Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.
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lunedì 19 luglio 2010

Due diaframmi - ultima parte

di Ezechiele Lupo

Peter era per Diana come un diaframma: lo apriva, lo chiudeva per far passare molta o poca luce attraverso di lui. Decideva lei se Peter dovesse darle un’immagine della cose chiara o scura. Peter aveva impressioni, e Diana sapeva quanta luce serviva a Peter per imprimere l’immagine che lei desiderava. Peter e Diana ottenevano il meglio da se stessi: lui declinava la vita in base all’oggettività di lei; Diana orientava le proprie scelte attraverso le linee con cui Peter delimitava ciò che del mondo era davvero importante sapere, ciò che della realtà era davvero possibile conoscere, ciò che avrebbe condotto indefessamente all’identità delle cose. Diana e Peter erano alternativamente lo specchio e la sua cornice: e lo specchio rifletteva le responsabilità che li univa.

E il tramonto si mutò in acqua. E il pane era già sulla tavola pronta, ma nessuno si sedeva. Gli amici non arrivavano. La doppia coppia ospite a casa di Peter non accennava a presentarsi. Peter si siede sulla poltrona di fronte alla finestra, riprende la lettura di Quella sera dorata:

‹‹Cosa avete visto?›› aggiunse accennando agli opuscoli.
‹‹Il balletto››.
‹‹Com’era?››
‹‹Bellissimo››.
p. 299


Diana torna in cucina e prepara la macchina fotografica: monta l’obiettivo, stabilisce i tempi di esposizione, guarda fuori dalla porta e scorge lo schienale della poltrona con la testa di Peter che spunta nera sull’arancione che ha invaso la stanza. La pioggia batte sul tetto, mentre le nuvole otturano l’orizzonte.
Peter si accende un’altra sigaretta e continua a leggere. Non ci sono rumori in casa, ma in lontananza forse qualcuno suona male la chitarra. E’ una canzone spagnola, difficile stabilire cosa sia.
Diana entra nella sala e sceglie un cd dalla libreria. Accende l’amplificatore: le lucine si illuminano come prendendo la rincorsa, in progressione, come i controlli di un treno ad alta velocità. Partono le prime note. Peter alza la testa e si volta.
‹‹Che vuoi fare? ballare?›› chiede Diana sorridendo.
‹‹Mah… veramente si potrebbe fare. Ma una canzone e basta››.
‹‹Basterà una canzone. Dai vieni››.
Peter si alza dalla poltrona, spegne la sigaretta e poggia Quella sera dorata col testo aperto e rivolto sul tavolino. Si avvicina a Diana e la prende per la vita, la stringe a sé; lei lo abbraccia e si mette ad oscillare. E oscillano così per un po’. Poi lei si stacca e lo guarda: Peter sorride mentre Diana accenna un pezzettino della canzone, così tra le labbra, senza quasi produrre suoni:

…but I guess I’ve taken quite enough…

Poi gli si getta contro, lo stringe e ridono, ridono un bel po’. Poi Diana si ferma, si fa seria e dice: ‹‹Ok Peter, ora mettiamoci più a destra, ché la luce è migliore››. Peter si sposta, si fa condurre.
‹‹Adesso abbracciami come prima, ma cerca di non coprire il tuo viso con il mio. Ok così. Va bene così, pensa di insegnarmi a ballare, ma cerca di non essere supponente: hai una faccia pessima quando fai il supponente››.
‹‹Ok… va bene così? Sì ma tu togliti quei capelli dalla guancia… ok perfetto››.
‹‹Ok perfetto ci siamo: tre, due, uno…››
Ecco il diaframma che si apre e si chiude, parte il flash che già è arrivato, il rullino scorre e la macchina si ricarica.
* * *
‹‹Sei stato bravissimo, amore mio: sei un fenomeno››. Dice Diana appena riesce ad avere a portata di voce l’orecchio del dott. Falance, che ora siede finalmente al suo fianco al tavolo d’onore riservato ai premiati della serata.
‹‹Dici? Non lo so… forse dovevo essere un po’ simpatico. I discorsi dei premiati di solito sono più ironici. E’ che non riesco mai ad uscire dal mio ruolo: ho fatto anche stasera una piccola lezione in fondo››. Risponde il dott. Falance, appena omaggiato dell’Accademia come miglior medico dell’anno per quanto riguarda la disciplina.
‹‹No, no, sei stato perfetto amore mio. Non hai cercato nemmeno un secondo di catturare l’uditorio: non hai ammiccato. Hai fatto il medico e l’accademico: è giusto così. Un discorso bellissimo. Vedrai, ho scattato centinaia di foto››.
‹‹Dott. Falance, dia retta alla sua bella compagna: è stato il discorso migliore, il suo. Breve, ricco e profondo, oserei dire palingenetico››. Interviene un commensale, un altro medico, collega anziano del dott. Falance.
‹‹Sì, la ringrazio molto: visti questi importanti attestati di stima non posso che rassegnarmi ad accettare l’idea che abbia scritto un bel discorso. Mi rassegnerò››. Gli occupanti del rotondo tavolo accennano una composta ma fieramente convinta risata.
Sorseggiando un prosecco, un altro dei colleghi anziani di Falance stava ribadendo l’apprezzamento per la professionalità del protagonista della serata: ‹‹Caro Falance, lei è troppo insicuro per essere il medico che è: a vederla fare qualsiasi cosa che non sia collegata al suo lavoro, si direbbe che lei è un uomo senza qualità. Invece è il medico migliore che la disciplina abbia mai avuto, e il suo valore lo si ravvisa in ogni momento, in qualsiasi istante lei abbia a che fare con la disciplina: come questa sera››.
I piatti e le portate si susseguono e l’ilarità dei commensali cresce. Diana continua ad accarezzare la mano del dott. Falance e lui non perde occasione per sorriderle o baciarla. Ad un tratto, mentre tocca al sorbetto spezzare la cena tra carne e pesce, il dott. Falance dice a Diana: ‹‹Ah amore, mi stavo per dimenticare di dirti una cosa che è accaduta oggi: indovina chi è passato al mio studio?››
Diana lo guarda curiosa ma totalmente ignara, attendendo che sia lui a parlare, come si fa in questi casi. E infatti Falance spiega: ‹‹Oggi pomeriggio, poco prima che uscissi, la signorina Dalay mi ha chiesto se potevo far passare una persona senza appuntamento: beh sai chi era? Era Peter Dameron… lo scrittore, sì proprio lui››.
Diana fissa il dott. Falance per qualche istante: oltre la testa di Falance, Diana, come in una foto ingrandita migliaia di volte e per questo sgranata, sviluppa il viso, irriconoscibile per tutti ma non per lei, del suo vecchio amico Peter. Peter Dameron, lo scrittore. Per un attimo Diana ripensa alla città e alla casa di Peter, alle fotografie della sua ex, alla rissa in pasticceria, alle passeggiate in centro: alle macchine fotografiche che ha rotto cercando di adattare la propria ottica a quella di Peter.
‹‹E perché è venuto da te? Non sarà malato, vero? Amore mio dimmi che sta bene››.
‹‹Diana, non so se sta bene: abbiamo solo parlato cinque minuti. Non mi ha chiesto esplicitamente un appuntamento, però non so… forse si aspettava che glielo consigliassi. Comunque ti rendi conto? Peter Dameron nel mio studio: uno dei miei scrittori preferiti››.
‹‹Io lo conoscevo bene Peter Dameron››. Dice sorridendo Diana. Il dott. Falance spalanca gli occhi, finisce velocemente di sciogliere in bocca il sorbetto, si passa il tovagliolo sulla bocca e dichiara agitato: ‹‹E non me l’hai mai detto? Ma ho tutti i suoi libri… perché non me l’hai mai detto? Ma quando vi siete conosciuti, da quanto non vi vedete? Devi raccontarmi tutto, amore, tutto››.
‹‹Sì, sì stai calmo – lo tranquillizza Diana carezzandogli la guancia – ti racconterò tutto. Peter…››
‹‹Lo chiami addirittura Peter… ma allora avevate tanta confidenza. Oddio, non ci posso credere: lui è uno dei miei idoli, Diana…›› la interrompe il dott. Falance sbigottito, incuriosito e divertito.
Il dott. Falance vuole sapere tutto della storia di Peter e Diana: di come Peter e Diana si sono trovati e hanno trascorso gli anni migliori della loro vita, seguendo con i polpastrelli i bordi delle loro personalità, acuendo la loro sensibilità e portandoli a definire la loro identità.
Fine


Due diaframmi - terza parte

di Ezechiele Lupo

C’era stato un periodo in cui ogni giorno Peter riceveva una lettera anonima con una foto. Le fotografie appartenevano a due ordini di tempo, passato e presente. In quelle del passato c’era Peter e una sua ex in un momento felice, un posto che avevano visitato, durante una serata da ricordare. Quelle del presente, invece, erano scatti di vita attuale della sua ex: insomma delle foto di cronaca quotidiana. Ogni giorno Peter apriva la lettera: se c’era una foto del tempo in cui stavano insieme, la prendeva e la archiviava in un cassetto; se invece c’era l’altro tipo, la gettava. La storia delle fotografie è andata avanti per qualche mese: talvolta Diana apriva le lettere per Peter. Soprattutto nell’ultimo periodo Peter, ritirata la posta, si dimenticava di aprire la lettera anonima. Allora Diana la prendeva. Alcune le gettava direttamente, altre le portava a casa sua e chissà dove andavano a finire.
Diana un giorno aveva chiesto a Peter se potevano prendere un’abitudine: trovarsi almeno tre volte la settimana, ma con la prospettiva di estendere la consuetudine a cinque sere su sette, in bar dopo le sette e trenta per un aperitivo. Peter aveva accettato. Così Diana propose che il bar doveva essere una vecchia pasticceria del centro, tra una strada a scorrimento veloce e dei giardini pubblici molto poco curati. Diana e Peter, entrambi amanti della puntualità, arrivavano alle sette e trenta spaccate e prediligevano sedersi ad tavolino d’angolo che guardasse alla vetrata, ma con un’ottima vista sul bancone. Aveva deciso tutto Diana in realtà: l’ora, il posto e il tavolo. Si trovavano sempre a parlare: Peter raccontava la sua giornata e Diana ascoltava. Quando questa consuetudine cominciò a turbare Peter, Diana gli disse che non sarebbe durata ancora molto perché: ‹‹la fase di osservazione sta per finire››.
‹‹Che osservazione? Chi stai osservando?›› chiese Peter.
Diana si accostò al tavolino levando di mezzo l’ultimo goccio di Campari e disse a bassa voce: ‹‹Ecco, io prevedo che tra poco, forse pochi minuti, ma più probabilmente pochi giorni da ora, in questa pasticceria scoppierà una rissa: e io voglio esserci. Vorrei fare delle foto››.
‹‹Una rissa? Ma tra chi? Non mi sembra molto probabile. E poi io non vorrei rimanerci in mezzo››.
‹‹Ma no, non ti preoccupare, noi non c’entriamo nulla: siamo solo spettatori. Siamo solo occhi. Comunque fidati››.
Peter non ci metteva niente a fidarsi.
Passarono quattro giorni. Ormai Peter e Diana trascorrevano più tempo in quel bar che a casa: si vedevano dopo pranzo per il caffè, alle cinque per il the e alle sette e trenta per l’aperitivo, che si prolungava oltre le dieci. Diana stava cominciando ad essere impaziente, quando dalla vetrata vide un anziano signore con un lungo soprabito verde dirigersi svelto verso l’ingresso della pasticceria. L’uomo entrò deciso: avrà avuto settant’anni, forse di più. Si diresse al bancone, Peter e Diana lo fissavano. Si fermò davanti al barman, un pingue uomo sulla cinquantina, vestito in elegante cravattino e panciotto neri.
Diana prese la mano di Peter e disse: ‹‹Ora il vecchio gli tira un pugno, guarda››. L’uomo sulla settantina strinse il pugno destro, lo alzò lentamente. L’uomo sulla cinquantina rimase immobile, incredulo ed ignaro del perché fosse incredulo. Fu in quel momento che sulla schiena del vecchio venne rotta una pesante sedia di legno. Il vecchio col soprabito cadde al tappeto senza sensi. L’uomo che l’aveva colpito alle spalle era il cassiere del locale, che ora se ne stava al centro della sala con lo schienale della sedia rotta in mano.
‹‹Ma che cosa hai fatto?›› gridò un istante dopo il barman.
‹‹Non hai visto? Voleva colpirti: era un pazzo››. Mentre il cassiere diceva queste parole, un cliente seduto al tavolo opposto rispetto a Peter e Diana, gli scagliò la zuccheriera sulla nuca. A quel punto il barman scavalcò furibondo il bancone per gettarsi sul cliente lanciatore. Lo braccò cercando di schiacciargli la testa sul tavolino, ma il cliente era più giovane e forte, e non si fece sopraffare: con una mossa assai atletica lo scaraventò a terrà facendogli picchiare pesantemente la schiena. Intanto il cassiere si era ripreso, anche se ancora dolorante, e dopo aver visto il barman rantolare sul pavimento senza fiato, prese la rincorsa e con un salto da gatto diede un calcio volate a due piedi al cliente, che cadde dalla sedia trascinandosi dietro il tavolino con tutte le consumazioni. Scoppiò un parapiglia: molti clienti cominciarono a lanciare oggetti, tazzine da caffè e bicchieri da Martini. Pater e Diana, reclinando il tavolino a mo’ di scudo, si rintanarono in un angolo del locale con una bella visuale. Diana aveva cominciato a fare un po’ di foto. Peter le segnalava i soggetti più interessanti: un bambino tirava i capelli ad un cameriere prima che lui lo colpisse con una bottiglietta di plastica sui denti; ora una ragazza stava baciando appassionatamente quello che doveva essere il suo fidanzato, prima che questi si gettasse sul cassiere, il più prestante tra i contendenti, brandendo cocci di bottiglia tra le dita. Diana fece delle foto che passarono alla storia e Peter visse per lungo tempo raccontando questo aneddoto agli amici. Alla fine Diana aveva ragione: sarebbe scoppiata una rissa, e fu una battaglia in piena regola.
(continua...)

