Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.
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domenica 26 dicembre 2010

Due libri e un omaggio per il 2011




Ornela Vorpsi - Bevete cacao Van Houten!

di R. Castoro

Bevete cacao Van Houten – scrive Majakovskij – è l’esortazione che urla il condannato sul patibolo della pubblica piazza, prima di essere ucciso. La famosa ditta di cioccolati olandesi aveva comprato l’ultimo desiderio del prigioniero, pagando la sua famiglia in cambio dell’estremo slogan pubblicitario. Ornela Vorpsi ha deciso di titolare così il suo ultimo libro di racconti, recuperando questa storiella dalla memoria delle letture giovanili. E’ bene chiarire che la vita di Ornela Vorpsi entra sempre e prepotentemente nei suoi racconti, lasciando una scia biografica molto nitida. Nata a Tirana, in Albania, è fuggita a 22 anni per studiare all’Accademia di Belle Arti di Milano e infine si è trasferita a Parigi, dove vive. L’italiano è comunque la lingua che usa per scrivere. I suoi racconti sono mondi dipinti realisticamente, episodi di vita definiti dalla bellezza e dalla morte, narrati in tono intimo. Il tema della morte ricorre come paradossale dato di fatto dal quale ogni altro elemento trae valore. La bellezza, quella fisica, giovane e primordiale, scorre sotto ogni storia, a partire dalle mortificazioni che subisce nell’Albania totalitaria e ipocritamente egualitaria, fino all’evanescenza occidentale, dove la bellezza si materializza in forme di plastica. Ma la vera motrice dei protagonisti del libro – Petraq, Gazi, Lucien, Lumturi, Teuta, Arti – è il "desiderare": quella particella fondante di ogni ingegneria del sogno. Un desiderio d’amore descritto tangibilmente, come le figure amorose del discorso di Barthes, per cui le parole si mostrano nella loro forza “ginnica e coreografica”, come “vampate di linguaggio”. E poi c’è un desiderio d’altrove, un occidente gonfio di speranza, dove gli oggetti si slegano dalla loro dimensione fisica per diventare formidabili promesse di felicità. Un posto magico dove esistono: un tè anti-spaesamento, una crema contro le giornate tristi, delle scarpe gialle indecifrabili. Polvere di cacao Van Houten come ultimo desiderio prima di morire.

Ornela Vorpsi, Bevete cacao Van Houten!, Einaudi, 2010, pp. 200, euro 12,50.

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David Foster Wallace - Una cosa divertente che non farò mai più

di Norberto Giffuri

L’opera in questione è una pietra miliarie del gonzo journalism. Per scrupolo di chiarezza: il gonzo journalism è uno stile di scrittura giornalistica dove la soggettività si accompagna alla ricerca del vero. Umoralità e humour, divulgazione e schiettezza: queste le colonne portanti del genere. Cos’è una pietra miliare? Beh, cercatene una lungo l’Aurelia. Una cosa divertente che non farò mai più è il pungente e graffiante resoconto di un viaggio a bordo di una nave da crociera. L’intellettuale impatta come un iceberg sul gigantesco scafo, inforca un paio di Ray-ban e passeggia tra sontuosi e pacchiani saloni, discoteche e palestre vista mare, desiderando nello stesso tempo di essere integrato e invisibile, protagonista e denigratore. Finirà in un profluvio di sarcasmo ed esilaranti battute condite in salsa d’amarezza. La titanica macchina del relax artificiale ha avuto la meglio sull’iceberg saccente?
A voi la sentenza.

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, Roma, 2001, pp. 140,


euro 11.

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Omaggio al futuro lettore di José Saramago

di Ezechiele Lupo

Partite da Tutti i nomi. Conoscerete José Saramago attraverso la pagina fitta e vi abituerete alle virgole precise come cuciture per palloni di cuoio. Poi continuate con Storia dell’assedio di Lisbona, dove l’amore in un “aprile umido” sta in una parola, in una negazione, nell’errore voluto di un povero correttore di bozze, che senza volerlo cambia la storia del passato e del futuro. Convinti che una storia d’amore così in 3000 anni non se l’era inventata ancora nessuno, deglutite intero (in un giornata) Cecità. Il romanzo dell’umano è una commovente prova di devozione verso il genere (romanzo e umanità), dove i personaggi senza nome costruiscono un racconto che è carta moschicida. Dopo breve pausa attaccate Memoriale del convento, stando molto attenti a non innamoravi di Blimunda che Baltasar vi uncina. I periodi lunghissimi, l’andamento ariostesco di questo mise en abîme, resuscitano il romanzo storico con una leggerezza che si bilancia con la mastodontica mole del convento in costruzione. L’anno della morte di Ricardo Reis è per chi ha sempre bisogno di conoscere un autore reale dietro l’autore implicito che si nasconde nella tastiera del narratore. Curioso che un personaggio di Pessoa che incontra il linguaggio di Borges ed esiste riflesso negli occhi degli altri personaggi, confuso nelle scene di massa (insuperabili, perlopiù), rappresenti la più chiara testimonianza della tirannia dell’opinione: l’ideologia di Saramago. La storia di Caino è asciutta e piena di segni. Il racconto biblico diventa sensuale e Dio è alla costante ricerca di un equilibrio. Un dio bipolare, tremendo e ironico per una storia che si ribalta nel finale. Giudicare male Caino è una tentazione fortissima: potete farlo, io non me la sento. L’ultimo vero grande romanzo è Il viaggio dell’elefante. Una storia divertente, leggera e dominata dalla muta figura del pachiderma. Un personaggio dall’enorme personalità che scandisce la marcia di una carovana reale.
E come Caterina d’Austria chiede al marito di non comunicarle mai quando l’elefante morirà, così i lettori di Saramago non sapranno mai se il più grande romanziere degli ultimi cinquant’anni è scomparso davvero.

Tutti i nomi, Einaudi/Feltrinelli, 1997
Storia dell'assedio di Lisbona, Einaudi, 1989
Cecità, Einaudi/Feltrinelli, 1995
Memoriale del convento, Feltrinelli, 1982
L'anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi/Feltrinelli, 1984
Caino, Feltrinelli, 2009
Il viaggio dell'elefante, Einaudi, 2008

sabato 26 dicembre 2009

Tre libri per il 2010

Jonathan Coe – Circolo Chiuso

di Ezechiele Lupo

Benjamin e Paul Trotter, Claire Newman, Philip Chase, Doug Anderton e Malvina, sono nomi che non usciranno mai più dalla testa del lettore. Jonathan Coe, scrittore e giornalista fa parte dell’intellighenzia radical-left inglese che ha taciuto durante gli anni del tatcherismo, divorandosi il fegato sulla chaise longue dello psichiatra, per poi, una volta al potere con il New Labour di Tony, decostruire il partito pezzo pezzo e contribuire al prossimo ritorno dei Tories. Nel 2002 e nel 2004 Coe licenzia due libri: La banda dei brocchi (The Rotters Club) e Circolo Chiuso (The Closed Circle), l’uno il sequel dell’altro, ma entrambi leggibili come romanzi in sé compiuti. Circolo Chiuso è decisamente superiore: troviamo l’Inghilterra degli ultimi dieci anni, tra Birmingham e Westminster, dove Paul Trotter sgomita per il titolo di più giovane e rampante parlamentare labour. I personaggi di Coe animano l’intreccio, spesso centrifugo, talvolta centripeto, con una coerenza discorsiva più solida che poetica. Attraverso i tempi e i luoghi del racconto, sempre equilibrati, e la pluralità di generi utilizzati dal narratore (romanzo epistolare, simulati stralci di giornale, diaristica), si dispiegano i punti di vista delle tremende macchine testuali che sono i personaggi della storia: i loro discorsi, i loro movimenti sono come il pennello con cui il fotografo stendeva la luce davanti al soggetto. Al lettore non è permessa la creazione di un orizzonte d’attesa, tutto è destinato all’illuminazione del punto di vista focalizzato sul personaggio: il resto è in ombra. Circolo Chiuso è un testo per certi versi rinascimentale, un Orlando Furioso, tra sushi bar e cottage sulle scogliere, tra pub e ristoranti di Chelsea, sorretto dalla furia dei personaggi. E poi arriva Berlino, la notte che si riflette sugli specchi del Bundestag, il ristorante di un albergo su Unter Den Linden. E una canzone che Lois Trotter non può proprio sopportare.

