene di massa (insuperabili, perlopiù), rappresenti la più chiara testimonianza della tirannia dell’opinione: l’ideologia di Saramago. La storia di Caino è asciutta e piena di segni. Il racconto biblico diventa sensuale e Dio è alla costante ricerca di un equilibrio. Un dio bipolare, tremendo e ironico per una storia che si ribalta nel finale. Giudicare male Caino è una tentazione fortissima: potete farlo, io non me la sento. L’ultimo vero grande romanzo è Il viaggio dell’elefante. Una storia divertente, leggera e dominata dalla muta figura del pachiderma. Un personaggio dall’enorme personalità che scandisce la marcia di una carovana reale.
E come Caterina d’Austria chiede al marito di non comunicarle mai quando l’elefante morirà, così i lettori di Saramago non sapranno mai se il più grande romanziere degli ultimi cinquant’anni è scomparso davvero.

Tutti i nomi, Einaudi/Feltrinelli, 1997
Storia dell'assedio di Lisbona, Einaudi, 1989
Cecità, Einaudi/Feltrinelli, 1995
Memoriale del convento, Feltrinelli, 1982
L'anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi/Feltrinelli, 1984
Caino, Feltrinelli, 2009
Il viaggio dell'elefante, Einaudi, 2008

mercoledì 15 dicembre 2010

Il tempo che passo con te

di David Aquae

Il tempo che passo con te
È tempo illuminato

Nel volto lontano infondo gli occhi
Sono un vessillo di trasparenza
Ingenuo perdente e penoso discente.

Il tempo che passo con te
È infame raccatto

Dissimulata allegria
Eterna richiesta
Distesa passione.

Il tempo che passo con te
È vergognosa tenerezza

Una vita possibile nel gesto inespresso
Una finta comprensione
Una disponibilità asservita.

Il tempo che passo con te
È sporco, orribile.

Il tempo che passo con te
Non ci merita

Non merita di vederci annaspare
Sgusciare tra le scale che corriamo
Accettare l’incommensurabile e meccanico
Rammarico del tempo che perdiamo.

Il tempo che passo con te
È il bello che ho

Il non-limbo della festa
L’assoluta assenza di scaltrezza
Il puro assaggio della prima volta

Il tempo che passo con te
È poco più della bilionesima parte
Della felicità che vorrei.