domenica 18 luglio 2010

Due diaframmi - seconda parte


di Ezechiele Lupo


Peter si volta e va verso la cucina: sulla sua strada incontra Diana che prepara la tavola del piccolo salotto: sei sedie, una bella tovaglia bianco ghiaccio, tovaglioli in tinta e piatti blu, blu scuro. Peter la guarda dirigere il traffico delle posate, con il viso coperto dai capelli lunghi. Sempre così Diana: il perfetto mix degli amori della sua giovane vita. Diana, la persona più lontana dall’essere un amore per lui. La persona più adatta ad apparecchiare la tavola per una cena tra amici. La perla dell’intelletto. I
l regalo più bello che questa nuova città potesse dargli. Diana, che mentre pensa a lei gli si inzuppano gli occhi, gli si stringono le palpebre. Diana, la scusa perfetta per ogni sera andata storta. Diana, “non ho più sonno”. Diana, “immagino la mia vita tra le tenebre”. Diana, “leggi qualcosa che non sia un classico”. Diana, il verde dei suoi occhi vispi. Diana, con il suo lavoro perfetto. Diana, col suo sorriso che ti fa ridere.
Non ce l’avrebbe mai fatta Peter senza Diana. Ma per fortuna un giorno l’ha trovata: come si trova il giusto portachiavi. Diana gli ha spiegato come si vive in una città come quella, come si fa a relazionarsi con le donne di quella città, tanto che ora Peter colleziona ogni week end brunette e biondine che perdono capelli sul cuscino accanto al suo e spesso se ne vanno nel cuore della notte. Peter passa il tempo a parlare di come si devono fare le cose, specula tutta la sera su un comportamento, su una reazione mancata. Diana lo ascolta e gli mesce del vino bianco ghiacciato. Poi lo coccola, e lui è come un gatto che si lecca: a Peter piace essere egoista e Diana gli consente di esserlo. A Peter piace parlare e Diana ascolta. Peter parla sempre di identità: di chi si è, di chi si crede di essere, e alla fine pensa sempre che la colpa dell’inferno identitario in cui si vive è di chi non si preoccupa di definirsi, di delimitare la propria “area di esistenza”: la chiama così.
A Diana non importa molto di tutto questo. A lei importa che Peter stia bene. A lei importa più che gli piaccia il vino: che sia sempre fresco e fruttato. Diana sa che se Peter parla, non parla per meno di due ore e mezza. Sa anche che a volte c’è bisogno di un sacco di vino. Diana sa chi è: trent’anni, single e un’indiscreta passione per la fotografia di guerra. Le piacciono le immagini dei cadaveri straziati. Peter lo sa e un po’ ne ha paura. Diana sa che Peter ha paura: è per questo che vorrebbe coccolarlo di più. Peter e Diana non si amano. Non si piacciono: non sarebbero mai una coppia. Non si sono mai svegliati nello stesso letto. La saliva che si sono scambiati stava sul cucchiaino del gelato all’amarena: punto. Diana e Peter hanno passato decine di serate insieme a passeggiare per le strade del centro. Diana raccontava a Peter tutte le cose che quelle strade le dicevano: a Peter non interessava molto, ma era entusiasta che lei condividesse con lui quelle cose. Peter non poteva stare senza parlare con Diana.
Peter aveva dei problemi insuperabili: talmente totalizzanti che il più delle volte non si ricordava quali fossero. Molto più spesso credeva di essere così: identificato esattamente col suo male, col il suo problema. Questo svuotava tutto di senso. Peter spesso non riusciva a cogliere le differenze, ogni cosa era essenziale, ogni incontro imprescindibile, ogni occasione, anche la più insignificante, assolutamente imperdibile. Un giorno aveva detto a Diana: ‹‹Diana, ormai per me parlare con te o con l’ultimo degli inservienti della libreria è uguale: è come se avessi un messaggio precostituito. Finisco per dire sempre le stesse cose, per parlare sempre allo stesso modo. Non c’è più privato per me, non c’è più il personale, l’intimo. Ogni cosa va detta e io la dico, senza importanza per la confidenza. A me interessano solo le reazioni delle persone rispetto alle mie affermazioni: come un regista e il suo pubblico››. Diana, che stava scrivendo una lista di cose da fare, alzò lo sguardo e gli rispose: ‹‹Ogni regista ha il suo critico più feroce››. Peter aveva abbozzato.
Diana talvolta si fermava a guardare Peter e muoveva la testa su e giù in un modo impercettibile e frenetico. Peter non se ne accorgeva. Diana aveva imparato a guardarlo come fosse sempre parte della sua visuale: c’era Peter in ogni campo che riusciva a mettere a fuoco. Per Diana lo sguardo, l’atto del guardare, era tutto: passava ore a guardare le cose, fino a che queste non diventavano uniche. Quelle e solo quelle: come si fa con i propri figli, immagino. Una sera Peter era tornato a casa e l’aveva trovata addormentata sul divano in reggiseno e mutandine con il primo volume de L’uomo senza qualità di Musil rivolto sulla pancia. L’aveva svegliata per chiederle se doveva accompagnarla a casa sua o preferiva continuare a “leggere” sul divano. Diana rispose che voleva leggere sul divano. La mattina dopo lei fece il caffè e glielo portò in camera: gli scrisse un bigliettino e se ne andò, dopo essersi rivestita. Quando Peter si svegliò trovò scritto: “il caffè senza qualità”. Quella bevanda era davvero senza qualità, dopo l’esame del gusto: Diana era sempre trasparentemente sincera. E oggettiva. Diana era l’oggettività del mondo, il quale era così perché così lo vedeva Diana. Tutti possiedono soggettività tranne Diana, pensava Peter. Ogni pensiero
è soggettivo, ma quelli di Diana non sono pensieri: sono giudizi. Diana inverava e avverava solo col pensiero. Era il pensiero del mondo: il pensiero del reale. Era per questo che Peter non poteva prescindere da lei. Perché si fidava. E, come dicono nei film americani, “dio solo sa” quanto avesse bisogno di fidarsi di qualcuno. Per fortuna aveva incontrato Diana.
Per Peter la città accadeva ogni giorno. La città era un evento, un accadimento: non è che lui non ne fosse parte, ma aveva sempre la sensazione che nulla dipendesse da lui. Quotidianamente nasceva e moriva mentre questa si rappresentava da sé, senza bisogno di lui. Diana lo guidava appena poteva: a Peter sembrava che la facilità di Diana nel girare la città dipendesse dal controllo che riusciva ad esercitare sull’ “evento-città”. Controllo ipotetico s’intenda bene.
(continua...)

sabato 17 luglio 2010

Due diaframmi - prima parte

di Ezechiele Lupo

‹‹Con un cappello a tesa larga, grigia, una bandana a fiori blu sul viso che lasciava scoperti solo gli occhi per vedere, con un paio di guanti rosa, o forse viola, con una maglietta maniche lunghe nera, delle scarpe pesanti e dei calzettoni neri. Una ragazza, una giovane donna, se ne andava in giro così: in bicicletta. Forse affetta da un male alla pelle, comunque una figura triste, impegnata a trascinarsi, presa a sopravvivere. Il male. Il male ti definisce, ti forma. Ti identifica. Forse non vogliamo tutti questo? Non vogliamo saperci descrivere, saperci nominare, darci una fisionomia? Passiamo anni a chiederci cosa “possiamo essere”. I peggiori tra di noi si chiedono cosa “vogliamo essere”: sono quelli che credono che con la volontà si delimiti la coscienza di sé. E’ superfluo dire che non possiamo voler essere: semplicemente siamo. E anche l’opzione, il nodo del “poter essere” è oscuro. Le potenzialità sono un campo assai sconosciuto. Il male è facile. Chiunque conosca il male risponderà alla domanda, interna o esterna, “chi sei?” con il nome della propria malattia. E’ molto, troppo facile definirsi nel male: è liberatorio. Dal male tutto discende, tutto di declina; i gusti, le attitudini si cristallizzano, si diventa, anzi si è, subito quella cosa lì, quella persona lì. Io ho fatto molto per evitare questo: la disciplina che oggi, davanti a voi, sono onorato di rappresentare, ha questa missione come faro che illumina la nostra condotta. Diceva il grande prof. R******, padre della disciplina, che tutti voi conoscete: “L’uomo è disperso nell’identità. La malattia è la bussola più chiara: ma l’ago punta ad un nord avvelenato”. Ecco, questa sera, ritirando il premio che l’Accademia mi ha riconosciuto, dico a voi, stimati ed illustri colleghi: il dovere di noi medici della disciplina è impedire che il male si sostituisca all’uomo, impedire un’identificazione tanto malvagia. Vi ringrazio tutti e spero che possiate passare una splendida serata. Grazie ancora››.

* * *
Quella sera dorata, in quella sera dorata al quarto piano di un piccolo palazzo del centro città, era rivolto aperto con le pagine all’ingiù su un vecchio tavolino di legno, perché il segno non si perdesse. Quella sera dorata la luce dorata filtrava dalla tenda bianca a soffietto, mentre fuori il tramonto volgeva alla sera. Quella sera dorata divideva il tavolino con un portacenere di vetro rosso e blu e qualche cicca spenta e una sigaretta fumante. Peter si avvicina, arriva dalla cucina, e prende tra le dita fini la sigaretta: una boccata mentre guarda la copertina del libro. Lo prende, lo volta e legge:

‹‹Lei non mi ama›› disse Omar.
‹‹Come fai a saperlo?››
‹‹Me l’ha detto››.
‹‹Forse si sbagliava. Spesso la gente si sbaglia su queste cose››. Tacque un momento. ‹‹Esclusi i presenti, naturalmente. Io non mi sbagliavo, io ti amavo, lo sai››.
p. 282


Peter posa Quella sera dorata dove l’ha trovato e dice a bassa voce: ‹‹Sei un grande scrittore Peter…››
‹‹Parli a te stesso?›› E’ Diana che parla: è uscita dalla cucina con una tovaglia sotto il braccio.
‹‹No: parlavo di Peter Cameron, autore di Quella sera dorata, il libro che sto leggendo››.
‹‹Sembra un caso di omonimia››.
‹‹Così sembra...››
‹‹Di cosa parla?››
‹‹Beh vediamo… c’è uno studente che vuole scrivere come tesi finale del suo dottorato, la biografia di uno scrittore morto: decide così di partire e far visita ai familiari per convincerli a concedergli l’autorizzazione. Lì incontra la vedova dello scrittore e la sua bizzarra famiglia… beh poi succedono varie cose››.
‹‹Roba di storie d’amore, di passioni che si interrompono e riprendono, di indecisioni sentimentali e crisi morali. Il protagonista dev’essere un tonto…››
‹‹Un tonto interrotto: una specie di fallito. Un imbelle…››
‹‹Che però avrà il suo scatto, imprimerà la variazione giusta al momento adatto…››
‹‹E’ soprattutto un romanzo di conversazione, sai, tutto qui››.
‹‹Capisco. Me lo presterai spero››.
‹‹Certo che te lo presterò: mi manca poco››.
‹‹Come hai detto che si chiama? Una sera…››
‹‹No, no: Quella sera dorata››.
‹‹Quella sera dorata››.
‹‹Sì››.
(continua...)