Jonathan Coe, Circolo Chiuso, Feltrinelli, Milano, 2009, pp. 403, euro 8,50.

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Michele Mari – Filologia dell'anfibio. Diario militare

di Norberto Giffuri

Ora, recensire un libro dimenticato su uno scaffale a sessanta chilometri da casa non è semplicissimo. Solitamente mi limito all'operazione di restyling e fusione critica di quanto leggo nell'introduzione e nella quarta di copertina. In questo caso, per raccontarvi Filologia dell'anfibio di Michele Mari, dovrò invece attingere dalla memoria, compiendo così uno scavo nel ricordo che ha delle affinità con quello a suo tempo compiuto dall'esimio Mari: in pratica pesco frammenti letti da un testo scritto pescando da un passato lontano.
Il passato lontano è il servizio di leva, precisamente i primi mesi da recluta nella caserma di Como, anno 1979. Mari si produce in una puro esercizio stilistico di rievocazione letteraria. Posizionandosi stabilmente nella torre d'avorio, osservatore ormai distaccato, a volte aulico, altre bulimico di parole, ironico, dissacrante, puntiglioso ci racconta l'assurdità di quella macchina tignosa che è l'esercito, con ardente vocazione classificatoria e filologica.
Il risultato è un diario denso di letteratura e di aneddoti, piacevole alla lettura, a tratti esilarante, decisamente godibile. Difetti? Forse l'opera soffre di anacronismo, per temi trattati e per scelte linguistiche. Qualcuno potrebbe poi ravvisare una mancanza di pathos. Ma son certo che il pathos e la malinconia avrebbero guastato il prodotto rendendolo stucchevole.
Spero che Michele Mari legga questo pezzo e mi scriva una email. Sarà mia personale premura fargli avere l'iban del mio conto corrente grazie al quale potrà ricompensarmi per le belle parole che ho speso per il suo lavoro. Suvvia, generosità! È Natale in tutto il mondo, anche nella torre d'avorio.

Michele Mari, Filologia dell’anfibio. Diario militare, Laterza, Milano, 2009, pp. 234, euro 12.

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Truman Capote – A sangue freddo

di R. Castoro

E’ da poco in edicola un libro-inchiesta che si chiama Alberto e Chiara la verità di Garlasco in cui l’ex giovinastro mefistofelico, promosso sentenze alla mano a bocconiano discreto e compito, viene descritto da un grappolo di articoli, foto, retroscena e immancabili indiscrezioni. Ma non parleremo del testo che ha irritato il biondino – un po’ Wooland di Bulgakov, un po’ Twist dickensiano – della Lomellina. Nel 1965 veniva pubblicato A sangue freddo di Truman Capote, il primo e più riuscito esempio di non-fiction novel, per cui la realtà è narrata con il bisturi della letteratura. In quel caso un’intera famiglia era stata uccisa senza ragione, la domestica e sonnolenta provincia americana sanguinava su ogni prima pagina, e Capote entrò nel turbinio delle indagini giornalistiche esponendo la tragedia, focalizzando luoghi e personaggi, raccontando una storia. Gli episodi di violenza che esplodono nell’ordinario nulla, da sempre, generano curiosità. Ma è possibile raccontare storie di routine, guastate dal dolore e gravide di interrogativi, diversamente da come ha fatto Capote? Lui fu accusato di voyerismo, brutalità, indifferenza, ma l’impalcatura letteraria, capace di sciogliere il cinismo e offrire profondità ottica, ha protetto, negli anni, il suo lavoro. Inchieste espresso, articoli di giornale, manuali-del-buon-delitto-di-provincia, saggi di psicologia criminale, plastici scoperchiabili, riusciranno a decifrare, per noi, la violenza che fatalmente accade? Leggere A sangue freddo, nell’era del dramma nero infiocchettato sotto l’abete, può ancora suggerire alcune utili risposte.

Truman Capote, A sangue freddo, Garzanti, Milano, 2005, pp. 391, euro 16.

venerdì 20 novembre 2009

Nick Hornby - Tutta un'altra musica

di Ezechiele Lupo


«Bob Dylan meriterebbe il Nobel per la letteratura: inizio una campagna stasera». Parte forte Nick Hornby, imprimendo il suo stile alto/basso, ironico, distaccato e profondamente umano alla presentazione del'ultimo libro, Tutta un’altra musica (titolo originale Juliet, Naked), edito come sempre da Guanda.

La provocazione, che poi tanto provocazione non è, definisce il mondo poetico di Hornby per cui «everything is culture, tutto è cultura, perché prodotto dalla nostra società». Un universo fatto di calcio e Dickens, caposaldo per lo scrittore di North London, di musica e arte contemporanea, di pub traboccanti di birra e redazioni di importanti riviste letterarie (da McSweeney’s di Dave Eggers al New Yorker) dalle quali passa la letteratura anglosassone che conta.

A quindici anni dall’uscita di High Fidelity, il suo più grande successo commerciale, Tutta un’altra musica, vuole dare un taglio alle ossessioni che ti possono rovinare la vita. Duncan e Annie, i protagonisti del romanzo, vivono insieme da quindici anni (parallelismo interessante) una relazione insoddisfacente. Ad aggravare le cose Duncan condivide con pochi adepti, iscritti ad un forum su internet, l’ossessione incontrollabile per la vita e l’opera di un cantautore americano scomparso dalla scena molti anni prima: Tucker Crowe. Questa mania lo risucchia totalmente e costituirà l’espediente narrativo, nonché il motore dell’intreccio. Se i personaggi dei romanzi precedenti, dal narratore/autore tifosissimo dell’Arsenal di Febbre a 90°, al misantropo e anaffettivo Will di About a boy, passando per Rob di Alta Fedeltà, “sfigato” e snob collezionista di musica, erano schiavi delle proprie fissazioni, Duncan di Tutta un’altra musica scoprirà che la vita è ben altro.

Prendendo in prestito una felice definizione di Michele Serra, i personaggi di Hornby sono tutti “adulti, normotipi, democratici e occidentali”, e per questo impastati nella contemporaneità, come il loro creatore: «Non credo agli scrittori della mia generazione che rivendicano come unica fonte di ispirazione la letteratura: io sono nato nel ’57, sono cresciuto con la tv, la musica dei Beatles, le riviste, i fumetti. Questo libro ha una duplice matrice: un’intervista a Sly Stone (musicista scomparso per anni) apparsa su Vanity Fair, e il caso di J. D. Salinger, vittima della paradossale condanna alla presenza pur nell’assenza». Ancora cultura alta e pop che si amalgamano perfettamente in un impasto che coinvolge il lettore. «Io ho la fortuna di vedere le cose da due punti di vista, quello dell’artista e quello del fan: ho grandi passioni che vivo senza guardare nulla dall’alto. L’intellettuale più importante in Europa secondo me è Arsene Wenger (allenatore dell’Arsenal, squadra di cui Hornby è tifoso, ndr) – dice scherzando, ma non troppo – certo poi c’è John Carey, il miglior critico d’arte vivente sul suolo inglese, che ha scritto un libro sul significato dell’arte, in cui ne decostruisce tutti i canoni (What Good Are The Arts?). Ecco per me la cultura è quello che ognuno di noi reputa cultura». Tutto molto bello e democratico ma poi, per fortuna, le sue recensioni sono imbevute di critica letteraria finissima.

Sembra proprio che Nick Hornby incarni quel punto di saldatura tra pop ed elite colta, da non confondere con la mediocrità del pastone pseudo culturale, in cui spesso siamo immersi. C’è la sensazione che la forza espressiva dello scrittore calciofilo, stia nell’aver ben chiara la differenza tra pop e trash, tra stucchevole accademismo e critica consapevole; nel saper dosare amore e odio per la realtà contemporanea, con un’umana ed ironica indulgenza verso le irrisolutezze del pensiero (debole, anzi debolissimo) del suo lettore. Una visione che si colora di compiaciuta malinconia: «del resto scrivere un libro è una buona scusa per essere depressi».
Foto: Nick Hornby, uno a cui picciono i Royksopp.

martedì 13 ottobre 2009

Ingenui profeti del nulla?