martedì 7 dicembre 2010

I gradi di libertà dei canarini

di Norberto Giffuri

“No perché te l'avevo detto io che era un animale noiosissimo...”
“Sì ma ci credevo lo stesso alla faccenda del canarino...”
“Questo perché non mi ascolti mica...comunque questi canarini fanno due movimenti a dir tanto e poi è niente vero che cantano tutto il giorno...se poi lo si può definire canto quel vibrato acutissimo e straziante, un trillo di cellulare perenne da fracassarti i santissimi...”
“Sì ma lei diceva che alla bimba sarebbe piaciuto...”
“Sì ma lei diceva anche che alla piccina le avrebbe garbato suonare il piano e poi vai a scoprire che le era venuta una mezza fobia per i tasti bianchi e neri che poi vedeva tutto manicheo e dicotomico e c'è voluto lo psicologo infantile...”
“Eh già, ma puoi fare a meno di ricordarlo?”
“Ok ma permetti: ti ricordi Saretta che all'università attaccava ancora la chewing gum sotto il banco e poi diceva che roba l'India, che mondo da sogno, che spiritualità...e poi invece finisce a Riccione con un balengo rimorchiato ad una pseudomostra di pseudoarte e poi torna e comunque si laurea e guardacaso in psicologia e toh! Te l'ho servita su un piatto d'argento la verità vera! Ecco! Metà delle psicologhe sono state delle Sarette, forse anche peggio, e te ci mandi la tua amata figlia ad aggiustarsi la crapa...”
“Ok hai sempre ragione tu! Sei un dritto! E quando ti serve sei un rovescio! Detto questo...io dico... ma questo canarino che faccio?”
“Riportalo al negozio.”
“Sì ma considera la situazione: è chiaramente depresso. Sta sempre immobile accucciato sul fondo della gabbia. Se cerchi di toccarlo si scosta garbatamente ma non pare impaurito, anzi...sembra dirti -Prendimi! Facciamola finita con questa farsa! - Ti fissa con quei puntini neri piantati sulla testa mobilissma e stop..ti fissa E BASTA 'STO STRONZO GIALLO...e ti suscita una pietà immensa che diventi tipo Gesù che guarda dalla croce e la misericordia ti brucia nella pancia come una gastrite cronica...”
“...perdona se ti interrompo ma so dove vai a parare: in pratica se tieni il canarino quello ti muore e ci resti di sasso...se lo rispedisci al mittente ti logora il senso di colpa...”
“Sì. Proprio così.”
“...allora io suggerisco di parlarci...chiuditi in una stanza con il depresso giallo e chiarisci...-Che vuoi che faccia? Te ne stai sempre zitto e schiacciato, sei un peso morto, un parassita, o salti e canti oppure ti devo smollare...confidati su! Parla per una buona volta!
“Non credo possa funzionare...”
“Perché, di grazia?”
“Perché lui mi odia e si trincererebbe in un silenzio astioso...”
“Allora non so che aggiungere. La situazione è nera come la pece e ci stai inbrattato fino al collo...”
“Davvero, nada, niente da fare. Mi sa che mollo stavolta, lascio che sia moglie cara a cavarmi d'impiccio. Ah ma sai che posso fare? E se aprissi la gabbia? Se lo lasciassi andare per il mondo? Ti pare una buona idea? ”
“Ma allora sei fesso forte. Quelli tornano subito!”
“Chi?”
“Chi?! I canarini! Se apri la gabbia escono, zampettano, svolazzano tre metri e tornano a casa bella. Son fatti così...ci manca il cibo ci manca....ci manca la comodità di avere uno scemo che gli infilza l'osso di seppia tra le sbarre e gli riempie di mangime il pappatoio...”
“Come la maggiore, Anna!”
“Come sta Anna?”
“Ha sedici anni...e questo dice tutto.”
“Già!”
“A parte questo è una che si impegna, prende bei voti prende...e fa volontariato...”
“Brava la ragazza!”
“Brava sì! Allora sai che ho fatto? Una sera la chiamo e ci dico – Anna, sono orgoglioso di te. Il tuo papà ti regala cento euro e questo weekend fai quello che vuoi capito?! Se vuoi andare alla disco il papà tuo ti viene a prendere! Se vuoi andare in montagna con le amiche non ti dico no stavolta...Ok Annina?
“Un bel gesto, sei generoso tu!”
“Sì ma senti come va a finire...quella che fa? Esce e va da Zara a comprarsi un cappottino nuovo, con le maniche pelosette e quant'altro...poteva andare nello chalet, poteva ballare, poteva fare una festa o chessò...e invece prende va in centro e si prende un altro cappotto che già dieci ce ne ha, dieci!! ...e dico io ma allora tanto meglio il canarino! Tanto meglio il canarino che si comporta uguale, gli apri la gabbia e sta lì come un fesso ma almeno costa cento volte meno!”
“Già, tanto meglio il canarino!”

giovedì 25 novembre 2010

Dal monolocale – terzo movimento

di Norberto Giffuri

Esisto
Auspicando cataclismi, olocausti nucleari
Terremoti geologici e sociali
Come pretesto
Dai quali uscire salvo con medaglie al petto
Donne a braccetto
Lauree honoris causa e gloria in eccesso
Quando in realtà
Ciò che manca per fare incendio del presente
E' il comburente
Lo costanza, la fede, il diletto.

Verrà un giorno di cesura
Nel quale all'orgoglio subentrerà pietà
Ricordate quel tipo di cui parlo Edgar Lee?
Attesero tutti il suo genio, tutta la vita:
Genio non era.
Forse sono quel tipo.
Il mio talento presunto,
Arido, inespresso, pigro
Quanto ancora domanderà persuasione?
Verrà il dominio del condizionale passato:
Avrei potuto, sarei stato.
Ma in che gironi di decadenti ho trovato posto fisso,
Io che anticipo la rovina di una maturità cascante
Quasi a volerla edulcorare
Di modo che venuto il suo tempo
Sia avanzo di una cena scipita
Piuttosto che veleno dopo un lauto pranzo?