sabato 19 settembre 2009

Un amore en passant - seconda parte

di Ezechiele Lupo


Proprio in quel momento iniziò a nevicare di nuovo. I fiocchi erano grossi e asciutti: avrebbe attecchito in fretta. Si voltò a guardar fuori. Un ragazzo alto in giacca sportiva entrò nel caffè, vedendola seduta in fondo si avvicinò e si sedette di fronte. Lei sorrise ed entrambi si sporsero per baciarsi. Lui si tolse la giacca e le chiese:
“Cosa hai preso?”
“Un cappuccino.”
“Con la cannella…” chiese lui senza chiedere.
“Si.” Annuì lei.
Lui replicò:
“Ottimo…”
“Lo so, lo so…” Disse a bassa voce lei che continuò:
“Che prendi?”
Arrivò il cameriere con il cappuccino ed il conto. Poi si voltò verso di lui e chiese:
“Cosa le porto?”
“Un caffè macchiato, per piacere.”
Lei sorseggiò piano il cappuccino e lo ripose sul piattino bianco. Lui la guardò e le disse:
“Un’ora da cappuccino, il tramonto.”
Lei si passò la lingua sul labbro e chiese: “Ora?”
Lui annuì con la testa e aggiunse: “Hai visto che freddo! Incredibile. Poi andare in giro in macchina è un suicidio.”
Lei annuì e disse: “Sì è vero fa molto freddo. C’è molto traffico in centro, ho visto.”
Bevve un altro sorso e posò la tazza sul tavolo. Lui guardò fuori dalla vetrina, poi guardò lei:
“Tutto bene oggi? Come è andata?”
“Sì tutto bene. A te come è andata?” rispose lei.
Arrivò il cameriere con il caffè. “Grazie.” Disse lui. Bevve il caffè mentre lei attaccava il cappuccino. Poi lui rispose: “Normale, niente di particolare.”
Lei guardò fuori dalla finestra. Finì il cappuccino e disse:
“C’è Renoir, ti piace vero? Vuoi venire a vederlo, un giorno?”
Lui ci pensò un attimo, poi aggiunse: “Ma… non lo so devo vedere se ce la faccio.”
E abbassò la testa. L’uomo con il giornale si alzò dal tavolo, andò a pagare e uscì. Lei lo vide dalla vetrina passare col giornale sulla testa per ripararsi dalla neve. Il ragazzo la guardò, si diede coraggio e chiese a bassa voce: “Questo clima mi ricorda di quando siamo andati a Stoccolma.”
Lei abbassò la testa.
Poi rispose sospirando quasi seccata:
“Si lo ricordo. Sei sempre peggio secondo me…”
Lui abbassò gli occhi. Poi rispose sospirando:
“Era il momento migliore per te, e il peggiore per me. Andavamo come il telefono duplex. Ma tu non l’hai mai capito.“
Lei fece cenno di no con la testa.
“Il duplex? Nel senso che facevamo un po’ a testa ad offenderci. Perché di comunicare non se ne parlava proprio. Ora è diverso, ce ne rendiamo conto tutti e due. Quando tu mi guardi chissà che pensi di me… chissà io perché non ti perdono più.” Disse lei. Poi fece una pausa ma subito aggiunse come per un bisogno impellente pur tuttavia meccanico, una necessità meccanica di spontaneismo:
“Ma magari è ancora presto: pensa che bello sarebbe poter uscire insieme altre volte, rassegnarci a dover stare insieme per la vita. Sì, perché no?” Lei sorrise.
Lui si appoggiò allo schienale della panca, la guardò e rispose:
“Perché dipende da te. E tu sei insanabile. E io un bugiardo.”
Lei fece silenzio: ormai era quasi ora di cena. Lui prese il giubbotto e se lo mise. Lei lo guardava senza aprire bocca. Poi quando fu pronto: “Va bene allora io vado.”
Lei fece cenno sì. Ma lui si risedette e disse: “Ma, dico io: un po’ di coraggio, un po’ di ambizione ci vorrebbe. Il nostro problema è che siamo due persone vanagloriose, ma senza ambizione. Nulla ci vieta di andare avanti ad ignorarci. Ma tant’è: siamo qua e infatti io me ne vado, e tu non dici nulla.”
Lei alzò gli occhi per guardarlo: “Non vedi come tutto è uno sforzo per capire e comprendere. Non è forse meglio lasciarsi tentare da cose più semplici: non è detto che la complicità si ottenga sempre ad alti livelli. E’ più spontaneo il mio rapporto con un libro, che, vuoi o non vuoi, non ti parla, non ti dice nulla, salvo stupidate. Il raggiungimento di un equilibrio al massimo grado dell’amore non ci è riuscito: proviamoci al minimo. Un amore en passant ricco di vita e povero di qualsiasi cosa ci accomuni.” Concluse lei.
“Ti ho vista spergiurare che mi avresti seguita.” Lui la fissò come se già stesse pensando ad altro, ma non era per nulla vero: lui era concentrato su quello che diceva.
Lei abbassò la testa.
“Non lo so davvero: forse è meglio se vai.” Disse lei guardandosi la mano destra.
Lui si alzò e disse:
“Dicevo… stai attenta a te.”
Così uscì dal locale. Si alzò il cappuccio e passò di fianco alla vetrina.
Giunse il cameriere e le chiese a bassa voce: “Desidera qualcos’altro, signorina?” Lei lo guardò: “No grazie ora vado.” Mentre prendeva le sue cose e si vestiva il cameriere tornò da lei e le disse: “Mi scusi, ma il suo amico non ha pagato il caffè, forse si è dimenticato…” Il cameriere si interruppe imbarazzato. Lei sorrise sotto la sciarpa e lo rassicurò:
“Ok non c’è problema lo pago io.”
La accompagnò alla cassa e lei pagò il caffè. Smise di nevicare proprio nel momento in cui stava uscendo. Voltò a destra, i lampioni erano colmi di neve e gli alberi parevano zucchero filato. Mentre tornava a casa pensava che fosse comunque semplice innamorarsi di lei.
Fine

Foto: "Stockholm Pink Subway" Stockholm 2006 © Ezechiele Lupo

venerdì 18 settembre 2009

Un amore en passant - prima parte

di Ezechiele Lupo


Usciva solitaria. Dalla porta dell’aula 110 un vociare di gente e gentaglia. Voleva andarsene: e non è che non lo fece. Voltò a destra proprio mentre nel corridoio giungeva un docente. Un ragazzo che conosceva stava bevendo ad una fontanella. Lo salutò con un gesto della mano ed un sorriso, quello la vide, alzò gli occhi: lei era già oltre. C’era una piccola bacheca a metà del corridoio dell’ala Nord dell’edificio: era di sughero con una cornice di vetro. Senza fermarsi diede un’occhiata ai foglietti appesi: uno azzurro, un manifesto che ricordava ai maschi il rinvio agli obblighi di leva, uno rosa della solita che si offriva di dare ripetizioni di matematica. Nient’altro di importante. Sulle scale c’erano due ragazze, fumavano una sigaretta e parlavano a bassa voce, sedute sull’ultimo gradino. Le salutò con un sorriso facendosi largo tra le loro gambe accavallate. Una delle due soffiò fumo dalle labbra socchiuse. Lei si voltò tenendosi al corrimano e sorrise di nuovo. Tornarono a parlare tra di loro e a gettare cumuli di cenere in un bicchiere di carta. Al piano terra un capannello di studenti scrutava un libro aperto ai piedi di una grande statua di marmo. Lei passò oltre. Vicino all’aula 90 c’era la macchinetta del caffè. Vi si avvicinò fermandosi davanti: si fissarono, lei e i tasti per la selezione della bevanda, poi andò via senza prendere niente. In guardiola il custode osservava il monitor che proponeva le immagini del lato Sud del chiostro. Sentì dei passi avvicinarsi e si volse verso il vetro. Lei passò e salutò con la mano. Il portiere ricambiò dicendo: “Salve signorina.” Stava sempre a fissare quel monitor anche durante la contestazione di qualche mese prima, quella in cui uno studente di un certo collettivo aveva spaccato l’asse di un’impalcatura. Il custode aveva solo sussurrato allo schermo: “Falliti…”
Uscì dalla porticina aperta sul lato del portone.
Era fuori con l’aria immobile e gelida. Dopo pochi passi le guance le diventarono rosee e fredde.
Cominciò a camminare lungo la via costeggiando l’edificio. Era bella. Si stringeva nella sua giacca di velluto bordeaux con i polsini di pelliccia, aveva una sciarpona marrone scuro che la imbacuccava ben bene fin quasi alla piccola bocca rosata; calzava degli stivaletti con poco tacco, indossava collant nere molto pesanti e una gonnellina che le lasciava scoperte la metà delle magre cosce; i capelli erano biondi e raccolti un cappello rossastro, in perfetto coordinato con dei guanti sottili di velluto. Sulle spalle uno zaino di pelle marrone con pochi libri e un quaderno.
I lineamenti del viso delicati e resi ancor più fragili dal pallore nel quale si distinguevano le guance rese rosee dal freddo, un nasino e degli occhi color nocciola. Il marciapiede era coperto di neve e le orme dei molti passanti affondavano nella coltre per molti centimetri. In fondo alla strada una coda di auto col tetto innevato era immobile al semaforo. C’era molto traffico a quell’ora. Un’anziana coppia stava ferma sul ciglio della strada: lui con un cappello nero e un cappotto lungo fino ai piedi, lei, sottobraccio, era immobile nella sua pelliccia di visone.
Ora che le nubi si erano diradate la luna piena si rifletteva in una vetrina di un negozio di scarpe. Lei si fermò a guardare, mentre all’interno una ragazza faceva provare dei mocassini ad un signore vestito bene: la moglie in piedi lo guardava.
Lei sentiva i clacson delle auto e si voltava senza fermarsi mai. Ad un semaforo un uomo le chiese l’ora; lei alzò il polsino della manica e gli mostrò il quadrante; lui la ringrazio e lei ricambiò con un sorriso. Attraversata la strada entrò in un caffè d’angolo con tre vetrine e molti tavoli con delle panche. Si diresse ad un tavolo vuoto e si sedette nel posto addossato alla vetrina. Negli altri tavoli: tre ragazzi bevevano caffè e parlavano, uno di loro fumava una sigaretta, un anziano signore leggeva un giornale e fumava una pipa, una coppia matura beveva un te e nel tavolo di fianco al suo, un ragazzo leggeva un libro di filosofia con tanto di tazzina da caffè vuota. Lei guardava fuori dalla vetrina poggiando il mento sul palmo della mano sinistra: i tetti delle case erano innevati, come i marciapiedi, le ringhiere dei balconi e i tetti delle macchine. Tutta quella neve con il gelo della notte sarebbe ghiacciata. Poi sentì giungere il cameriere e si voltò.
“Cosa le porto?”, diede un' occhiata alla lista che aveva sotto il gomito e disse:
“Un cappuccino per favore.”
“Con cacao o cannella?”
“Cannella.”

(continua...)
Foto: "Le Loir Dans la Théière". Paris 2008 © Ezechiele Lupo

domenica 28 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - ultima parte

di Ezechiele Lupo

Fu in quel momento che G***** lo toccò per la prima volta con intenzione: la mano scivolò lentamente con passetti piccoli leggeri e solleticanti sulla coscia di lui. Lui era immobile, fermo sulla sedia di un baretto qualunque su una spiaggia, in un giorno di tempo incerto: lasciò che G***** raggiungesse zone impervie nel suo basso ventre, lasciò che G***** imparasse da sola la via. Di colpo G***** si ritrasse con una risata fragorosa; il suo corpo fremette e la sua testa crollò all’indietro, scostando i lunghi capelli neri e lasciando a disposizione il seno evidente e perfetto. Poi si alzò e andò in bagno. Lui si ritrovò troppo solo. Guardò verso l’acqua e tutto gli parve scuro, passato e poco emozionante. Raggiunse G***** nel bagno ambosesso del baretto. G***** gli prese la mano e sognò per un attimo che quella fosse l’unica cosa che avrebbe voluto: stringergli la mano e sentire l’innamoramento di lui decrescere. Ma non si accontentò: si baciarono in un modo tradizionale per due amanti in un bagno pubblico. I vestiti non erano vestiti e tutto diventò subito molto liquido per entrambi: G***** spinse con cura l’eretta qualità di lui nella parte del proprio corpo più accogliente, e lì, in piedi contro la porta del bagno, provarono un agostano orgasmo. Durò tutto pochi minuti, probabilmente secondi, ma non staremo certo qui a questionare sulle capacità sessuali di lui. G***** tirò su col piede sinistro lo slip del costume e riposizionò il reggipetto. Uscirono entrambi accaldati e con la nausea. Grande sorpresa, eufemisticamente parlando, fu incontrare lei: in piedi rigida e con gli occhi gonfi. Tutto il peso poggiava sul piede sinistro mentre la gamba destra era piegata dietro l’altra, il copricostume leggero aderiva all’umida pelle. Le cadde il telefono dalla mano. Lui la guardò dietro gli occhiali neri prima di voltarsi verso il bagno e vomitare. G***** sgattaiolò di lato e con passo deciso si sedette al tavolo, come un qualsiasi capo di Stato. Lei urlò come si potrebbe gridare per tutti i problemi del mondo e fuggì chissà dove. Lui si sentì preso per la maglietta e sballottato fuori dal bagno; attraverso gli occhiali da sole, un cinquantenne obeso gli sputava in faccia insulti in un dialetto assurdo, di una lingua che conosceva bene. In pochi secondi si trovò ad immaginare sé stesso da vecchio. A volte l’espiazione fa certi scherzi.

Era estate quell’anno in S******* e il litorale al tramonto una buona scusa per passeggiare con i mocassini neri in riva al mare. Lui lavorava da qualche anno per una grande compagnia australiana: i film degli aerei fungevano da valido svago e la voce sempre diversa dell’hostess che lo svegliava, una dolce compagna. Spesso armeggiava con il proprio telefono per cercare di scaricare questa o quella canzone: ma rare volte ci riusciva. Amava provare i ristoranti cinesi di ogni città in cui sostava. Sovente usciva con altri come lui per una birra alla sera: non amava la birra, ma c’è di peggio, no?
E così quell’agosto camminava con i suoi vecchi occhiali da sole, la giaccia nella mano destra, la borsa del laptop nella sinistra, la cravatta nel taschino e la camicia bianca slacciata: il suo addome non aveva risentito del tempo, o almeno non era impresentabile. Il mare riverberava sempre gli stessi colori: rosso, arancione, giallo, ma in fondo era solo luminescenza. In silenzio e timidamente il sole lasciava l’emisfero, e già tirava un’aria fresca. Si fermò un attimo e guardò all’orizzonte; che emozioni poteva suscitare la normale curvatura della terra? Riprese a camminare, ma pochi passi dopo si voltò a causa di una percezione: la percezione della presenza di lei. Ed infatti la vide arrivare con il suo copricostume leggero e con in mano un paio di infradito, la sua andatura talvolta buffa e i capelli portati più lunghi e legati in una coda, una borsa da mare a tracolla e dei vecchi occhiali da sole, per proteggersi dai bassi ed obliqui raggi. Era effettivamente lei che gli veniva incontro. Nessuno dei due ebbe, per quei pochi secondi che li dividevano, il minimo dubbio sulla volontà di vedersi ed abbracciarsi dopo gli anni passati nella dimenticanza. Si salutarono con gioia ed allegrezza e si strinsero forte: il corpo di lei era sempre fresco. Lui tremava un pochino e la gola gli doleva, forse gli si stava per chiudere. Gli occhi gli dolevano, ma ce li aveva bene aperti.
“Allora come stai? Che ci fai qui?” chiese lei sorridendo. Lui ebbe la possibilità di constatare l’esattezza dei suoi denti: se li ricordava uno per uno.
“Sono qui per lavoro: alloggio all’H*****. Sai la laurea e tutto. Insomma lavoro per una compagnia australiana.”
“Ah che bello, no?”
“Oh sì certo. Questo è accaduto: sono contento… Ho studiato per questo. Poi viaggio un sacco, mangio un sacco cinese…” disse giocherellando con il bottone della giacca. Lei si passò un dito sulle labbra e non disse nulla.
“Tu invece che fai? Sei in vacanza?”
“Sì, sono in vacanza, ma non faccio questo nella vita. In realtà non faccio molto. Ho lavorato per due anni in uno studio, poi… boh, non so, ho avuto paura di correre e ho passato un anno senza lavorare. Ho abitato con mia sorella. Poi ho trovato un posto manageriale, però molto tranquillo: mi piace e… insomma. Sono contenta anche io.”
L’ombra dei loro corpi si protendeva verticalmente sulla sabbia e all’altezza della testa si incrociava, si congiungeva. “Viaggi molto quindi?” chiese lei reggendosi su un piede solo.
“Beh sì abbastanza. Però sono anche spesso in ufficio… e…” lei guardava in alto e non sembrava ascoltarlo.
Lui si avvicinò, alzò la testa e vide sopra di loro degli uccelli indefiniti. Il suo cuore si sfilacciava: lei era sempre la persona per cui valeva la pena commuoversi. Improvvisamente lei abbassò lo sguardo e lo vide fissare il cielo. Gli uccelli si gettarono all’orizzonte perché non c’era più nulla da vedere. Si guardarono per un attimo o forse si specchiarono soltanto nei vecchi e rispettivi occhiali da sole.
Prima di salutarsi, lui le disse: “Conosceremo la nostra felicità”.
Fine