Luigi Sampietro, critico letterario de "Il Sole 24 Ore", il 13 settembre scriveva un articolo in cui cercava (per l'ennesima volta) di smitizzare gli idoli della cultura beat. Nello specifico:

"Ma mentre in America i beat sono passati e tornati di moda più di una volta, in Italia si direbbe che si sono italianizzati. [...]Classici senza esserlo per niente. [...]Nel rivolgere un rispettoso pensiero al ricordo della Nanda Pivano che il loro mito ha mantenuto in vita con il proprio respiro, ci permettiamo di dire [...] che è venuto il momento di tornare a leggere i poeti veri."

Come diceva mia nonna, colonna del Marcantonio Colonna (storico liceo di Roma, era una professoressa di lettere), anche lei scomparsa nell'anno della Pivano: apriti cielo. La settimana seguente un lettore interessato protesta e chiede conto di codeste affermazioni.
Qui riportiamo la polemica che ci ricorda tanto le belle querelle di una volta tra Neoclassici e Romantici, Impressionisti e Modernisti, Riveristi e Mazzolisti.


Caro Sampietro, confesso di essere rimasto molto stupito nel leggere il suo articolo Crepuscolo degli idoli, per diversi motivi. Intanto perché sostiene che i poeti e gli scrittori beat siano trattati come dei classici in Italia, ma io la sfido a trovare dei licei il cui programma di letteratura preveda il loro studio, così come sono pochissimi i corsi universitari nelle Facoltà italiane di Lettere ad interessarsene. Un secondo motivo che mi lascia perplesso è la mancanza di argomentazione ad accompagnare le sue affermazioni quando scrive che sono sopravvalutati e che bisognerebbe tornare ai “veri” poeti. E chi sarebbero i veri poeti? Che cosa li rende tali?
Io credo che la poesia si fondi sulla ricerca della bellezza nelle sue forme più diverse e credo che la poesia beat (e la scrittura beat in generale) sia stata prodotta da persone animate da questo spirito, seppur con mezzi molto lontani dall’abusato lirismo nostrano.
Sono convinto che la grandezza di quegli uomini sia stata proprio il cercare la bellezza per strade lontane da quelle normalmente battute dai “classici” poeti. Hanno avuto il coraggio di uscire dai percorsi panoramici della lirica e di avventurarsi “in strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”, a raccontare vite sull’orlo del baratro e a estrarne la bellezza della disperazione. Ci hanno insegnato che la letteratura non è solo il viaggio mentale di un intellettuale inetto e stereotipato ma che la scrittura può nascere sulla strada, ed essere ugualmente bella.
Certo, sono d’accordo che la loro vita in ultima istanza è stata un vicolo cieco, un percorso impossibile da continuare al di fuori del loro contesto, se non pagando il prezzo del ridicolo. Ma questo non vuol dire che la loro opera esplorativa sia stata inutile e sopravvalutata; al contrario la loro opera è forse, almeno dal mio punto di vista, la massima espressione letteraria di quella precisa epoca e di quel luogo che era l’America di allora. Grazie. (Giovanni Scavino)


* * *


A mio parere, caro signor Savino, il suo stupore è la prova indiretta che i nostri beat, in prosa e in versi, sono stati imbullonati a un basamento in pietra, neanche si trattasse di tanti piccoli Garibaldi a cavallo. Sono stati importanti, come no? Ma non è parlarne male se dico che non sono granchè come scrittori. Sono stati oggetto di periodici revival in tutto il mondo, ma da noi, come ho scritto, sono diventati “di ruolo”. […] Il fatto è che quando si nomina la poesia americana, sembra quasi che non ci sia altro. O che, comunque, si tratti di giganti. E così non è.
I beat hanno aperto la strada a un cambiamento epocale nella storia del costume, e sono un “mito”, sissignore, ma non sono un mito letterario, anche se i giornali hanno continuato a parlarne come fossero dei classici. Lei, caro Savino, mi chiede giustamente quali sono i poeti americani che sarebbe stato meglio leggere. Al loro livello, millanta che tutta la notte canta. Meglio di loro, per limitarci ai coetanei, ne cito solo quattro: Elizabeth Bishop, Robert Lowell, Richard Wilbur e A. R. Ammons. Non ho lo spazio per dire perché lo siano, e me ne scuso, ma la invito a riflettere sul fatto che due giganti fuori discussione come W. H. Auden e Robert Frost siano, da noi, di gran lunga meno noti dei signori beat.
Non bisogna confondere la bravura, che è un fatto tecnico, con l’importanza di uno scrittore.
I beat hanno segnato un’epoca, così come da noi, tanto tempo fa, il sullodato Garibaldi e il suo di lei quasi concittadino Silvio Pellico. Ma per l’uno e per l’altro – il Garibaldi autore di un romanzo-strazio come Clelia e il Pellico della Francesca da Rimini (un drammone che è comunque assai meglio dell’opera del Generale) – non è detto che si debba trovare il tempo per leggerli. L’importanza di quei due signori esula dalla letteratura.
Ora, lasciando da parte la letteratura (che è il loro punto debole), penso che i beat siano stati oltretutto dei cattivi maestri: non nel senso in cui lo sono grandi artisti come Neruda (stalinista), Pound (fascista) o Céline (antisemita), ma perché furono gli ingenui profeti del nulla. Kerouac si mise sulla strada, come un picaro, alla ricerca di sensazioni; e Ginsberg, con la scusa che il mondo era “fuori di sesto”, cominciò col tessere l’elogio della follia – quella vera – per passare più tardi a sostenere altre forme (stupefacenti) di “beatitudine”.
L’uno e l’altro indicarono nella trasgressione la via maestra verso la libertà assoluta – qui e anche altrove, nel mondo e nel cosmo – e sono stati, proprio per questo, cattivi maestri. Perpetui adolescenti. La trasgressione eretta a modus vivendi altro non è, infatti, che una forma di dipendenza da un’autorità – un ostacolo, un muro – cui appoggiarsi per reggersi in piedi. Altra cosa è la libertà, che non è mai tale se non è concepita come pura e semplice responsabilità.
(Luigi Sampietro)

Foto: "Ode to Jack Kerouac" trovata su Flickr. ©
Olivander.

E tu che ne pensi, lettore? Scrivici.