E il mio maestro mi posava sulla spalla la mano
Bianca come asfodelo, mano di chi è alieno al lavoro
E sentivo il peso morto
Di tutto il suo decoro.

Domenica,
E nuovamente stempero la serata
Osservando muto dal monolocale al sesto piano
Il che conferisce al mio animo
Un'angoscia tutta verticale.
Negare ogni sicurezza
Per quella strana libertà
Che si prova sui terreni incerti...
...l'alibi, per la caduta eventuale
È tanto importante per la stirpe - la mia -
Di quelli che lasciano il tempo passare
Pensando a come passarlo proficuamente
Una mise en abime
Tutta domenicale.

E il mio maestro mi confidò
Che il sesto piano è un buon partire
Avrei presto ambito
All'ottavo con terrazza
Dunque al decimo attico
Complemento ideale
Di una vita ascensionale.
Accogliere con un celato sussulto gioioso
La comparsa dei ravioli monoporzione
Esaltarsi per un parcheggio libero
Ai margini dell'happy hour
Ancora infangarmi dei vostri discorsi
Grondanti di qualunquismo
Proferiti da smorfie idiote
Di bocche aperte, di sorrisi da uomini arrivati
Bolsi, stereotipati
Anzi fantasmi di stereotipi
Che del modello han ricavato solo la forma evanescente.

Ma io rispondo sempre "Presente!"
Alla ressa dell'ipermercato
Alla tangenziale ferma del venerdì dopolavoro
Al grufolare nelle ceste dei saldi
E non mi accuccio a difesa della mia dignità
Che la dignità è persa al primo Vodka Martini
Di una qualunque di queste sere.

Nasce a volte la voglia di sfidarvi
Con l'isolamento il diniego
Tra quattro pareti intonse sparire
Come un personaggio di Auster
Spopolare il mio intorno con un brusco colpo di mano
Scrivere e respirare, a volte tutte e due insieme
Vivere protetto da voi da un millimetro di neoprene
Esistenziale...e lasciatemi stare.
Ma quale subdolo e ritorto pensiero
M'elegge nell'élite del senso e del gusto?
Uno sgiribizzo dell'anima
Che non resiste allo sfacelo di ogni notte
Che nel trambusto buio
Si svapora tra il cuscino e la mente.
Quest'orgoglio del vivere differente
Amputato ad ogni giro di sonno
Al mattino non resta
Che il torso arcaico di Apollo.

E il mio maestro mi insegnò com'è difficile trovare il pollo dentro nel McChicken.

lunedì 1 novembre 2010

Ritratto del mio cane

di Norberto Giffuri

Premessa: tre anni orsono mi fu chiesto, nell'ambito di un corso universitario che stavo frequentando, di redigere un breve testo descrittivo di un soggetto a piacere. Potete immaginare il mio disappunto di fronte ad un compito che mi pareva maggiormente adatto a studenti delle scuole primarie piuttosto che ad attempati universitari. Nonostante il disagio riuscii a partorire lo scritto che segue. Il docente premiò le due migliori descrizioni con una lettura pubblica davanti alla classe. La mia non fu scelta. Non ne ho mai compreso le ragioni.



Il mio cane.