venerdì 26 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - terza parte

di Ezechiele Lupo

La sortita al baretto aveva avuto l’effetto di ristorare T******, e calmare G*****. Ora G***** vedeva remota l’eventualità di possedere in qualche modo il ragazzo sulla spiaggia: si sorprese persino di averlo solo pensato. L’indissolubilità di quel rapporto sarebbe stato lo scudo contro cui le sue lance di seduzione si sarebbero infrante. Ma le possibilità della storia rimangono sempre valide, prima che il discorso le scremi, scegliendone una sola e seguendo quella fino ad un termine arbitrario, contro il quale ogni lettore dovrà scontrarsi, volente o nolente.
L’aria si fece più opprimente, le nubi coprirono gran parte della volta e, piano piano, cominciò a cadere la pioggia. Lui si mise seduto e guardando dritto davanti a sé, oltre gli occhiali da sole, pensò e disse: “Piove… porca vacca…” In pochi minuti si scatenò un violento acquazzone e molti corsero a ripararsi, teli-mare sulla testa e zaino in spalla, sotto la tettoia del piccolo bar, nel patio coperto. Ben presto i più rapidi presero posto ai tavoli e approfittarono per mangiare qualcosa. C’era un tavolo con quattro sedie all’estrema sinistra della piccola terrazza e lei si precipitò, con i capelli bagnati e sorridendo per la situazione, ad occupare con la borsa e l’asciugamano, due sedie. Lui la vide scattare: le sue gambe si muovevano veloci tra i tavoli e scivolavano come dita lungo una tenda di seta. Appena lui raggiunse il tavolo per sedersi, lei alzò la mano in direzione dell’entrata del baretto come per salutare qualcuno: stava effettivamente salutando T******. Lui e lei furono immediatamente raggiunti da T****** e G*****: “Che fortuna che siete riusciti a trovare un tavolo, noi non siamo stati altrettanto veloci… comunque ci sediamo anche noi?” chiese T******, giunto senza maglietta e con i capelli fradici.
“Certo, perché no… Ciao io sono…” lui disse il suo nome, che risuonò distintamente e grandioso nelle orecchie, nello stomaco e nell’utero di G*****. Ora G***** conosceva il nome del “ragazzo che ama”, e quel ragazzo sarebbe stato suo.
G***** cominciò a parlare del suo lavoro: era una gallerista e pittrice a tempo perso. Tre o quattro anni fa, e chi se lo ricordava?, aveva esposto qualche schizzo, proprio nella città di lui e di lei:
“Sì, non so se avete presente? No? Comunque è poco importante. Per me è un hobby, forse anche meno di una passione?”
“Perché?” chiese la ragazza amata tagliando la piadina al prosciutto crudo.
“Come perché?” ribattè sorridendo G*****, torcendosi le mani sotto il tavolo.
“Ah… no niente… intendo dire: perché è meno di una passione?”
“Non lo so, forse perché non credo di avere il fuoco sacro dell’arte. Voglio dire: mi piace. Infatti il mio lavoro consiste nel vivere con gli artisti, parlare con le gallerie, ma… come dire? Potrei fare questo, ma anche altro… viviamo in un'epoca così frammentaria: scegliamo sempre tutto e mai nulla, insomma...”
Mentre diceva queste cose gesticolava leggiadra usando le proprie sinuosità come naturale accompagnamento alle parole: la musica era il suo corpo. Aveva piena coscienza delle sue mosse, e se T****** era indaffarato a non pensare, G***** studiava meticolosamente le reazioni del “ragazzo che ama” ai suoi continui richiami. Ogni tanto faceva cadere una spallina del costume, lasciando intravedere una porzione soddisfacente di pelle bianca; contraeva la nuda pancia piatta e si rilassava contro lo schienale della sedia, in una posizione di accoglienza, come in attesa di qualcosa che le venisse incontro.
La conversazione scivolò veloce su altri interessantissimi argomenti. Poi smise di piovere. La temperatura non si era per nulla rinfrescata, anzi il temporale aveva lasciato una cappa d’afa molto noiosa. In più il sole era coperto e il mare un po’ mosso. Lui era leggermente irritato per la situazione: non trovava particolarmente piacevole la compagnia, anche se percepiva una sorta di pulsione nei confronti di G*****: non ne conosceva il motivo, ma la fisicità di G***** era una specie di refugium peccatorum. Ad un tratto si volse verso la sua ragazza e le prese la mano: era fresca. Lei lo guardò strabuzzando gli occhi e fece una delle solite facce buffe. Lui sentì come un irrefrenabile benessere e sollievo, qualcosa per cui commuoversi davvero sotto le lenti scure. Alla vista della mano di lui in quella di lei, una stretta forte come anelli di una catena di titanio, G***** capì di non poter resistere all’eccitazione.
In quell’istante iniziò a rotolare una biglia di vetro verso un terrificante baratro: il telefono di lei cominciò a squillare. Lei sospirò, lui lasciò la sua mano, ma solo per accarezzarle la nuca, cercando di scioglierle un nodo tra i capelli.
“Scusa ma devo rispondere…”, prese il cellulare e disse: “Pronto… ok, ora basta… no, ascoltami tu… è tutta colpa mia…”
Sì lui lo sapeva bene. Era tutta colpa sua. Sua era la colpa di aver incontrato un folle, di lei la responsabilità di averlo fatto entrare nel loro contesto, e sempre sua la colpa… beh di quello che aveva fatto. Lui cominciò a pensare che nulla più gli sarebbe davvero importato dopo di lei, che dopo di lei avrebbe disperso la propria tenerezza in milioni di piccole briciole, come schegge infrante di schegge infrante di altre schegge infrante: il suo cuore di sarebbe sfilacciato, lasciando il posto al nulla affettivo.
Ora lei alzava sempre più la voce. T****** e G***** fingevano molto bene di non ascoltare: G***** finse di far capitare per sbaglio la caviglia sottile contro quella di lui. Lui ebbe freddo: la caviglia di G***** era caldissima e liscia. Ora G***** si stava accarezzando la coscia con un movimento ipnotico del corpo. Lui era stanco di ascoltare e dimenticare: “Stai un po’ urlando…” disse all’improvviso alla propria ragazza.
Lei si voltò di scatto, ma oltre gli occhiali da sole di lui non vide nulla: “Hai ragione, mi alzo, vado in spiaggia e ti giuro: sarà l’ultima volta.” Gli posò la mano sulla guancia, lo baciò sulla bocca e si alzò. Si diresse verso la spiaggia con il cellulare all’orecchio e le lacrime negli occhi.
Lui fu tentato di rincorrerla più volte nei minuti che seguirono, ma G***** cominciò a parlargli frastornandolo: dietro gli occhiali da sole vedeva il seno di G***** procedere sempre più verso di lui. Le loro ginocchia si scontravano e si strusciavano. T****** era una figura in lontananza, un commensale assente, un invitato alla performance. Ma ad un tratto disse: “Chi viene a farsi un bagno?” Lui lo guardò alzarsi, vide i suoi addominali palestrati, rise dentro di sé e rifiutò. Avrebbe voluto essere con lei, voleva raggiungerla, abbracciarla, sentire le sue mani sui suoi occhi; ma rimase solo con G*****.
(continua...)

martedì 23 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - seconda parte

di Ezechiele Lupo
“Scusami… mmh… come cazzo si dice?” Come cazzo si dice lo voleva pensare ma in realtà lo disse.
Lei rispose subito: “Si dice scusami… siamo connazionali…”
“Ah… per fortuna, cioè mi spiace di averti tamponato.” Disse T****** grattandosi i nerissimi capelli all’altezza della bassa fronte. Era abbronzato ed alto: gli addominali parlavano di giorni di palestra invernale.
“No niente, anche io guardavo… guardavo su.”
“Su?”
“Sì il cielo… boh vabbè. Ciao…” Disse il suo nome.
“Piacere T******.” Il problema ora era, come al solito, uscire dal pantano del da quanto sei qui?, ti piace qui? Il narratore ovvierà omettendo.
Lui aveva inforcato gli occhiali da sole e giaceva nell’aria, cercando, con l’ultimo romanzo di Baltazàr João, di farsi ancora più ombra. Ma era scomodo e questo gli dava un gran fastidio. Ad un tratto piovve, anzi no: era lei che gli strizzava i capelli addosso. Lui uscì dal romanzo, la guardò ridere sotto gli occhiali e disse: “Come fai a stare così tanto in acqua?”
“Boh… è che tu vuoi nuotare a basta. Ti fai la tua nuotata e poi per te è finita lì.”
“Mi devo tenere in forma lo sai…” Lei non disse nulla e si sdraiò sull’asciugamano. Subito lui posò Baltazàr e accostò la spalla alla sua: era fresca. Poi, puntandosi sul gomito, le venne un po’ sopra per baciarle le labbra. Squillò ancora il telefono, e ancora ebbero paura: lei vide la paura spandersi sulla fronte di lui come alito su uno specchio. Lui vide negli occhi di lei le vecchie spaventose indecenze.
G***** vide T****** uscire dall’acqua con passo deciso, ma fece finta di non notarlo: continuò a scarabocchiare il disegno di una rupe rocciosa, che avevano visitato il giorno prima, sdraiata a pancia in giù con il costume slacciato, reggendosi sui gomiti. Quando T****** piombò al suolo con molta stanchezza per la lunga nuotata, G***** provò un certo malessere.
“Ho incontrato due dei nostri… cioè una sola. E’ una ragazza, ma mi ha detto che è qui in vacanza con il suo ragazzo. Mi sono imbattuto in lei mentre nuotavo vicino la riva… guarda mi pare siano là in fondo, li vedi? Vicino a quegli ombrelloni rossi.”
G***** volse la testa nella direzione indicata e lo vide: stava baciando la sua ragazza. Quella doveva essere la ragazza incontrata in acqua, quella era una ragazza amata. Senza parlare riprese a disegnare, guardando ogni tanto il mare. I suoi glutei si contraevano e si rilassavano ritmicamente come meccanici pistoni: si stava forse eccitando disegnando una rupe? T****** intraprese una lotta con il celeberrimo gioco dei bagnati: il sudoku. Dopo poco ne uscì stremato e svogliato.
“Andiamo al baretto? Ci prendiamo un the freddo o qualcosa del genere? Io ho sete.” Disse T****** per lenire le ferite morali. G***** lo guardò negli occhi: voleva dire no, ma disse sì. Alzandosi ricompose il proprio reggiseno e occhieggiò la ragazza amata: era al telefono, mentre lui leggeva un libro. In un tempo piccolo, infinitesimo, il volto occhialuto di lui crollò a destra, in direzione di G*****. G*****, benché sicura di non essere la causa di quello spostamento del punto di vista, constatò con gioia che sì: si stava proprio eccitando.
Non vedeva nulla. Non riusciva a leggere ancora Baltazàr. Lei era al telefono da trenta secondi, ma a lui sembravano sempre gli stessi trenta secondi ripetuti da settimane, mesi persino. Lei alzava la voce, era agitata, continuava a muoversi pur stando seduta con le gambe incrociate: una frenesia angosciosa. Il mare ballottava leggermente ora. Lui le sentiva dire parole nette e pulite: basta ti prego, non chiamarmi più. Poi la conversazione si interruppe, lei si chinò leggermente su di lui: “Ha usato un numero diverso… ti prego…”. Lui si tolse gli occhiali da sole. I loro occhi nocciola afferravano tutto lo spazio che separava le loro bocche: uno spazio pieno di scambievole devozione.
“Non importa davvero, non mi importa. Non penso sia importante, veramente. Noi siamo qui, vogliamo stare qui insieme…” disse lui cancellando per la milionesima volta dalla mente il tradimento di lei.
“Io voglio stare qui: è molto bello.” Disse lei armeggiando con la sabbia dietro la testa di lui.
“E allora: secondo me quello che si fa si può fare e non ci sono alternative o possibilità. Il presente è sempre reale. Siamo qui insieme ed è l’unica cosa che potevamo fare. No? Te l’ho già detta tante volte la mia teoria. Ogni cosa che facciamo, se la facciamo, è perché non esiste alternativa. Sì mi pare che così suoni bene…” rise abbastanza compiaciuto. Rise anche lei e lo abbracciò ancora una volta. Una nuvola coprì il sole mentre lui prendeva gli occhiali: era tutto reale e presente. Era tutto reale e presente.
(continua...)