giovedì 3 settembre 2009

Keith Gessen - Tutti gli intellettuali giovani e tristi

di Ezechiele Lupo



Tutti gli intellettuali giovani e tristi, (titolo originale: All the sad young literary men) è il nuovo, nonché primo, romanzo di Keith Gessen, intellettuale, non più tanto giovane, di origini russe-ebraiche, notista politico e letterario per varie riviste liberal americane, una su tutte il leggendario “New Yorker”. Gessen è anche cofondatore di “n+1”, insieme a Mark Greif, testa pensante passato con disinvoltura da Harvard a Yale.
E sta tutto qua il senso di un libro come questo: un intellettuale di successo, gratificato dal proprio lavoro ed in bilico sul filo di lana di un paese che cambia ogni giorno, l’America di Obama, ripensa ai dieci anni terribili che hanno flagellato la più grande democrazia del mondo, e che stavano per tagliare una generazione di uomini d’oro della cultura e del ragionamento.
Questo è il senso: una rivincita dell’intellettuale, del suo ruolo all’interno della società, della sua voce, che finalmente (il libro ha suscitato un fervente dibattito oltre oceano) è tornata a dettare la legge del buon senso. Ma è anche l’ammissione di una sconfitta. Gessen ci dice che in questi dieci anni, dal declino Clinton, passando per la tragedia Bush, fino alla rinascita targata Obama, i giovani intellettuali erano tristi. Tristi e soli.
L’unica cosa che hanno saputo fare, questi uomini da pieni voti ad Harvard, da dottorati di ricerca illuminanti, è stata ripiegarsi su se stessi, grattare il fondo delle proprie emozioni. Hanno smesso di guardare alla società, di gridare il dissenso, e hanno cominciato a deprimersi, sopraffatti dalle loro incertezze sentimentali, dai loro fallimenti amorosi, chiudendosi in biblioteca a fingere di lavorare a tesi complicate ed infinite, rimandando sempre il confronto con la vita al di fuori, con quella società che ha voltato loro le spalle, dandosi in pasto alla smania di sangue ed ignoranza dei Repubblicani.
Bel coraggio quindi hanno mostrato i vari Sam, Mark e Keith, (quest’ultimo omonimo dell'autore, ma non più autobiografico di altri), personaggi delle tre storie raccontate dal narratore. Tutti e tre scelgono, consapevolmente od inconsapevolmente, di fuggire. Sam cerca di scrivere “il grande romanzo sionista”, ma non ci riesce perché è troppo poco sionista, e quando va in Israele, non per conoscere la situazione dei Territori, non per guardare “fuori” ma per cercare “dentro” di sé, si accorge di non esserlo per niente. E Mark? Otto anni a Syracuse, cittadina universitaria alcolica e profonda dell’East Coast, chiuso in dipartimento di Storia a scrivere una tesi di dottorando sulla Rivoluzione Russa, ma che preferisce indulgere nel porno sul web e in tre o quattro ragazze alle quali non è capace di donarsi mai completamente. Keith, il cui unico slancio contro la Bush-ocrazia è stato spaccare la tv dopo il risultato della Florida nel 2000, che consegnò il paese nelle mani del meno intellettuale degli americani.
Tutti e tre a caccia di un disperato equilibrio, in fuga da una società sulla quale non incidono, che li rende tristi. Battono in ritirata e falliscono miseramente: gli intellettuali non sanno amare perché non è quello il loro compito. Le storie d’amore dei tre personaggi, talmente simili tra loro da renderne superflua la distinzione, tanto che Gessen sembra non curarsi davvero della coesione narrativa, ma preferisce la frammentarietà ricomposta di stralci di racconto; le storie d’amore, dicevamo, sono fallimenti frustranti, grumi emozionali attraverso cui la mente dell’intellettuale si perde, e la razionalità, la matematica tipica del ragionamento politico e letterario deflagra.
I personaggi di Gessen non sanno amare perché non sanno vincere, e non sanno vincere perché pretendono di applicare teorie politiche e letterarie, buone per la società che li ha rifiutati e nella quale loro non confidano, ai sentimenti. I giovani e tristi intellettuali scelgono di perdere su tutti i fronti: pubblico e privato. Ma per fortuna c’è un “ma”. There’s always a “but”, diceva qualcuno.
Sam, Mark e Keith sono giovani: hanno tempo. E il tempo ha portato Barack Obama e una sorta di palingenesi civile e letteraria. Ora la scrittura ha un senso, si può tornare a raccontare, ad immaginare modelli di società, e anche nella fiction sarà possibile costruire i mondi possibili, i sentieri incrociati dei giovani e tristi intellettuali.
Il libro si chiude con l’immagine di Keith che corre su per le scale di un appartamento di New York: corre incontro al futuro.


Keith Gessen, Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Einaudi, Torino, 2009, p. 260, euro 20,00.

giovedì 27 agosto 2009

Paul Auster e Jonathan Safran Foer dicono di Ted Kennedy

Era pressoché l’ultimo rimasto, il terzo moschettiere, il più giovane e il meno esperto di duelli a singolar, e infatti non ne tentò mai uno, a differenza dei fratelli, John il perfetto, e Bob l’idealista. Ted Kennedy, bianco e stanco ha camminato accanto al dinoccolato Obama e non l’avrebbe mai lasciato solo.
Oggi su “la Repubblica” e il “Corriere della Sera” parlano due scrittori americani, Paul Auster e Jonathan Safran Foer.
Solo che Paul Auster dice qualcosa di diverso, qualcosa di mediato dal linguaggio, qualcosa di letterario.
Il Ted Kennedy di Auster è un personaggio, la sua vita una recita, un intreccio, una diegesi. Nella vita-racconto di Ted Kennedy, Auster riscrive il proprio romanzo e lo intesse dei temi ossessivi dai quali lo scrittore di Brooklyn non riesce mai a staccarsi. Il relativismo, il percorso dell’eroe attraverso una serie di continui smascheramenti e identificazioni e infine la redenzione, più spesso nell’afflizione, che conduce il personaggio al dissolvimento: tutte spie che ritroviamo nell’intervista di oggi.
Come per i personaggi di Auster, di Ted Kennedy probabilmente resterà il riflesso di chi o cosa non sia mai diventato: un riflesso dietro al quale si cela la consistenza, frammentaria, del mito.


E.L.


Paul Auster

E’ impossibile parlare di Ted senza parlare dei suoi fratelli, del sogno americano, della voglia e dell’illusione di avere una nostra aristocrazia. E’ stato un personaggio emblematico, segnato dalla tragedia, ma anche da un itinerario personale diverso, per molti versi inaspettato”.
Perché emblematico?
“E’ diventato un uomo diverso da quello che sembrava essere destinato a diventare. Dopo l’uccisione di John e Bob, Ted sembrava destinato a diventare presidente, ma l’incidente di Chappaquiddick gli ha precluso la strada, facendolo diventare tuttavia una persona migliore. Fino a quel momento era un uomo del comportamento instabile e discutibile. L’incidente è il momento culminante di quel modo di essere. Una volta che si accorse che non si sarebbe potuto candidare, interpretò in maniera impeccabile il ruolo di senatore, diventando un punto di riferimento imprescindibile per un intero mondo politico e combattendo sempre con energia ammirevole. La sua è stata una storia di redenzione, l’uomo politico ha trovato una propria dimensione: più umile forse, ma non meno compiuta e significativa”.
Che ruolo ha avuto nella Camelot americana?
Quando John venne eletto avevo 13 anni, e ricordo la grande eccitazione dopo otto anni di presidenza Eisenhower. Parte di quella sensazione era dovuta all’eleganza di John e Jackie, ma anche alla bellezza do Bob e Ted. Era la cosa più vicina che un americano potesse provare rispetto all’aristocrazia. Poi una serie di tragedie ha infranto quel sogno, e il giovane Ted si è visto costretto a diventare patriarca. Pensa all’immagine di qualche anno fa, quando fu costretto a riconoscere e recuperare la salma di John Jr. dopo l’incidente aereo. C’è molto di shekespeariano nei Kennedy, e Ted ha avuto il ruolo più difficile e meno glorioso. […] La maturazione e trasformazione di Ted Kennedy è proprio in questo atteggiamento, conquistato nel dolore.

Estratto dall’intervista di Antonio Monda, “la Repubblica”


Jonathan Safran Foer

Ho sempre condiviso l’agenda del vecchio Leone, l’ultimo progressista americano temerario, spavaldo e scevro da compromessi. […] I liberal radicali di ieri sono i conservatori di oggi, proprio in virtù delle lotte da lui intraprese, spesso a rischio personale.
La sua eredità politica è all’altezza di quella dei fratelli JFK e Robert?
Penso che sia addirittura più grande, perché a Washington ha realizzato ben più di loro. La sua eredità personale è destinata invece ad essere minore perché la morte prematura di John e Robert li ha destinati al mito. Certo Ted può aver agito in modo irresponsabile in molte occasioni, ma la sua coscienza ha fatto molto più bene che male. […] Con il suo operato ha migliorato e anche salvato le vite di milioni di persone. La sua influenza è stata assai maggiore sulle generazioni prima della mia, forse perché i suoi trionfi legislativi più importanti sono venuti circa un decennio fa e anche prima. Purtroppo la mia generazione è impermeabile alla politica. Obama sembrava l’unico che fosse riuscito a penetrare quel muro di apatia, che adesso è tornato ad innalzarsi intorno a lui. Per i giovani americani Kennedy è un marchio, più che un simbolo.
Il clan occupa un posto magico nell’immaginario collettivo dell’America. I Kennedy non sono persone comuni in carne ed ossa, ma qualcosa di più: sono supereroi.

Estratto dall’intervista di Alessandra Farkas, “Il corriere della Sera”


Foto: Ted Kennedy pensa a come andrà a finire la riforma sanitaria dell'amico Barack

domenica 23 agosto 2009

"Nanda" Pivano: un'americana a via Manzoni

di R. Castoro
Un paio d’anni fa, in un momento di superficiale sconforto, pensai di dover incontrare Fernanda Pivano. Alcuni dei suoi libri riposavano sulla mensola del soggiorno e non potevo – mi dissi – essere così vicino alla donna che aveva influenzato la mia sommaria adolescenza senza interrogarla e dissertare con lei di problemi che avrebbero, verosimilmente, reso meno sommaria e rifinito la mia adolescenza. O ciò che ne restava, e resta.