Il mio cane, uno schnauzer taglia gigante, aveva uno sguardo cattivo sotto la frangetta nera che gli celava perennemente gli occhi. O forse quello sguardo prima indulgente si indemoniava proprio nell'atto di scansare la frangia di pelo. Non indagai mai a fondo la questione. Il mio cane amava trascorrere il suo tempo oziando. Indolente, alieno alla disciplina, rinunciatario, aveva solo due sveglie biologiche: la caccia e il cibo. Durante la notte catturava e uccideva animali di qualsiasi specie rei di aver varcato il suo territorio di competenza. I cadaveri venivano poi occultati in cespugli o sotterrati in luoghi poco accessibili. Quando veniva scoperto in flagranza di reato, il mio cane abbassava colpevolmente le orecchie e la testa e domandava perdono. Aveva una irresistibile capacità di suscitare la misericordia nell'animo. Forse perché nel momento in cui veniva colto in fallo in lui pareva esserci davvero un sincero sentimento di colpa.  
Quando reclamava il cibo quotidiano alternava rabbia chiassosa e disperazione silente. Si piazzava sotto la finestra della cucina e abbaiava e latrava in segno di sfida, come se avesse il mondo degli uomini intero a gran dispitto. Di fronte al nostro reiterato rifiuto di elargire doni edibili si ritirava in un silenzio di protesta salvo poi tornare, dopo poco minuti, a dichiarare a gran voce il proprio status di affamato. Questa farsa poteva durare anche due ore.
Il mio cane era conscio della propria condizione canina. Non si immischiava mai nelle faccende umane se non vedeva occasione per trarne un vantaggio personale. Se ne stava semplicemente a ponzare al sole aspettandosi di essere servito e riverito. Ma il suo distacco era simulazione, inganno.
Più volte lo vidi piangere: davanti alla sua ultima vittima, prima di addormentarsi nella sua ciambella di coperte, al ritorno dalle sue fughe durante le quali semplicemente vagava senza meta nella notte. Ma non pianse il giorno in cui i miei genitori lo portarono allo studio veterinario affinché gli venisse praticata l'eutanasia. Aveva un cancro terminale che lo stava consumando lentamente. Prima di salire sull'auto mi guardò per l'ultima volta e mentre gli carezzavo la testa emise una specie di ringhio sommesso.
Il mio cane era Louis-Ferdinand Auguste Destouches Céline.

mercoledì 27 ottobre 2010

Mastico verità come caramelle gommose

di Rina Xhihani 

Anche i santi sparlano*
nei libri sacri,
come potrei io, con le stelle,
non calunniarti?
Abbandonata per una luna
che gioca con le bambole,
mentre in una stanza-
spoglia- ragionavo di follia!

Non ho mai saputo giocare,
io.

Maledetta estate!
Vedo teste gonfiarsi
e scoppiare come bolle di sapone,
il loro chiacchiericcio, sparso nell'aria
superfluo
come l'ammiccamento di genitali rotti.
Fuggo nella notte,
con perfidia leggo alla solitudine
favole di religione e pederastia
-sparlo di te con l'inconscio-
e poi, ecco,
la notte è troppo lunga
nella stanza dalle grandi finestre;
leggo favole di Krsna e droghe
e ragazzi della California,
con i capezzoli turgidi
per la moltitudine
ancora da scoprire.

Studio i nomi dei sette cieli**,
sapendo che nessun cielo è utile
quando si cavalcano
ombre di nubi sull'asfalto,
e di tanto in tanto
penso al tuo corpo nudo
che spruzza gli stessi giuramenti eterni
dentro la corona umida
della tua nuova regina.
E lei, oh lei gioca ancora con le bambole.

Non ho mai saputo giocare,
io.

Da bambina mi chiedevo sempre:
"Sarò il cosciotto più delizioso per Dio?"
Sono ancora qui, a bollire
dentro il grande pentolone sacro***.
Ho l'anima incommestibile!
Alla finestra ascolto
sempre lo stesso silenzio,
come il gorgheggio
di un mistero mai svelato,
lo sbadiglio di un dio-bambino
annoiato sulla sua amaca d'aria scura.
Mastico le verità
come caramelle gommose,
aspettando il perfetto vuoto
oppure
solo domenica.



*Miriam che sparla di Mosè
** secondo la religione ebraica, ci sono sette espressioni che indicano il cielo nei testi sacri ed ognuna di esse serve ad indicare una funzione
** R. Shimon b. Jochai diceva: Io dichiaro che cielo e terra furono creati come una pentola ed il suo coperchio

- ascolto -