lunedì 22 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - prima parte

di Ezechiele Lupo

Una serie continuata di curve accompagnava la vettura azzurra lungo una discesa dolce dolce verso la costa occidentale.
Prima a destra, poi a sinistra il barcollio generoso della strada declinava dagli altipiani giù verso le spiagge costiere; ogni tanto tra le rocce a sbuffo, l’impervia mediterranea, generosa vegetazione bassa, scorciava la vista un lembo di acqua azzurra, come un pareo senza valore, il cui colore decresce dal blu al bianco, con gradualità. Sopra, il sole delle dieci d’un agosto benaugurante illuminava il cielo scintillante. Dai finestrini aperti entrava un gran rumore: il vento frascheggiava tra il suo copricostume leggero e le sue magliette celesti. Due paia di occhiali da sole rendevano il tutto più sopportabile, sia per lui, che per lei.
Distante qualche centinaia di metri più in basso T****** e G***** stendevano due teli mare sulla sabbia bianca: processo che avveniva in quel momento con cura, sfidando, ancora vestiti, l’afa del golfo di P*******. Con lo sguardo rivolto al mare chiaro e freddo, T****** sedeva in attesa della protezione solare, che lo schermò poco dopo, condotta dalle mani di G*****, intorno alle sue spalle.
Intanto la monovolume parcheggiata sull’ultimo tornante prima del camminamento pietroso, già diventava un forno mobile. Lui e lei scendevano con gli occhiali scuri, mano per mano, lungo il camminamento che lui aveva giudicato meno impervio. Un piede in fallo e una vacanza rovinata. Il mare senza onde pareva una meta luccicante e bellissima, un obiettivo ricco di calma; gli alti alberi frondosi e tropicali appoggiati alla base della costa rocciosa avrebbero assicurato un’ombreggiatura perfetta per le ore post meridiane: le ore dello stordimento corporeo. Ad un tratto il cellulare di lei squillò tra gli sterpi. Si fermarono, lui la guardò come spaventato, lei ricambiò lo sguardo, prese il cellulare e disse “E’ mia madre…”, e infatti non rispose. Lo mise nella borsa da spiaggia e accarezzò con la stessa mano la guancia di lui; poi si avvicinò e lo baciò: “Che palle era mia madre…” ripeté lei sorridendo. Lui la baciò ancora. Vennero superati nel camminamento da tre o quattro tedeschi bianchi e rossi alternati come in una caprese difficilmente digeribile. In quei giorni i loro fisici raggiunsero il massimo splendore: erano giovani bianchi caucasici, abbronzati e un po’ scottati, asciutti e magri (lei con le giuste forme, lui non certo un palestrato), con l’avvenire negli occhi nocciola e qualche concreta ambizione incatenata a concrete paure. Sensibili, quanto basta per vivere in questo tempo senza soffocare, alle sollecitazioni del “mercato delle cose”; rivolti alla ricerca di una genuinità anche un po’ snob, ma senza ipocrisie. Un buon vino al ristorantino economico ed accogliente, una pasta col pomodoro fresco nella casetta affittata per due settimane, qualche dolce al cioccolato/pere, un film scaricato da internet alla sera e guardato sul laptop nel piccolo patio, tra la brezza del dopo cena e frequenti abbracci sotto il lenzuolo bianco, scosso dal fremere dei loro bacini. Un caffè con dei biscotti e una spiaggia ogni mattina.
Mentre lei stendeva il suo asciugamani sulla sabbia, lui era già in dirittura bagnasciuga: poi ricordandosi di avere ancora gli occhiali da sole, tornò indietro. Lei lo guardò dal basso, ed in ginocchio, si tolse il copricostume rivelando un due pezzi bianco e rosso, per nulla volgare. “Andiamo a fare un bagno?” disse lui togliendosi gli occhiali da sole, “Ora?” chiese lei, “Non siamo pronti forse?” e le tese la mano in un gesto come di benedizione. Lei si sollevò tenendo i piedi sull’asciugamano e lo abbracciò: era fresca.
Erano nell’acqua da qualche minuto e lui era già al largo: amava nuotare oltre le boe, quando c’erano. Il riverberò del sole, la trasparenza acquatica dell’acqua mostravano l’immagine del corpo di lei nell’atto di liquefarsi: era solo un’impressione. Guardò a riva verso le loro cose, lo zaino verde di lui, e la sua borsa del mare, “chi me l’ha regalata quella borsa?” pensò per un attimo; poi si voltò a causa di una percezione: la percezione della presenza di lui. Infatti lo vide procedere ad ampie bracciate, inabissarsi sciogliendosi come olio nell’acqua, e ricomparire davanti a lei. “Ciao… posso tirarti giù il costume?”
“No, è tutto trasparente. Vieni qui…”, lo cinse ancora con le braccia intorno alle spalle, prendendosi i gomiti con le mani: era fresca. Lui la prese per la vita, la sollevò facendo aderire i corpi bagnati e cercò di trascinarla al largo.
“No dai, stiamo qui. Un po’ così…” chiese lei. Forse era possibile farlo.
“Oh… certo. Posso cercare di salvarti la vita tipo bagnino?”
“No. Stai fermo qui.”
Si separarono dopo qualche minuto e lui tornò a sdraiarsi sul telo. Lei si distese tra il piattume del mare, vicino alla costa. Poi T****** la colpì ad un braccio mentre nuotava uno scomposto crawl. Lei si sommerse per un attimo e riemergendo si guardarono negli occhi.
(continua...)

lunedì 19 gennaio 2009

Ti rinfresco la memoria - ultima parte

di Ezechiele Lupo
Non si fermarono e giunsero a casa col sottofondo della radio che Luca aveva acceso tanto per non farsi vincere dal desiderio di parlare.
Appena spento il motore Paola usci dall’auto sbattendo la portiera. Luca abbassò lo sguardo e scosse la testa: era pieno di brividi, forse aveva la febbre. Tolse il frontalino dall’autoradio e lo ripose nel cassetto del cruscotto. Poi aprì la portiera, uscì e si trovò di fronte lei che gli sorrideva un po’ colpevole: gli prese la nuca e lo baciò. Lui la guardò come si guarda dietro qualcosa in primo piano, mentre lei gli chiedeva: “Che c’è? Che hai?”
“Niente. Perché? Forse non sto tanto bene.” Rispose lui. “Oh poverino.” disse Paola.
Raggiunto il piano, dopo sorrisi scambiati in silenzio in ascensore, Luca aprì la porta, si tolse il cappotto di lana e si sdraiò sul divano con i piedi penzoloni; prese il telecomando e accese la tv.
Paola andò in cucina e dopo un minuto tornò con un sacchetto di patatine al formaggio ed una birra.
“Ti ho portato un aperitivo, Lu: dividiamoci birra e patatine per sancire la pace.”
Lui la guardò sulla soglia della cucina che comunicava con il salotto, le sorrise, ma già pensava ad altro. Si voltò a guardare la tv.
Paola si sedette in un angolo del divano e cominciò ad accarezzargli la testa; poi gli baciò con piccoli baci socchiusi tutta la fronte, scendendo fino alle guance. Lui le prese il viso con la mano sinistra e la baciò sulle piccole labbra. Lei gli si concesse volentieri sul divano.
Erano sotto una coperta di pile mezzi nudi che vedevano un quiz preserale. Lui ogni tanto stringeva la mano di lei sotto la coperta, lei lo baciava sulla guancia. Nessuno dei due pareva particolarmente attento alle domande in televisione, ma tra di loro non parlavano.
Durante la cena continuarono a guardare la tv, le notizie al telegiornale, un programma satirico. Mentre Paola sparecchiava Luca si accese una sigaretta e, accostandosi alla finestra, guardò fuori: un quartiere silenzioso il loro, con tanti palazzi e poco verde, prettamente residenziale, ma tutto sommato ben vivibile. Ora la neve sembrava arancione e tutto risplendeva con quiete e tristezza.
Paola gli si avvicinò e gli disse: “Che c’è? Non parli più.”
“No, niente: pensavo ancora…” lei lo fermò subito: “Luca davvero, basta lo sai benissimo che quel camper non ce lo possiamo permettere.”
“Paola hai ragione; ma io sono sicuro che ci deve essere un modo. Sono convinto che anche una coppia neotrentenne nella capitale del facoltoso nord può permettersi un cristo di camper, pagandolo a rate.” Dichiarò lui, alzando un po’ la voce, guardandola fissa negli occhi e sperando di nascondere tutti i dubbi in quei concetti semplici e precisi. Paola distolse lo sguardo e si appoggiò al lavello incrociando le braccia: sembrava pensare a qualcosa, tuttavia invero prendeva solo tempo, per fargli credere di non avere già la risposta.
“Luca, proprio una coppia di neotrentenni, come dici tu, nella capitale del nord, non può permettersi un camper da 45000 euro.”
“Ma tu non capisci: il risparmio futuro? Non lo consideri? Questo è un investimento, Paola!”
Lei andò a sedersi sul divano: guardava il pavimento come se lì potesse trovare qualcosa di più interessante del proprio ragazzo. Allora Luca si affrettò a sedersi vicino a lei e le prese le mani:
“Sono sicuro che me lo rinnovano il contratto: ormai è un anno che sono là, non gli conviene mandarmi via. – lei lo guardò come per dire sai benissimo che è esattamente il contrario – Anzi sono sicuro che mi proporranno qualcosa di meglio. Sì davvero, Paola, veramente non volevo dirtelo, doveva essere una sorpresa, ma tant’è: ho sentito Terzulli che parlava di soldi che dovevo arrivare per un grande progetto, una cosa da milioni di euro. Mi terranno vedrai.”
Lei lo guardò intenerita. Poi gli disse:
“Va bene, ok: ti rinnovano il contratto, ti aumentano lo stipendio. Ma ora? Ora non abbiamo garanzie, niente di niente. Nessuna finanziaria ci farà un prestito, nessuna banca. Possibile che non ragioni, Lu?”
Lui si appoggiò allo schienale del divano e senza dire una parola si mise a maneggiare il cellulare.
Paola lo guardò per un po’ cercando di attirarne l’attenzione. Poi disse: “E ora? Che fai? Stavamo parlando…”
Lui posò il cellulare e chiese: “Se facessimo garantire i miei? Lo intestiamo a loro e noi paghiamo le rate. Dai sì, mi sembra un’idea. Voglio dire: in qualche modo dobbiamo fare.”
“Non compriamolo, per dio Luca!” Si alzò di scatto gridando.
“Non è una soluzione: è una rinuncia. Perché rinunciare ad una cosa che potremmo tranquillamente avere semplicemente ragionandoci con calma? Solo per il tuo pessimismo, cacchio.” disse Luca cercando di crederci, di attingere al suo pozzo di volontà.
“Perché è una cosa superflua, non ci serve, è un capriccio in fondo: svegliati Luca è già tanto se riusciamo a pagare l’affitto. E poi chiedere aiuto ai tuoi: certo loro sono sempre pronti, ma così non faremo mai nulla, non farai mai nulla se sono sempre pronti a sganciare per dei capricci…”
“Non è un capriccio. Sei tu che non capisci niente: è un investimento.”
“Un investimento che non ci possiamo permettere: rassegnati alla realtà. Questo è tutto quello che possiamo avere, basta. Le cose vanno così, Luca, devi prenderne atto: i tuoi non ci devono aiutare a comprare un camper.”
“Ma perché se possono farlo? Tutte le coppie giovani si fanno aiutare dai genitori: oggi è così, altrimenti non si potrebbe andare più fuori di casa.”
“Sì, hai ragione, ma non per comprare qualcosa di superfluo del costo di 45000 euro…”
Luca la interruppe per dire che era un investimento, allora Paola si alzò e allargando le braccia disse: “Fai quello che vuoi, fattelo comprare dai tuoi ‘sto camper…”
“Non me lo faccio comprare, non hai capito allora.”
“Sì, sì che ho capito…” disse lei ormai già in cucina.
Luca aumentò il volume del televisore, ma dopo pochi secondi si alzò per raggiungere Paola in cucina.
Lei era seduta con il mento poggiato sulle braccia incrociate sul tavolo: stava guardando la fruttiera con due banane e due arance. Lui si sedette vicino a lei: un braccio appeso alla spalliera della sedia, l’altro sul tavolo; giocherellava con il cellulare nella mano destra.
“Perché ti devi arrabbiare? Se si può fare, si deve fare. Io la penso così.” disse Luca avvicinandosi all’orecchio di Paola.
“Lo so, ma in questo caso penso non sia giusto. Non si fa così: tu non riesci a capire la situazione precaria, pensi ancora che siamo in un momento di assestamento, che ti assumeranno, che io troverò lavoro.”
“Ed è così: è logico che è così.”
“Logico? Perché sarebbe logico? Qual è la logica che sottende questo tuo ragionamento?”
“E’ così. E’ così e basta. Altrimenti si dovrebbe pensare veramente di non avere futuro.”
Fine