Un amico che l’aveva intervistata mi rivelò la strada in cui abitava a Milano. Trotterellai per via Manzoni, in pieno centro, vagliando minuziosamente ogni portone, anfratto, porticina, cavedio, verificando i cognomi sui citofoni e sorprendendo giardinieri interrogativi che, guardandomi, innaffiavano le oasi clandestine di piante colorate e fragranti che Milano è abilissima a nascondere. Da nessuna parte trovai scritto il cognome Pivano. Allora immaginai la sua vita dentro una delle numerose case che, discrete, celano gli abitanti dei palazzi, intenta a muoversi fra chilometri di libri e vociando di pace e Kerouac, insieme a parenti e curiosi, con un tono stentoreo perché – come mi aveva riferito l’amico giornalista – “a volte non sente molto bene, e le capita di avere momenti di entusiasmo intensissimi”.

Non parlai mai con Fernanda Pivano, e il mio proposito di disturbarla al citofono, correre per le scale e bere un tè nel suo salotto, naufragò quel pomeriggio fra i bastioni di piazza Cavour e il teatro La Scala, rassicuranti confini di via Manzoni. Provai a telefonare. Il numero giunse dal solito amico dell’intervista trascorsa. Rivelatosi, il recapito telefonico, irrimediabilmente inesistente, non posso più giurare sul fatto che Fernanda Pivano vivesse proprio in quella parte di Milano, che fosse un po’ sorda e avesse momenti di entusiasmo intensissimi. Decisi allora di riaprire il primo suo libro letto in adolescenza.

Beat Hippie Yippie raccoglie articoli, saggi, interventi pubblicati fino al 1977, ed è, nel complesso, un dipinto colmo di dettagli, artisti imbranati, utopisti isterici, ciclostili inceppati, scrittori geniali, attori in pellegrinaggio, falò di cravatte, una storia animata del movimento underground e contestatario in tutte le sue schegge, iniziando dalle origini avanguardiste degli autori beat censurati, passando per il “De Andrè americano” Bob Dylan, fino a sfiorare le domande esistenziali di una “nuova sinistra” prossima alla scomparsa nel momento esatto in cui prendeva coscienza della propria presenza. Di quelle pagine, che tratteggiano personaggi come Henry Miller, Gregory Corso, Allen Ginsberg (in foto), tirano le orecchie a Jack Kerouac e teneramente piangono la sorte di Neal Cassady – anima squattrinata della generazione beata, morto passeggiando per i binari di San Miguel de Allende – ricordo che sottolineai pochi insulsi passaggi. Uno dei primi capitoli narra di alcol e droga: lì evidenziai avidamente, in chiave libertaria, le righe in cui si spiegava come perfino Omero, nell’Odissea, avesse descritto e celebrato sostanze allucinogene, le stesse che alimentavano l’immaginario di chi, dal dopoguerra in poi, sognò un mondo libero, anticonformista e pacificato. La seconda volta che lessi Beat Hippie Yippie – con alle spalle altri libri di Fernanda Pivano, come la sua Antologia di Spoon River e le traduzioni di Hemingway – compresi definitivamente il valore globale di quei lavori, essenziali nell’intuizione – condivisa dall’amico, innamorato e mentore, Cesare Pavese – di osservare il presente e il futuro letterario attraverso le pagine degli autori americani.

Mailer, Scott Fitzgerald, Burroughs. Ma anche Bukowsky e, recentemente, Palahniuk e Foster Wallace. Sono solo alcuni degli autori scoperti e apprezzati da Fernanda, protagonista di una straordinaria opera divulgativa che racconta l’America sui libri dalla febbricitante età del jazz, fino al gruppo minimalista e alla corrente avantpop (il filo rosso della rapsodia musicale è evidente, in questa galoppata letteraria, dal momento che proprio da un album jazz del compositore d’avanguardia Lester Bowie la banda di scrittori alla Jonathan Lethem ha tratto ispirazione).

Quello che resterà, in fondo, è lo spirito con cui “Nanda” ha disegnato la parabola conturbante di una genia di autori che non poteva essere raccontata altrimenti. Amava quegli scrittori americani in virtù della “vecchia, tradizionale differenza fra letteratura pragmatistica e letteratura accademica, fra i fatti della vita e una letteratura libresca basata su indagini psicologiche”. Preferiva parlare di quotidianità e i suoi reportage mischiavano la critica al cibo preferito degli artisti, ai loro gesti, ai tic meno educati e formali. Su internet circola un’intervista in bianco e nero che la Pivano cerca di condurre, per la Rai, con Jack Kerouac, spelacchiato, bicchiere in mano, ubriaco, il quale alterna suoni onomatopeici e frasi come “Se non avessi scritto avrei fatto il postino. Amavo andare in bici ed avrei avuto la possibilità di leggere. Ora pubblico per guadagnare migliaia di dollari. Chi mi ha ispirato? Non Dante, non Leopardi – pausa di riflessione – e neppure Petrarca.”. Così intensamente legata alla vita, Nanda ha evitato di formalizzare boriose teorie critiche così come capita di scordare, per sbadataggine, di aggiungere lo zucchero al caffè. “Grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita”, ha scritto poco più di un mese fa, nel suo ultimo articolo, rivelando implicitamente anche il motivo per cui io, in passato, decisi di scorrazzare per via Manzoni alla sua ricerca. Un approccio antiaccademico che Fernanda Pivano ha, in qualche modo, scontato e che potrebbe perfino – qui si svela un retroscena pruriginoso – far storcere il naso a diversi autori di questo blog letterario, per cui realtà e finzione seguono percorsi differenti, mentre i poeti della Nanda hanno rigorosamente “vissuto e scritto senza distinguere fra arte e vita”. “Mi hanno attaccata per non aver mai valutato i libri: ma io mi sono limitata ad amarli, non a valutarli. Questo lavoro lo lascio ai professori”. Cara Nanda, ben fatto.
Foto: Fernanda Pivano e l'amico-poeta Allen Ginsberg "accalorati" dal dibattito letterario.

venerdì 27 febbraio 2009

Chitra Banerjee Divakaruni - Il palazzo delle illusioni


di Ezechiele Lupo


C’è una cosa che accomuna The Millionaire, il film-evento firmato Danny Boyle, e l’elegante libro di Chitra Banerjee Divakaruni Il palazzo delle illusioni: il destino. E non parliamo di fortuna presso il pubblico (abbondante soprattutto per Boyle), quanto di predestinazione e di caso.
The Millionaire si snocciola a memoria: un ragazzo nato nella baraccopoli di Bombay, dopo anni più che avventurosi durante i quali “il caso” si intreccia, nel bene e nel male, con il libero arbitrio, diventa milionario partecipando ad un popolare quiz televisivo. Ne Il palazzo delle illusioni il racconto si dipana attraverso un percorso tortuoso quanto quello dello slamdog di Boyle, ma con la significativa differenza che il caso diventa predestinazione e il libero arbitrio della protagonista non fa altro che assecondare, inconsciamente, ciò che è già scritto.
La bellissima principessa Panchaali, la donna più amata e odiata dell’epica indiana, è il protagonista e il narratore intradiegetico del racconto della propria vita, che poi non è altro che una parte del Mahabahrata, il libro sacro, mitico e genealogico dell’India. Questa è probabilmente l’intuizione più interessante della scrittrice indiana: modificando il punto di vista, l’autore attua una vera e propria riscrittura dell’opera sacra, col vantaggio di poter liberare nel racconto nuove linee narrative e nuovi possibili percorsi di trama, i quali, solo per essere nominati e presi in considerazione, creano molteplici stratificazioni del discorso e della storia. Conosciamo così le frustrazioni e le gioie che la principessa vive a causa del suo (presunto) carattere ribelle e volitivo, della sua indole critica nei confronti del reale, al limite del femminismo ante litteram. Non sono rare le riflessioni sulla condizione della donna, ancorché principessa, costretta a subire le decisioni degli uomini, del padre re Drupad e dei mariti; sebbene lei sia l’unica donna a cui il destino abbia concesso di sposarne ben cinque. Ma la Storia non si cambia con i racconti di finzione e Panchaali non riuscirà a sovvertire quello che è già scritto nel Mahabahrata. D’altronde non è questa l’intenzione dell’autore: la Divakaruni non stravolge le tradizioni millenarie, ma le umanizza, le soggettivizza attraverso il suo narratore, cercando di consegnare al lettore occidentale tutto ciò che di moderno conserva il libro sacro. Appare così chiaro come nelle azioni di Panchaali, tutte o quasi tese alla confutazione del proprio destino, ogni cosa concorra in realtà al compimento di quello stesso destino. Se il ragazzo di The Millionaire è preda del caso, del più sfortunato, ma anche del più fecondo, lo stesso vale per la protagonista de Il Palazzo delle illusioni. Che sia attraverso un quiz televisivo, o il mitico Mahabahrata, nell’epoca della post-modernità tutto è già scritto e già raccontato. Ma forse l’unica cosa che può ancora sconcertare è, paradossalmente, il valore più immediato: quello dell’identità.
La voce di Panchaali ridefinisce non solo la propria identità, attraverso il racconto in prima persona, ma anche quella della memoria comune e millenaria, infrangendo i confini tra cultura e soggettività: come in un quiz televisivo, in cui ogni cosa si ricompone lungo il percorso della Storia.