domenica 18 gennaio 2009

Ti rinfresco la memoria - seconda parte

di Ezechiele Lupo
Luca e Paola attraversarono l’immenso parcheggio, ancora ghiacciato per la neve caduta in quei giorni, fino a raggiungere la loro auto. Entrarono in silenzio, ognuno pensando alle cose da dire.
“Comunque è bello, no?” attaccò lui con entusiasmo molto studiato.
“Cosa?”
“Come cosa? Il camper. Cioè sembra davvero la coperta di una barca, molto elegante. E poi c’è un sacco di spazio, non credevo. Molti camper sono angusti, stretti, con luci un po’ soffocate. Insomma se fai una spesa del genere devi puntare a questi livelli: perché comunque devi vivere lì dentro magari anche un mese…”
“E quando mai abbiamo fatto vacanze di un mese?” lo interruppe lei guardando la strada sempre più buia attraverso il parabrezza.
“No, dico per dire: devi pensare in prospettiva, a lungo termine. Non si può comprare una cosa, che poi tra due anni non ti trovi bene, sei scomoda ad usarla per lunghi periodi.” rispose lui già presentendo quella lieve sensazione di inquietudine che era portato da sempre a reprimere.
“Mah… se lo dici tu…” disse Paola abbassando il parasole e aprendo lo specchietto per guardarsi.
“Mamma mia quanto sono brutta!” continuò scossa da un nervosismo lamentoso.
Luca le prese subito la mano sinistra e le disse: “Non è vero, non mi sembra proprio: sei bellissima, stai benissimo.” Ma tanto sapeva che era inutile, tuttavia doveva farlo, non poteva lasciare nulla di intentato.
“Grazie, ma non mi sembra proprio: oggi sono proprio brutta.” concluse chiudendo lo specchio del parasole. Poi svicolò dalla presa di lui e si mise a fissare il buio.
Per un po’ rimasero così. Lui non aveva nemmeno acceso la radio: sapeva bene che non ci sarebbe stata l’occasione per ascoltarla. Ora il problema era: continuare a parlare come se nulla fosse, come se lei fosse pronta ad interloquire e a trovare una soluzione per l’acquisto del camper, ricevendo in cambio mezze risposte molto poco costruttive, o, bensì, mettere subito le carte in tavola, farla sfogare, innervosirsi e non parlarsi per tutta la serata?
“Certo anche con lo sconto la cifra è forte…” fece Luca per farle capire che non era scemo, che intuiva bene la fonte del malumore, che anche lui vedeva grossi problemi, senza rinunciare però al suo ottimismo della volontà.
“Ma Lu, ancora ci stai a pensare? Scusa ti sembra minimamente realistico prendere in considerazione una cifra del genere? Prima di tutto non ce li abbiamo quei soldi, intendo materialmente. Dove sono? Non so, hai un conto segreto di cui non mi hai parlato?”
“Ma figurati… comunque dicevo così tanto per parlare…”
“Eh sì, tanto per parlare: non voglio parlare. Non capisco nemmeno perché ci siamo andati in quel posto infernale, di sabato pomeriggio, pieno di gente, con ‘sto freddo e le strade ghiacciate.”
“Ci siamo andati perché pensavamo, ti rinfresco la memoria – lei fece una smorfia e disse a bassa voce gne gne ti rinfresco la memoria – sì, sì, ti rinfresco la memoria, perché mi sembra che tu non ti ricordi che abbiamo deciso insieme di andarci. In fondo, oltre la spesa iniziale, che, non sono scemo, è pesantissima, tutto sommato, sul lungo periodo, ci potrebbe far risparmiare. Non avremmo più bisogno di prenotare alberghi costosi o affittare a prezzi folli case al mare; con un camper si potrebbero anche fare viaggi molto lunghi, potremmo agevolmente fare quel giro che volevi, lungo la via che porta ad Istanbul, in poco tempo e risparmiando, e poi con gli amici divideremmo i costi di benzina, autostrada e tutto il resto.”
“Allora dai compriamolo – Paola cominciò ad alzare la voce – dai su, torna indietro e blocchiamolo: non vorrei mai che ci fosse un’altra coppia di giovani precari in affitto, con la voglia matta di spendere 45000 euro per andare in Turchia con un cazzo di camper!”
“Ma non sto dicendo di prenderlo: dico solo che pensandoci, magari con calma, potremmo trovare una soluzione: certo che se bisogna partire da questo presupposto…”
“Luca: penso che tu sia completamente fuori dalla realtà. Chi ce li dà quei soldi? Come facciamo a mantenerlo? Non abbiamo nemmeno un box.”
“In strada. Che problema c’è? Tanta gente lo fa: non vedi mai camper parcheggiati?”
“No mai.”
“E qui ti sbagli: davanti a casa di Lorenzo? Eh? Eh? Ah non rispondi, ti ho colto in fallo. E che non sia un’allusione erotica per il dopocena.” Luca si voltò sorridendole e le carezzò il viso indurito. Paola non rispose, ma nemmeno si sciolse. Dopo un po’ Luca se ne venne fuori con una proposta: “E se chiedessimo un finanziamento?”
Paola scosse la testa e tentò di mantenere la calma, ma la sua voce sussultava come stremata:
“Ma che dici? Ma stai scherzando? Luca davvero… un finanziamento? Ma come pensi di ottenerlo? Hai un contratto trimestrale che non si sa se tra un mese ti rinnoveranno. Non li danno i finanziamenti ai precari. Basta, basta davvero: Luca dimentichiamoci questa storia.”
Paola si accasciò al poggiatesta e chiuse gli occhi.
Luca sapeva bene che non avrebbe dovuto più aprir bocca fino a casa. Ma quell’inquietudine che ormai gli spossava le braccia, i tentativi di restare calmo, di ragionare in quelle situazioni di contrasto, finivano per essere controproducenti: lo portavano sempre a dire qualcosa di troppo, forse perché in fin dei conti non accettava che vincesse il pessimismo della rassegnazione.
E chiudeva sempre col sostenere qualcosa di stupido ed irritante:
“Mah… non si sa mai… magari qualche banca ci farà credito, che ne sai? Ogni caso è a parte, non puoi dirlo a priori: poi non saremo precari a vita.”
“Sì bravo è vero: io non sono nemmeno precaria, sono disoccupata. Ma come ragioni Luca? Che prestito ci devono fare? Non fanno prestiti ai precari come te!”
“Ma che ne sai? Che palle con questo disfattismo, davvero. E poi così… si fa per parlare…”
Lei lo guardò sbarrando gli occhi e lui capì che già era esplosa.
“Fermati: fammi scendere.” proruppe Paola.
“Ma che dici? Dove vai? Vabbè dai non ne parliamo più, dai, non facciamo cazzate.”
“No. Basta. Fammi scendere, non ho voglia di stare qui, torno a casa da sola: fermati ti ho detto…”
(continua...)

sabato 17 gennaio 2009

Ti rinfresco la memoria - prima parte

di Ezechiele Lupo


“Qui potete vedere il nostro reparto più chic, diciamo così, più nobile. I mezzi rappresentano il top di gamma delle marche che abbiamo passato in rassegna prima: questo, guardate questo qua: questo, montato su tecnologia Iveco Daily, mansardato, guardate, guardate qua. Ma venite dietro venite ragazzi; spazio garage per il vostro motorino o persino moto d’acqua, o più semplicemente il vano resta dedicato a due letti. Ma ragazzi: gli interni? Volete vederli? Guardate… porta d’ingresso con zanzariera scorrevole, amplissima zona giorno, guardate, due tavoli, quattro sedute ottime per i bambin; non avete bambini? Beh ma questo è l’investimento per i prossimi dieci anni: dieci anni di vacanze dove volete, quando volete, a costo zero. Ma guardate, guardate l’angolo cottura, il frigo quindici litri, il forno. E la linea: di ispirazione nautica naturalmente.”
Luca e Paola seguivano attentamente con lo sguardo le evoluzioni descrittive del rivenditore: si muovevano ritmicamente come una persona sola per star dietro ai suoi gesti, alle sue dita indicatrici. Ogni tanto sorridevano, si guardavano come per dirsi: a me piace, a te?
“La mansarda: potrebbe dormirci un gigante. Quanti figli avete? Nessuno? E vabbè… sapete quante vacanze con gli amici, con coppie di amici…”
Luca e Paula annuirono. Stavano forse già pensando a chi invitare per questa Pasqua nel loro camper super attrezzato con gli interni in radica di ispirazione nautica? Forse potevano chiederlo a Marco e Linda, i bambini li potevano lasciare dai nonni; o forse avrebbero invitato Fabio, Laura e Antonella.
“E quanto verrebbe?” chiese Luca appena scesi dal camper.
“Bhe innanzi tutto le devo dire che abbiamo formule di scontistica e di pagamento dilazionato con rate a partire dal gennaio 2010, assolutamente vantaggiose. La nostra politica è proprio quella di venire incontro al cliente nel miglior modo possibile, soprattutto dal punto di vista delle liquidazioni.” Rispose senza rispondere il rivenditore.
Luca sfiorò per sbaglio la mano di Paola, la guardò e riconobbe quell’espressione di sfiducia e risentimento che palesava verso le persone che la facevano innervosire: era un brutto segno quello, il risentimento si sarebbe indirizzato verso qualsiasi cosa nelle ore successive.
“Bene, bene, fate anche finanziamenti – disse Luca – e quale sarebbe il prezzo, invece, complessivo?”
“Siamo di fronte, consideri, al top di gamma, un prodotto fatto per durare, motore e scocca di ultima generazione montati su standard Iveco Daily. Questo gioiello viene 49.999, ma per due giovani, che si sa i problemi del lavoro, la crisi, abbiamo un piano di scontistica, che se mi seguite in ufficio ve ne parlo bene bene.” Detto questo li precedette a passo deciso attraverso una lapidaria sequela di camper bianchi.
(continua...)

sabato 18 ottobre 2008

Colmare di certo l'incerto

di Ezechiele Lupo

Quando dalla nostra finestra, divelto il vetro, fece irruzione la lampada d’ottone del lampione di fronte a casa, mio padre decise che era giunto il tempo di andarcene. Avevamo resistito per tre mesi alla guerra che impazzava tra le strade della periferia, perché quel tempo ci aveva messo per giungere alla nostra porta, anzi alla finestra. Quella pesante lampada, quella polvere scintillante dei vetri in frantumi erano stati i messaggeri (forse divini) dell’imminente distruzione della casa nella quale ero nato. Al centro quasi esatto della sala, nel rombo di un silenzioso risucchio, si era fermata la pesante lampada, proprio in corrispondenza del lampadario di cristallo che pendeva dal nostro soffitto: quel perfetto asse di simmetria per la mia famiglia rappresentò il confine tra la vita e la fuga.
Caricammo poche cose in macchina.
Mia madre chiuse a chiave la porta di casa, pur sapendo che sciacalli, bombe e proiettili avrebbero trovato facilmente il modo per entrarvi. Passammo per le strade che facevano da raccordo tra la metropoli e i dintorni industriali: io, mio fratello, mia madre e mio padre che guidava, portavamo sulla testa delle pentole d’alluminio, elmetti fatti in casa perché non si sa mai. Giunti alla frontiera mio padre chiese a mia madre, che sedeva alla sua destra, di passargli passaporti e denaro contante. I soldati che avevano sostituito gli impiegati (decisamente più timidi in tempi come questi) ci bloccarono, schierandosi, mitra spianato, di fronte alla macchina: mia madre tirò fuori il braccio lentamente e sventolò una federa bianca. Dal finestrino vedevo questo candido drappo che si agitava enorme, senza vento, tra palazzacci grigi, sotto un cielo di piombo, pesante e pieno di rabbia o forse paura. Mio padre rallentò delicatamente e ci fermammo. Un soldato giovane si avvicinò e fece cenno di abbassare il finestrino: mia mamma continuava a sventolare terrorizzata ed assente la federa del cuscino. Poi un altro militare le intimò di fermarsi, e lei, trovando un sorriso nei meandri della sua agitatissima mente, si fermò. Mio padre allungò i passaporti al soldato, avendo cura di nascondere bene nel suo, i molti contanti che mia madre gli aveva passato. Quello guardò a lungo le foto sui documenti e diede qualche occhiata dentro al veicolo, poi disse: “Direzione?”, mio padre rispose subito, sicuro e senza esitazione “Z*******, C******”. Il soldato ci riconsegnò i passaporti e potemmo varcare finalmente quella frontiera.
Avremmo percorso qualche centinaio di metri quando una forza terribile, che pareva un fortissimo vento, spinse la nostra autovettura in avanti, sollevandola un poco da terra, e facendoci raggiungere una velocità folle: poi cominciai a non vedere più nulla. Ma non avevo perso i sensi. Nel buio più totale potevo sentire delle tremende esplosioni, una raffica di deflagrazioni assordanti, che ben presto si fusero in un unico potentissimo boato: come quando il troppo tremore conduce all’immobilismo. Ad un tratto mi accorsi che stavo rotolando su me stesso, mentre quell’assordante frastuono non accennava a diminuire. Continuavo a rotolare nel buio denso di polvere e terra. Poi mi fermai e piano piano ripresi a vedere. Mi ritrovai perfettamente seduto sul sedile di dietro, sano e salvo e senza un’ammaccatura. Accanto a me mio fratello dormiva, forse aveva perso i sensi, ma anche lui non aveva un graffio. Mio padre era accasciato sul volante, come addormentato. Mia mamma appoggiata al finestrino mezzo aperto: un sorriso tirato, ma nel complesso si sarebbe potuto dire che si stava godendo un sereno e soddisfacente sonno. Mi alzai in piedi sul sedile e guardai dietro di me: il cielo era nero, ma non coperto dalle nubi, era proprio nero, senza stelle, né luna. La città da dove eravamo fuggiti era illuminata in lontananza da fiamme altissime dalle quali si alzava una nube di fumo bianca: tutto sembrava ardere così dall’inizio, da sempre. Della frontiera potevo vedere le macerie fumanti: nessuna traccia dei giovani soldati. Scesi dalla macchina con la mia pentola in testa, che quasi mi copriva gli occhi. Appena i miei piedi ebbero toccato terra sentii un botto spaventoso, mi gettai al suolo terrorizzato, convinto che una bomba mi avrebbe smaterializzato da lì a poco: invece nulla, nessuna esplosione mortifera. Ma il rombo continuava fragoroso e paralizzante. Poi vidi segni di vita.
In lontananza, dalla città in fiamme, vidi corrermi incontro una muta di quadrupedi: il loro incedere rapidissimo, sempre più minaccioso, le zampe sbattute a terra con una velocità inconcepibile, facevano letteralmente tremare la terra. Mi raggomitolai al suolo, certo che mi sarebbero saltati addosso e mi avrebbero sbranato in pochi secondi; ma me li vidi passare avanti senza che mi degnassero di un ruggito, di un verso qualsiasi. Erano dodici esseri bastardi (non trovo altro termine per definirli), incroci tra lupo e leone, ma molto più grandi, con una foltissima criniera grigia, sopra un manto nero pezzato di bianco. Avevano il muso allungato e gli occhi rossi, dalla bocca mostravano dei canini superiori lunghi fino al mento. La loro coda era lunga il doppio del loro corpo, folta e sinuosa: sembrava godere di propria volontà. Seguii con lo sguardo la corsa di queste creature del buio, fino a che, dal nulla, spuntarono dodici enormi conigli bianchi, con le orecchie lunghe due volte il loro corpo. I conigli giganti balzarono addosso ai lupi-leoni mordendoli al collo: dopo una fragorosa lotta i conigli ebbero la meglio. I corpi dei leon-lupi si dissolsero appena l’ultimo afflato vitale lasciò i loro corpi, e comparvero dodici pozze d’acqua nera. I conigli giganti, come spinti da una forza inarrestabile, scalciando e soffiando fuoco dal loro naso, caddero nelle pozze d’acqua, da cui immediatamente uscì una luce accecante che mi costrinse a chiudere gli occhi. Quando li riaprii vidi che dai dodici stagni balzavano fuori ventiquattro rane nere, due per ogni pozza, con gli occhi verdi come lo smeraldo; queste rane cominciarono a saltare tutte insieme in fila nella direzione opposta alla città in fiamme. Lungo la loro direttrice di corsa, ad ogni balzo, il terreno si crepava: una larga crepa arrivò fino a me. Ad ogni salto delle ventiquattro rane, ventiquattro squilli di tromba provenivano dalla città. Intanto la crepa si estese fino all’orizzonte: un’altra esplosione, ancora più forte delle precedenti, scosse l’aria calda. Dalla crepa cominciò ad uscire acqua; dapprima piano, come un rivolo, poi sempre più velocemente. In qualche punto la crepa cominciava a diventare una voragine, dalla quale zampillava un getto d’acqua altissimo. Ebbi giusto il tempo di allontanarmi un po’, che la voragine si spalancò completamente: davanti a me ora c’era solo un oceano nero in burrasca. Dopo poco dalla città in fiamme provenne uno strano rumore, come un crepitio, come quando si perde la frequenza della radio: il rumore divenne sempre più fragoroso, quasi insopportabile. Improvvisamente l’oceano nero si calmò e ci fu la più grande esplosione che io abbia mai sentito in tutta la mia vita. Chiusi gli occhi e mi tappai le orecchie. Alzai le palpebre, tolsi le mani dalle orecchie: il mare nero era piatto, la città in fiamme sembrava più piccola di quattro volte la sua grandezza originale, la vedevo come attraverso una lente, e il silenzio permeava l’aria. Un silenzio imprevedibile e rilassante.
Non sapevo cosa fare, ma non riuscivo a stare fermo, così mi avvicinai alla distesa di acqua nera. Guardai in basso: sembrava petrolio, ma era indubbiamente acqua. Forse era anche pulita. Mi chinai per controllarne la temperatura: era fredda, ma non freddissima. Poi mi voltai per vedere cos’era successo ai miei genitori, a mio fratello e alla macchina. Tutto sembrava a posto: la macchina non aveva un graffio e i miei dormivano serenamente. Quando mi rivolsi all’acqua nera vidi un’enorme nave in lontananza. A vele spiegate correva verso terra, dove stavo io. Questo veliero di una grandezza smisurata viaggiava senza vento, e in pochi secondi mi fu davanti. Sulla prua gigantesca biancheggiava una statua di marmo raffigurante un leon-lupo alato, la cui coda fungeva da canapo per un’enorme ancora. Era tutto silenzioso. Ad un tratto la terra tremò. Prima piano, lentamente, un flebile dondolio accompagnava lo scorrere delle mie paure. Il pavimento della nostra casa, ricordo, tremava pressappoco così mentre transitava un tram nella nostra via. Il tremito si tramutò ben presto in vere e proprie scosse di terremoto: barcollai finché caddi. Dal suolo si susseguirono delle esplosioni; si formarono dei crateri dai quali uscivano violentissimi spruzzi di acqua nera. Intanto la terra tremava sempre di più, non riuscivo nemmeno a reggermi in equilibrio seduto. Dalla sommità delle gittate di acqua, prendevano il volo degli uccelli neri e bianchi col becco d’oro. Le loro ali erano lunghe il quadruplo del loro corpo. Contai dodici uccelli per ogni cratere, contai i crateri: erano ventiquattro. Il volo degli animali durò ben poco, perché, dopo qualche metro di ascensione, ricaddero a terra sotto forma di goccioloni d’acqua nera: fui lavato anche io.
Il terremoto cessò. L’enorme nave era ancora lì, muta e sola.
Finalmente accadde una cosa. Un portellone sul lato destro si spalancò, sbattendo pesantemente al suolo senza rumore. Da questo gigantesco antro uscì un uomo. Smilzo, molto pallido in viso, ma non sciupato, vestito in giacca, cravatta e pantaloni neri. Il suo volto era sereno e mostrava un sorriso rassicurante. Avvicinatosi a me, che stavo ancora a terra raggomitolato su me stesso, mi disse venticinque parole, che dimenticai immediatamente.
Poi si volse e tornò sulla nave.
Da quel giorno ogni venticinque giorni, da venticinque anni, mi sveglio e scrivo su un diario, a cui ogni anno aggiungo venticinque fogli, questa frase: “Mundus transit et concupiscentia eius”.
Il mio nome è Jovanni T******, e sono uno scrittore.

lunedì 29 settembre 2008

Racconto Nero (Racconto Bianco)

di Ezechiele Lupo

Da bambino mi piacevano gli astucci multistrato. Quelli in cui ogni matita, ogni penna, ogni pennarello, e poi il temperino, la gomma, anzi le gomme, avevano il loro alloggiamento: un anello di elastico e stoffa che teneva tutto fermo, tutto al suo posto.
Poi alle medie, ma forse già in quinta elementare, ho cominciato ad usare astucci a busta: tutto diventò più confuso e disordinato. Al ginnasio usavo una piccola scatola di latta, grigio metallizzato, che conteneva una penna, una matita e una gomma. In prima, seconda e terza liceo non avevo niente; chiedevo in prestito tutto e perdevo tutto, quasi quotidianamente. Cosa vorrà dire? Che il disordine porta al nulla? Ma allora anche l'ordine conduce al disordine. Che porta al nulla. E dal nulla rinasce l'ordine. Insomma l'evoluzione di un astuccio può rappresentare una weltanschauung? Sì penso di sì.
Ora è tutto disordine.
Un giorno provo a prendere tutte le penne, le matite e i pennarelli che trovo sulla scrivania, nei barattoli, nei cassetti, sopra il comodino (escludo le matite per gli occhi di mia moglie) e cerco di catalogare. Ma non mi decido quale dev'essere la discriminante e lascio stare: tutta quella fatica a rintracciare tutte quelle matite, quelle penne, quei pennarelli. Un altro giorno apro un cassetto e vedo una vecchia scatola di pastelli a cera; la apro e appare uno spettacolo bellissimo: ogni spazio è occupato da un pastello, tutti i pastelli sono della stessa altezza e da sinistra a destra sono ordinati per progressive gradazioni di colore. Rimango affascinato da quella perfezione, dall'armonia e dalla bellezza. Quanti anni erano che qualcosa di mio non era così ordinato, ed equilibrato.
Erano sei anni che non scrivevo una lettera a mio fratello.
Decisi di andare da una psicologa.
Il mio medico curante aveva appena affittato una stanza del suo grande studio ad una psicologa: la dott.ssa B****. Un giorno, sarà stato aprile, andai a farmi prescrivere un antibiotico e vidi questa nuova targhetta sulla porta d'ingresso. Due studi quindi, ma una sola sala d'aspetto. Mi vergognavo e divertivo molto a pensare quali tra questi pazienti che attendevano, come me, il loro turno, fossero in realtà dei picchiatelli, e quali invece, come me, fossero sani: almeno di mente. Mi divertivo e mi vergognavo, sì: perché anche gli altri avrebbero potuto pensare di me le stesse cose. Anche loro avrebbero potuto fare illazioni riguardo la mia salute mentale, anche loro avrebbero potuto pensare: "ah… quello lì si vede che sta male, poveretto…". Ecco perché ogni volta che andavo dal mio medico mi preoccupavo di essere sempre in ordine. La preparazione iniziava dalle scarpe: ogni volta le pulivo e le lucidavo; ma non solo. Già perché avevo anche cura di alternarle, nel caso, alquanto remoto per la verità, avessi incontrato le stesse persone della volta precedente. Prima di uscire di casa inoltre stiravo i pantaloni, indossavo una bella camicia, e solitamente una cravatta allegra, ma non pacchiana. Poi infilavo una giacca, anche sportiva talvolta, di velluto, o di filo di scozia. Non portavo le lenti a contatto, ma mettevo gli occhiali: danno decisamente tutta un'altra aria. Pettinavo i capelli che cercavo di tenere sempre alla medesima lunghezza: esprimevano un senso di ordine, di cura, di autostima direi quasi. Eppure… eppure qualcosa andava sempre storto, c'era sempre un particolare che turbava questo ordine, questa bellezza. Le scarpe si sporcavano se pioveva, i pantaloni non tenevano la piega, il nodo della cravatta non era triangolare e sottile come piace a me, oppure avevo le mani sporche di vernice. Insomma c'era sempre qualcosa fuori posto. Ma confrontato agli altri pazienti ero di gran lunga il più ordinato. Una volta entrò un uomo sulla cinquantina, grasso, gonfio direi quasi, con la pelle cotta dal sole: indossava dei pantaloni blu di un tessuto scadente e rigido, aveva ai piedi pesanti scarpe da lavoro, e un gilet del colore e della stoffa dei pantaloni. Sotto il gilet portava una smunta maglia nera. I suoi occhi chiari significavano smarrimento quanto la camminata inferma. Quello era senza dubbio un paziente della dottoressa B****.Certo, era un caso eclatante, riconoscibile tra mille; ma ce n'erano altri che cercavano di nascondere le loro patologie, di far finta di essere sani di mente, come me. Ma io li ho scoperti tutti: tutti. Ad esempio: un pomeriggio di settembre si siede in sala d'aspetto un uomo che al massimo avrà avuto quarant'anni. Io sfoggiavo scarpe bianche di Prada, jeans Emporio Armani, camicia blu e maglioncino bianco a righe blu in stile marinaretto: impeccabile e ordinato (se escludiamo il polsino destro della camicia a cui era saltato il bottone mentre scendevo dalla macchina). L'uomo era il classico impiegato e portava dignitosissimamente un vestito grigio con camicia azzurra e cravatta regimental. All'apparenza un tipo da medico di base. Ma il tempo e il mio spirito di osservazione lo hanno tradito. Eravamo seduti entrambi da quasi quaranta minuti quando, di fronte alla mia calma tibetana, che si esprimeva stando seduto con la schiena perfettamente eretta, con le mani ordinatamente sulle cosce e lo sguardo dritto verso il muro di fronte a me (così immobile, imperturbabile, ordinato: sarebbe potuto passare un caccia bombardiere nucleare che non mi sarei mosso di un millimetro. Ordinato, sereno, sano di mente), l'uomo chiude la rivista che stava leggendo (così senza preavviso, senza un segnale premonitore), tira fuori dalla tasca il cellulare, guarda qualcosa e sbuffa: un comportamento assolutamente irrazionale, segno di un disordine mentale acuto. Perché una scena di quel tipo? Che bisogno c'era di reagire in quel modo scomposto? Io per quaranta minuti sono stato fermo immobile, ordinato: come una matita nel proprio astuccio.
L'ultima volta che sono andato dal mio medico ho avuto l'impressione che fossero tutti picchiatelli, che fossero tutti pazienti della dottoressa B****. E allora ho capito: ero l'unico sano, l'unico polo di ordine in un universo di caos.
Tutto questo disordine intorno a me mi ha convinto che anche io devo andare dalla psicologa, anche io devo fare la figura del picchiatello, come tutti gli altri. Forse lei, la psicologa, potrà farmi capire perché una volta ero sempre ordinato: ora non lo sono quasi mai, tranne quando vengo dal mio medico, entrando in un contesto in cui sono tutti malati di mente, e io l'unico sano.
Quando ero piccolo mio fratello mi ha messo in disordine tutto l'astuccio, e io ho pianto per ore, giorni, forse mesi. Poi un giorno lui è scomparso e io, da quel giorno, ho sempre avuto paura del pozzo che sta nel giardino della casa dei miei: loro, infatti, su mia richiesta lo fecero murare.