Chitra Banerjee Divakaruni, Il palazzo delle illusioni, Einaudi, Torino, 2008, p. 416, euro 19,50.

sabato 24 gennaio 2009

Vincenzo Latronico - Ginnastica e rivoluzione

di R. Castoro


Che sarà anche banale questo Ginnastica e Rivoluzione di Vincenzo Latronico, però è di una banalità che ci piace. Intendiamoci: i misteri ritmati che legano la mente di uno scrittore, i suoi personaggi, l’intreccio, l’esordiente di 24 anni non li ha capiti e si legge chiaramente; ma questa è roba da autori consumati o da geni. Invece Vincenzo, che se vi capita di crogiolarvi per i chiostri dell’università statale di Milano magari lo incrociate Manifesto in tasca e Luky Strike in bocca, Vincenzo, dicevamo, ha solo tanta voglia di scrivere a proposito dell’inutilità della sua generazione. E lo fa con una ironia giusta – va bene, a volte fuori bersaglio – e con un pessimismo circostanziato. Anno 2000. Un gruppuscolo di ventenni autonomi – secondo il gergo di questura e mass media che poi, mimetizzato, è lo stesso degli autonomi – vive a Parigi, fra manifestazioni e controinformazione, feste, problemi e amore che forse non è amore (o non-amore che forse è amore, per usare ancora un codice calzante, quello situazionista). I giorni di Genova 2001, nell’immaginario e nelle vite dei ragazzi, avranno un impatto dirompente. Dunque, questa banalità ci piace. Se Giordano e i suoi numeri hanno spolverato ovvietà diluite e generalizzate, Latronico e i suoi ginnasti focalizzano l’attenzione su un tema specifico. A volte, indovinando i concetti. La politica, in sostanza, si macchia di quotidianità e un disagio apparentemente bisognoso di una palingenesi viene declinato in maniera intima. C’è chi crede che il libro sia una cosa che debba "far emergere": in tal senso Latronico è bravo, pur nelle lacune, a restituire un’età molto confusa ma meditata, inquietantemente consapevole dei suoi limiti. Se nel ’68 non restavano nient’altro che le illusioni, oggi non sopravvivono neppure quelle.


Ma è così che facciamo le cose, tutti noi, ci crediamo troppo poco per sacrificarci davvero e allora ci limitiamo a quella chiave molto minore del sacrificio che è la scontentezza, la lamentela, la protesta.


La storia procede con eventi che odorano molto di escamotage. Del romanzo, resta un clima tutto sommato sincero. E, forse, non è poco.


Vincenzo Latronico, Ginnastica e rivoluzione, Bompiani, Milano, 2008, p. 308, euro 16,50.

domenica 11 gennaio 2009

La morte in un buco - La caduta di William S. Burroughs

di Rina Xhihani


"Every man has inside himself a parasitic being who is acting not at all to his advantage."

William S. Burroughs

La lampada sulla scrivania illumina questo disordine e tutto trasuda una dolcezza infinita, tanto che si può parlare di tutto, anche della morte.

Ho sempre pensato che la morte degli artisti debba essere spettacolare, o per lo meno un evento tragico, penosamente tragico. Un finalissimo atto di scontro con il mondo, nel quale essi sono sempre stati dei "diversi". Ecco, una morte diversa, che vada fuori dalle regole dell'umano percorso, una morte che per lo meno serva ai posteri per innalzare ad angelo l'artista, e accusare la crudeltà del mondo. Sì, mi piacciono le esagerazioni.
Ed "esagerazione" è l'unica parola che può descrivere ogni esperienza di vita di Wlilliam S. Burroughs, l'hombre invisible. Colui che sfidò il potere distruttivo delle droghe, colui che sfidò le regole dell'amore, colui che sfidò la parola, colui che distrusse il corso dei pensieri, colui che convisse con "lo spirito terribile", colui che fu assassino, colui che pianse nella notte per il destino dei gatti, colui che mancò al funerale del padre, colui che lottò per la liberazione della mente, colui che vide tutti morire... colui che vide morire suo figlio e tutti gli altri. Quest'uomo, la vita del quale è inaccessibile a tutti noi, quest'uomo che fu un mistero perfino per se stesso, che fu un ospite indifferente in un corpo viaggiatore, il suo diabolico potere di sopravvivere a tutti i suoi dolori, l'uomo che provò tutto e non scelse nulla, l'uomo che si tagliò l'ultima falange del mignolo sinistro (magari solo per vedere che succedeva), morì all'età di 83 anni nella sua perfetta casetta bianca. Una morte da vero borghesuccio. Una morte banale. Una morte e basta.
Ed io sono qui e dico, ci deve essere una spiegazione! Io che me lo immaginavo nudo, sopra una sedia, magari pieno dei suoi disegni, con intorno i suoi sei gatti, con in bocca una sigaretta e magari la cravatta per mantenere sempre un aspetto signorile, e uno sparo sulla fronte, magari uno sparo artistico, così da coronare con un quadro d'autore quel momento del trapasso da lui così serenamente invocato.
Si dice che Burroughs fosse ansioso di scoprire la morte (io oserei dire: solo per vedere di che si trattasse), lin conformità alla sua solita voglia di esplorare il nuovo. E così arrivò quel momento, più quieto che mai, più comune che mai. E lui nemmeno si girò per dire addio: già me lo immagino là, tutto preso da se stesso, tutto preso dal mondo nuovo da esplorare. In un istante non era più uomo, era altro (lui è sempre altro), incurante di quel mondo al quale non s'accorse mai di appartenere. Ma forse fu questa morte ordinaria che ci rende oggi in grado di parlarne, altrimenti quell'esistenza così fuori dal comune, quell'esistenza così terribilmente burroughsiana, sarebbe andata a confondersi con il mito, con il mistero, un altro gesù. E' come se quella morte comune gli avesse dato un'identità. Un’identità che lui rifiutò in vita, giacchè lo chiamarono il padre spirituale dei beat, ma la sua scrittura fu altro e la sua vita un isolamento continuo, ispirò il cinema ma lui non faceva altro che recitare se stesso, ispirò il punk ma non si lamentò mai, ispirò le arti visive ma lui non fece altro che distruggere la pittura con i suoi quadri. Tutto era assolutamente burroughsiano tranne Burroughs che era altro da sè.

"Vivi in fretta, morirai tardi", disse con la sua impressionante veggenza. E così fu, un razzo con un atterraggio lento e noioso. Non conosceremo mai nulla del suo percorso di vita ma solo il buco nero della sua caduta.

mercoledì 24 dicembre 2008

Tre libri: tre regali in tre minuti


Boris Vian – La schiuma dei giorni

di Norberto Giffuri

Vian, scrittore e musicista francese vicino all'Esistenzialismo e alla letteratura matematica di Raymond Queneau, racconta una storia d'amore con leggerezza, purezza e una pennellata di surrealismo.
Il risultato è una fiaba moderna atipica e avvincente. Vian, tra un'invenzione e l'altra, trova anche il modo di collocare una forte denuncia al conformismo della società francese del secondo dopoguerra.
Un'apologia della fantasia: dopo l'ecatombe la letteratura veste ali di farfalla.

Boris Vian, La schiuma dei giorni, Marcos y Marcos, Milano, 2005, pp. 268, euro 13,50.

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Luciano Bianciardi – Non leggete i libri, fateveli raccontare

di Ezechiele Lupo

Nel 1967 Luciano Bianciardi, grossetano trapiantato nella grande Milano degli anni ‘50, intellettuale contro, quasi animalesco, ma dotato di sapida ironia e sensibilità leggera, pubblica in sei puntate sulla rivista ‹‹ABC›› un pamphlet oggi riproposto dalla piccola casa di saggistica Nuovi Equilibri, all’interno della collana Eretica. In Non leggete i libri, fateveli raccontare – Sei lezioni per diventare un intellettuale dedicate in particolare ai giovani privi di talento il Bianciardi introduce il lettore nell’ambiente culturale, che egli stesso ha sempre disprezzato e trattato con quell’ironia della tristezza, dell’insoddisfazione, del “complessato”, del diverso, fino a morirne. Un manuale che insegna a vivere “come un intellettuale”, che mette sullo stesso piano l’allevamento di pollame e il mestiere dello scrittore, abbassando volontariamente con rabbia, rassegnazione e sferzante satira nera, il grottesco mondo della cultura che si compiace del proprio elitarismo, e che espone come Venerdì civilizzato il metalmeccanico con l’‹‹Unità›› in tasca. Lo stesso mondo intellettuale che Bianciardi ha rifiutato per debolezza e fragilità mentale: ribellandosi col sarcasmo del cinico e l’irruenza irrazionale del bambino. L’intellettuale è un gattino da salotto, o una bestia selvaggia da cui la civiltà fugge? Bianciardi, con una delle sue più belle immagini, protestava terribilmente: ‹‹Ma che succede? Più mi ribello e meglio vengo accettato nei salotti: come una specie di tigre da esibire.››

Luciano Bianciardi, Non leggete i libri, fateveli raccontare, Nuovi Equilibri, Viterbo, 2008, pp. 93, euro 9,00.

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La morte dell’autore: Suicide di Edouard Levè

di R. Castoro

Magari infiocchettatelo per il vostro peggior nemico, ma non perdete l’occasione di far leggere Suicide di Edouard Levè a qualche persona, rivale o meno, che sapete essere in grado di pensare e sentire. Dopo aver consegnato il manoscritto al suo editore, Edouard Leve – narratore e fotografo francese di 43 anni quasi ignorato in Italia, oggi riscoperto da Bompiani con la traduzione di Sergio Claudio Perroni – si toglie la vita. Il testo, partendo dalla morte auto inferta di un amico, svolge la memoria dell’autore, imprimendo un taglio da istantanea a ricordi che modellano una vera e propria genealogia della vita. Della vita, appunto, e non della morte, come spesso accade per la letteratura che parla di fine, di male d’essere, di paura, di, in fondo, stati d’animo che cercano una giustificazione. In un unico respiro, senza interruzioni, la narrazione si ferma a tracciare episodi ed idee del suicida, in un incalzante climax ondulato, che passa da momenti cronachistici a sottili indagini psicologiche, fino ad una raccolta di terzine che racchiudono il solipsistico ed egocentrico caos vitale in cui si perdono, insieme, protagonista ed autore. “La tua morte è stata la morte della vita. Eppure mi piace credere che tu incarni il contrario, la vita della morte. Non so sotto quale specie tu sopravviva al tuo suicido, ma la tua scomparsa è tanto inaccettabile da generare questa follia: credere nella tua eternità.”

Edouard Leve, Suicidio, Bompiani, Milano, 2008, pp. 120, euro 14,00.

lunedì 5 maggio 2008

Messaggio poetico e letterarietà in “Il mio nome è rosso”

di Ezechiele Lupo

“Il mio nome è rosso” è forse il più celebre ed importante romanzo di Orhan Pamuk, intellettuale turco, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2006. Al fine di una maggiore comprensione della piccolissima analisi proposta, vengono riportate le informazioni basilari per farsi un’idea, anche vaga sulla trama, i personaggi e la storia. Nella Istanbul del 1591, Nero, un giovane innamorato di Sekure, la bella figlia di un maestro miniaturista, viene incaricato di scoprire il responsabile di una serie di delitti. Le indagini si svolgono tra i membri del laboratorio di miniatura del Sultano. Solo una volta scoperto il colpevole Nero potrà consumare il matrimonio con Sekure. Il libro è diviso in brevi capitoli, in cui i vari personaggi narrano, in prima persona, una parte della vicenda.
L’analisi si concentra sul “messaggio poetico”, inteso come portatore di “letterarietà”.

Prima di tutto centriamo il punto: di cosa parla il romanzo? Di scrittura. La miniatura non è altro che la scrittura. Penso non sia esauriente sostenere soltanto che la tensione dialettica del messaggio si dibatte tra due poli: la rappresentazione, e quindi la referenzialità alla realtà, e la realtà rappresentata secondo un codice (per la miniatura è il codice persiano, per esempio). Credo che il punto sia un altro: il dibattito si svolge all'interno del mondo letterario, della concezione stessa di "testo" letterario, e del ruolo dei singoli attori di questa comunicazione: l'autore, il lettore, il mondo (anche come rappresentazione) e lo stile. E in questo dibattito Pamuk, l'autore reale del romanzo, ci entra giocando con finezza, attraverso il problema dello Stile, connesso strettamente col Punto di Vista. La domanda dell'autore reale è: il linguaggio letterario possiede in sè uno stile, che è dato dal punto di vista dei vari narratori all'interno del testo? Ma anche: il lettore coglie le variazioni dello stile indipendentemente dal fatto che gli si dica che il narratore cambia? In poche parole: Farfalla, Cicogna, Oliva, i tre miniaturisti che tanto anelano ad essere riconoscibili, ad avere uno stile, non sono forse, parte di uno stesso discorso? Il loro possedere uno stile non è sinonimo di personalità autorale, ma semplice scarto minimo rispetto ad una norma codificata. I narratori che si alternano nel libro sono portatori di un punto di vista diverso: questo è chiaro, ed è anche quello che l'autore reale, Pamuk, ci invita a credere. Salvo poi spiazzare il lettore alla fine, quando Sekure racconta il finale, e ci viene svelato che il narratore è unico (il figlio di Sekure, Orhan, che tra l'altro è un personaggio del racconto, quindi intradiegetico), che ha mentito, e ha cambiato il punto di vista semplicemente inventandosi che il disegno di un cane, un colore, il disegno di un albero etc., siano in grado di dare al lettore una visione del mondo: ognuno alla ricerca di uno stile. Nero è quel personaggio un po' pavido e fessacchiotto (talvolta), innamorato pazzo di Sekure? Sekure è davvero così bella e intelligente? Ovviamente non è importante saperlo o no. Pamuk gioca con i punti di vista, con i narratori, con la rappresentazione fallace della realtà, ingannando continuamente il suo lettore ideale, costruendo finti orizzonti d'attesa, per dimostrare che autore, narratore, stile, punto di vista e rappresentazione di una realtà, e quindi referenza, non sono altro che minime variazioni di uno stesso discorso. L'intenzione autorale, che è quella di avere uno stile, appare a Pamuk un'illusione: come la miniatura non doveva avere firma, così nella scrittura l'unica discriminante dev'essere quella del messaggio poetico. Orhan, il figlio di Sekure, narra una storia di intrighi, di amore, di morte, raffigurando un mondo di grande violenza, fatto anche di superstizioni e maldicenze, impossessandosi dei punti di vista dei personaggi. Ma la cosa essenziale da tenere in conto è che a punto di vista differente, non corrisponde narratore differente: questo è importante per capire il grado di finzione del discorso autorale. Il romanzo è corale fino a prova contraria, ovvero fino alle ultime righe dell’ultima pagina, quando il lettore si accorge che il progetto dell’autore reale (costruire un romanzo a più voci), è un finto scopo: poiché il narratore è unico, e, per sua stessa ammissione, ambiguo. Allora il lettore di Pamuk, il suo lettore ideale, dovrà chiedersi: ma che storia ho letto? Di cosa parla il romanzo? La risposta potrebbe essere che il romanzo parla di miniatura, cioè di scrittura. Se i fatti raccontati sono inattendibili, e poco ci importa del contesto storico, l’unica cosa importante da considerare è la scrittura. “Il mio nome è rosso” sembra essere, secondo quest’analisi, un saggio sulle possibilità del discorso finzionale, di fiction, e una confutazione di quella referenzialità che vorrebbe che la letteratura parlasse del mondo, scordando che il linguaggio, al massimo, parla di altri linguaggi. Come dice Maestro Osman, infatti, lo stile non è altro che il ricordo sopito e riaffiorato di un particolare già esistente. Ma questa non è una perfetta definizione di intertestualità? Il minaturista-scrittore crede di possedere uno stile, perché, con la propria intenzione, rappresenta uno spicchio di realtà: Maestro Osman-Pamuk ci invita a considerare che la minuatura-scrittura di finzione, rappresenta solo se stessa, con l’aiuto di altri sottotesti. In ultima analisi la destrutturazione operata da Pamuk confuta tutta la catena della comunicazione letteraria. L’intenzione autorale, che si esprime attraverso lo stile, non è altro che uno scarto rispetto ad una norma, già presente nell’orizzonte d’attesa del lettore, il quale viene messo in scacco dal finale, in cui si svela il narratore unico intradiegetico. Lo stile appare quindi il vero demone del discorso, perché implica un’intenzione rappresentativa: la letteratura di finzione non rappresenta nulla al di fuori di questo universo finzionale. Insomma la letterarietà sta nello svelamento dei meccanismi del discorso, per confutarli, e mostrare lo scheletro oltre la carne.