domenica 7 settembre 2008

Ogni anno, ogni mese, ogni giorno

di Ezechiele Lupo

Vie


A Milano via Farini non si chiama via Farini. O meglio: i milanesi non la chiamano così. A Milano via Farini è semplicemente “La Carlo Farini”, senza via. Ad esempio: due amici si incontrano, parlottano un po', poi si danno appuntamento per la sera, e uno dei due dice: “Allora d'accordo, ci vediamo in Carlo Farini”; oppure “Allora alle 10 al ponte di Carlo Farini?”. Stesso discorso vale per Piazzale Maciachini. A Milano non si dice mai: “Vediamoci in piazzale Maciachini”, ma piuttosto “Ok, va bene, allora stasera in Maciachini”. Semplicemente così, “in Maciachini”. A Roma si dice: “Vediamoci in Piazza del Popolo”. A Milano: “Appuntamento, puntuali, in Cadorna”, o “in Cairoli”. I romani si incontrano “in via Cola di Rienzo”; i milanesi “in Moscova”, che poi sarebbe via della Moscova. A Roma la gente chiacchiera “a Villa Borghese”; a Milano si gioca a pallacanestro “in Sempione”. 
Una domenica prendo la bici e vado a fare un giro per le strade intorno a casa mia, ma senza accorgermene arrivo fino a via Borsieri, e passo davanti al Frida, che a quell'ora è chiuso, o forse è chiuso perché è il 10 agosto. Quando leggo la targa di via Borsieri mi stupisco di esserci arrivato in così poco tempo, e scopro che esiste una sopraelevata che attraversa i binari della stazione di Porta Garibaldi (“Ci vediamo in Garibaldi allora?”), e che collega il quartiere Isola alla zona dei Bastioni di Porta Nuova. Su questa strada siamo solo io e due ragazze, su una bici anche loro: fanno un po' fatica a salire perché la bici non ha le marce e non sembrano abituate ad andare in due. Forse fanno anche un po' finta di cadere, forse straniere, forse milanesi. Mi ritrovo in largo La Foppa e decido di andare a vedere se Rossignoli in Corso Garibaldi è aperto, o almeno se espone la pompa pubblica per gonfiare le ruote della bici. Lo trovo chiuso. Allora proseguo e giro per via Luchino Visconti e mi ritrovo dietro al Teatro Strehler. In quella piazza ci sono venuto a giocare a calcio, di notte: sarà stato il 2003. Ci sono venuto due volte: la prima era stata molto più divertente, forse perché era giugno e faceva caldo, ma in quella piazzetta si stava proprio bene. La seconda volta era autunno, forse fine ottobre, e faceva freddo, ma non tanto, quindi finiva che sudavi, ma poi avevi ancora più freddo. Sulla porta di Rossignoli c'è un cartello: dice che per le riparazioni delle biciclette, durante tutto il mese di agosto, è aperto un negozio affiliato in via De Cristoforis. Io non mi ricordo subito dov'è, ma dopo un po' mi viene in mente che sta dietro corso Como, e allora ci vado perché tanto non ho niente da fare, ed ho proprio voglia di girare Milano senza fretta, e soprattutto: senza rumore. Corso Como è quasi bello la domenica in agosto a Milano. Non c'è nessuno e i locali aperti sono pochi. Sì, ci sono delle persone ai tavolini, ma sono quasi trasparenti, innocue e per nulla volgari. Anche questo negozio di biciclette è chiuso, ma solo perché è domenica: avrei dovuto immaginarlo, comunque. Penso che non mi va di tornare a casa, e penso anche che quelle vie intorno a Corso Como non le ho mai viste, e così prendo via Alessio Di Tocqueville. Attraverso via Tito Speri, guardo la targa, e vedo che era un patriota. Poi sbuco in via Maroncelli. Guardo la targa di questa lunga via stretta con i marciapiedi stretti e il pavè: Pietro Maroncelli, scrittore e patriota. Anche lui. Via Maroncelli è bella, mi piace: le case sono basse e ordinate, i portoni di legno, molto signorili. Mi fermo all'angolo con via Quadrio, e anche di Maurizio Quadrio, guardo la targa: scrittore e patriota. Penso che in anni giusti, in posti giusti, con la formazione giusta, non dovesse essere così difficile amare la propria patria. E persino dilettarsi con la scrittura. Mentre penso queste cose un signore abbronzato e vestito sportivo è di ritorno dalla passeggiata con il suo enorme cane di razza: lo guardo. Lui guarda me, e probabilmente si chiede che ci faccio in mezzo ad un incrocio, solitamente trafficatissimo, a fissarlo mentre porta a spasso il cane. Ma no... non è vero: io non guardavo lui. Guardavo il suo bel portone di legno verniciato in verde scuro. Come mi piacerebbe abitare in via Maroncelli: uscire ogni mattina da quel bel portone verde e rientrare ogni sera attraverso quel bellissimo portone di legno. Eh... bèh... sarebbe proprio tutta un'altra cosa.

Scelte

Quando avevo quattordici anni conobbi a Viserba, una località di mare sulla riviera romagnola, una ragazza di nome Sara. Me ne innamorai immediatamente. O meglio, credevo di essermene innamorato, prima di capire cosa fosse davvero l’amore; cosa di cui non sono per nulla sicuro nemmeno adesso, ma gli anni e le esperienze, poche per la verità, mi hanno convinto a formarmi un’opinione sull’argomento, tanto da tracciare dei confini entro cui riconoscere questo sentimento. Sara era molto bella e molto strana. Lei mi raccontava sempre di un ragazzo che nel paese dove abitava, era considerato il più bello ed affascinante. Anche lei ne era affascinata, ma io non ero geloso. Io non sono mai geloso. Sara aveva una passione per Che Guevara: lo idolatrava, e per questo diceva di essere comunista. Io non sapevo nulla di politica, ma l’anno prima ero andato a Predappio sulla tomba di Mussolini con dei miei parenti fascisti, anzi fascistissimi. Decisi ad ogni modo di diventare anche io comunista e, a settembre, tornato a casa, cominciai ad informarmi. Scovai un partito che si chiamava Partito della Rifondazione Comunista, e il suo segretario, Fausto Bertinotti, era un tipo bizzarro con una erre moscia coinvolgente, una parlantina colta e ricca di sinonimi e belle allitterazioni. Spesso di Bertinotti non si capiva davvero cosa volesse dire, ma era talmente piacevole sentirlo parlare, che in un batti baleno mi trovai a dichiarare senza pudore, né dubbi alcuni, che sì, ero un comunista, e avrei votato per Bertinotti. Così in generale. Questa fu la mia prima scelta in campo politico. Oggi non credo che le mie decisioni siano dettate da un ragionamento più acuto, profondo, ponderato e strutturato di quello. 
Nel febbraio del 2002 arrivò alla mia casella mail una lettera promozionale di una nota catena di negozi di elettronica. Oltre alla pubblicità, in basso, era segnalato un indirizzo al quale inviare il proprio curriculum per lavorare in una delle loro filiali come assistente alle vendite, che poi è fare il commesso. Pensai immediatamente che sarebbe stato un buon modo per occupare in maniera frustrante il mio tempo, invece di andare a seguire i corsi all’università. Inviai subito la lettera senza curriculum: non avrei potuto compilarne uno, perché non avevo alcun tipo di esperienza nel campo dell’elettronica; anzi: nessun tipo di esperienza punto. Allegai una piccola nota in cui specificavo: no lavoro full-time, solo nel reparto musica, e non nel week-end. Malgrado le mie richieste mi chiamarono e mi offrirono: 700 euro al mese compresi contributi, per lavorare otto ore, ma solo venerdì, sabato e domenica al reparto audio e tv. Ovviamente accettai. Era tanto vicino a casa. 
In Val d’Aosta ci sono tre tipi di turisti: i ricchi industriali, o commercianti, o agenti di borsa, o architetti, o professionisti in genere; poi ci sono gli studenti figli dei ricchi industriali eccetera eccetera; e poi ci sono gli amici che approfittano delle case in montagna dei figli dei ricchi industriali eccetera eccetera. Erano anni che i miei amici andavano in settimana bianca in Val d’Aosta. Io non so sciare, ma un anno decisi di andare con loro. Pensai che non sarebbe stato difficile imparare in una settimana, tanto più che tutti i miei cari amici mi promettevano lezioni gratuite, e un’attenzione scrupolosa ad ogni mia necessità. Il primo giorno noleggiai scarponi e sci e mi portai sulla pista “Baby”, per prendere contatto con i primi rudimenti di questo sport, che tante soddisfazioni ha dato ai colori italiani negli anni ’80 e ’90. Per la mia prima lezione sulla neve erano schierate tre persone, pronte a guidarmi passo a passo. Furono ore drammatiche in cui i miei tre maestri mi guidavano dicendo contemporaneamente cose differenti. Ma non sbagliavano loro: ero io che avrei dovuto fare i tre movimenti insieme. Alla fine della mattinata decisi che gli sport invernali non facevano per me, e promisi a me stesso di non mettere mai più piede in uno scarpone da sci. E infatti fu così. Malgrado la mia decisione tenni l’equipaggiamento per tutta la durata della vacanza: li avevo noleggiati per una settimana e non avevo lo spirito di dichiarami sconfitto al noleggiatore.  


Stelle


Ho lavorato per pochi mesi al planetario dei giardini di via Palestro, che da qualche anno sono stati dedicati ad Indro Montanelli, del quale c’è un criticatissimo monumento all’interno di questi giardini. Mi offrirono questo lavoro il 4 settembre 2003. Ero tornato da pochi giorni da una vacanza nelle Cicladi, che non mi ero affatto goduto: zaino in spalla, io ed altri neoamici visitammo Paros, Koufonissi, Folegandros e Santorini. Malgrado mi fossero stati assicurati sempre un letto ed un tetto robusto, finimmo per ben due volte a dormire in campeggio. Il campeggio di Koufonissi era poi specialmente scalcagnato: senza un’ombreggiatura adeguata (anzi: senza alcuna ombreggiatura), senza acqua calda né porte nei bagni. Solo un bagno poteva vantare un porta, ed era sempre il più ambito per i momenti particolari. Ma c’era una cosa che valeva il tanto disagio: il cielo di notte. Nel buio del campeggio, a pochi passi dal mare più che trasparente, se alzavi gli occhi avresti potuto vedere tutti gli astri della volta celeste, e forse qualcosa in più. Il cielo era nero con puntini di luce, o era fatto di luce con puntini bui? Questa era una buona domanda a Koufonissi. Nella pausa pranzo al planetario a volte pensavo a quel cielo d’agosto, su quell’isola greca. Io credo nell’isolamento, credo nell’individuo che da solo trova la propria realizzazione, che da solo comprende i propri comportamenti; ma non credo nella solitudine degli asociali, e, tuttavia, non credo nei gruppi. Spesso, con un toast in mano, guardavo la vita dei giardini a mezzogiorno: con il sole era peggio. Mi piacciono quei giardini con la luce biancastra della Milano di inizio novembre, con gli anziani alti alti con il paltò lungo, il borsalino e il giornale sotto braccio, mentre passeggiano tra i filari di alberi, verso l’interno del parco, verso Palazzo Dugnani, la fontana e panchine tutt’intorno: da dietro sembrano tanto Indro Montanelli. Otto ore al planetario non erano faticose; oserei persino dire che fossero piacevoli: arrivavo sempre puntuale alle nove, dopo aver percorso tutto corso Venezia con i primi rigori dell’inverno precoce che mi sferzavano, ma con rispetto, il volto. Parcheggiavo la bici, dopo essere passato di fronte al Museo di Storia Naturale, nelle rastrelliere fuori dal planetario. A volte prendevo un caffè alla macchinetta, talvolta addirittura andavo in un bar a prendere un cappuccino e una brioche. Fino alle dieci non c’era mai nulla da fare. Poi il planetario si animava. Eravamo sempre in tre, quattro persone a far andare il grande proiettore e tutti i meccanismi che servivano a far apparire le stelle ed i pianeti, ma anche gli assi di rotazione, i meridiani, i paralleli, a far sorgere il sole, a farlo tramontare, ad osare un eclissi lunare, una solare, un aurora boreale ad ottobre, in via Palestro, a Milano. Ovviamente non ero io al comando del proiettore: quello è un lavoro di grande responsabilità, devi sapere bene cosa toccare, quali leve abbassare al momento giusto, per creare un effetto particolare, una messa a fuoco chiara. Io stavo su: “in regia” con un’altra persona, pronti ad intervenire per accendere e spegnere la luce principale, o a venire in soccorso qualora il proiettore non avesse risposto adeguatamente: quest’ultima opzione, per fortuna, non capitò mai. Le scolaresche, i bambini di quarta elementare erano i più interessati, arrivavano ad ogni ora, ma soprattutto la mattina. La guida, che poi spiegava le cose che venivano proiettate sulla volta della cupola, faceva anche da guardarobiera: i soldi del comune erano pochi e così ci si doveva arrangiare. Io guardavo le loro teste per aria, mentre apparivano e scomparivano le costellazioni e i pianeti, mentre la via Lattea illuminava metà della volta. Era molto rilassante seguire le evoluzioni di quei puntini di luce, ed anche osservare con che maestria il manovratore inclinava di pochi gradi l’immenso proiettore, per ruotare l’asse di tutto il pianeta Terra. Com’era rilassante il barcollio di quel silenzioso, immenso proiettore. 
A gennaio 2004 il mio contratto con il comune di Milano scadeva e non mi fu mai rinnovato. L’ultimo giorno il manovratore mi disse: “Purtroppo non possiamo tenerti: il proiettore è vecchio, comincia a perdere colpi, e non ci sarebbero soldi nemmeno per conservare lui. Ah… non sai quanto mi piacerebbe avere a disposizione tutte quelle nuove tecnologie digitali, da integrare al vecchio proiettore: sarebbe una cosa bellissima. Vedi: oggi, io posso mostrare le stelle del cielo; ma con quelle nuove e costose tecnologie potrei proiettare, su questa volta dei giardini di via Palestro, tutte le galassie dell’infinito Universo.”