martedì 27 marzo 2007

Jonathan Safran Foer - Molte forte, incredibilmente vicino

di Norberto Giffuri


Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato” sostiene Jonathan Safran Foer - wikipedia ci dice di lui: è uno scrittore nato nel 1977 a Washington, che ora vive a Brooklyn, New York con la moglie, la scrittrice Nicole Krauss (e il loro cane, George). – nel suo romanzo d’esordio, intitolato guardacaso Everythingh is Illuminated, gioiellino della narrativa ad incastro -anche detta narrativa a scatole cinesi-.
E lo ribadisce con Molte forte, incredibilmente vicino, la sua seconda fatica editoriale, uscita in Italia nel 2006 ed edita dalla Guanda, tutta incentrata sul tema del ricordo, del passato che riaffiora e trasuda da ogni oggetto e da ogni volto.
L’oggetto nel particolare è una chiave. Il volto invece è quello paterno.
La trama? Presto detto; Oskar Schell, ragazzino newyorkese superintelligente trova la suddetta chiave in una busta, infilata in una vaso accatastato tra le cianfrusaglie del defunto padre, vittima dell’attentato alle Torri Gemelle dell’Undici Settembre. Sulla busta compare una sola parola: “black”. Oskar è ambizioso e volenteroso: decide di visitare le case di tutti i Black della città, dal primo all'ultimo dell'elenco telefonico, alla ricerca della serratura per la sua chiave. Nella sua peregrinazione urbana Oskar incontra bizzarri personaggi in una Grande Mela che cerca di scuotersi di dosso la polvere delle torri collassate. Safran Foer innesta nel filo narrativo principale il ricordo del bombardamento di Dresda (drammaticamente vissuto dai nonni di Oskar) costruendo un ideale parallelo tra Seconda Guerra Mondiale e 11 Settembre -il dolore, la morte, la tragedia hanno nomi e tempi diversi ma uguale sostanza-.
Un ragazzino sognatore -Oskar- alla ricerca della figura paterna. Detto così potrebbe sembrare la solita solfa, già vista, già sentita. Ringraziamo Safran Foer: non lo è. Il giovane scrittore sperimenta un complesso montaggio narrativo che, seppure con il limite di confondere le idee al lettore -la non linearità richiede uno sforzo intellettivo intenso per ricomporre la trama- ha il pregio di vivacizzare la macchina testuale. A voler a tutti i costi cercare di inquadrare il romanzo diciamo che esso si risolve in una narrazione principale condita con una serie di flashback che portano alla costruzione di una trama di rivelazione -di capitolo in capitolo si ricompone il puzzle-. Ma così facendo rischio di far torto al libro.
E commetterei certo un torto negando un plauso alla lingua scelta da Safran Foer: moderna, fluida, efficace. Una commistione riuscita tra la prosa schietta del romanzo americano degli anni '90 e la lingua del web. Un romanzo che vuol essere multimediale: il testo è accompagnato da fotografie che non figurano come mero elemento accessorio...sono parte integrante del meccanismo, anticipano e sottolineano gli elementi chiave della storia.
Concludo con un piccola critica. Molte forte, incredibilmente vicino pecca a volte di patetismo, cerca con ogni mezzo di suscitare la commozione del lettore. Il messaggio che passa tra le righe è chiaro: siamo una generazione che ha maledettamente bisogno di piangersi addosso.

Jonathan Safran Foer, Molte forte, incredibilmente vicino, Guanda, Parma, 2005, pp. 351, euro 16,50.

sabato 10 marzo 2007

Michele Mari - Cento poesie d'amore a Ladyhawke

di Ezechiele Lupo

Michele Mari pubblica per Einaudi il suo primo libro di poesie. Considerato il fatto che “libro di poesie” non è la giusta denominazione per una raccolta di poesie (non stiamo parlando, si badi, di ricette), e che “raccolta di poesie” fa già troppo campionario di stoffe, chiameremo il libello (corto, di libello si tratta) servendoci del numero dei componimenti presenti nelle poche pagine: cento poesie. Mari sceglie un titolo che non lascia dubbio alcuno sulla paternità dei componimenti: Cento poesie d’amore a Ladyhawke. Già nel titolo c’è gran parte della sua scia tortuosa e spiazzante, della sua vocazione letteraria alla letterarietà, intesa in senso dogmatico: nella cristallizzazione della parola, del lessico, sta la vera libertà aurorale, nell’accostamento di semplicità, leggerezza e riferimenti (parodistici) a mondi altri, o meglio, fuori dalla pagina.
Ne Il portaborse di Luchetti, il Ministro Botero, interpretato con perizia e fantasia da Nanni Moretti, sostiene irridente di non aver mai letto un libro fino alla fine, e si stupisce che i libri di poesie si leggano ancora. Anche a me è capitato di stupirmi su quest’ultimo punto. Mi sono spesso chiesto cosa fosse fare poesia oggi; avvenute tutte le decostruzione, persa quella verginità letteraria di cui parla Eco. Che vuol dire scrivere un verso? Non sono un amante della poesia e forse mai lo sarò; la poesia mi dice poco o nulla, qualsiasi. Ho letto per intero solo pochi libri di poesia tra cui le Lyrical Ballads (e ne vado fiero, cari miei!), e non posso dire di conoscere la contemporaneità del genere, ma Mari è un nome che accostato alla poesia fa sorridere. O perlomeno incuriosisce. Nei suoi romanzi e racconti, e anche nel suo modo di parlar semplice, (chi ha assistito alle sue lezioni lo sa) c’è una ricerca del registro alto, quasi tragico, nel quale non è raro imbattersi in spie testuali di un linguaggio basso, satiresco talvolta. Sarei quasi portato a dire che riesce a cristallizzare contenuti opposti in identiche forme, ma banalizzerei. Ad esempio tra le cento poesie ci imbattiamo in questa: Il mio amore è un trapano tremendo/Con punte/Al tungsteno/Al molibdeno/Al vanadio/Che fanno paura soltanto a vedersi/Il guaio è che da ragazzo/Mi han fregato il mandrino/E ancora/Lo sto cercando; la forma è evidentemente liberissima e l’amore come trapano è una similitudine fuori dal lessico poetico. Ma non bisogna fermarsi alle parole, dobbiamo guardare l’insieme del discorso: incredibilmente i tecnicismi, che non sono materiale poetico, vengono imbrigliati in una forma poetica che, se pur affatto che canonica, si canonizza. E’ quello a cui la lingua di Mari punta: creare un canone, o meglio, farsi canone letterario. Le cento poesie sono percorse da un’ironia a tratti irresistibile e fulminea, che può ricordare quella degli epigrammi latini: vi è il gusto per il mottetto, il particolare lascivo, la svisata erotica. E’ il percorso di un amore che si conclude con la morte: una fine impossibile e leggendaria, forse la morte delle parole, l’impossibilità di riferirsi all’esperienza amorosa, conclusasi come una mancata partita di poker. Non mancano tra i componimenti banalissime dediche da baci perugina come Centoundici, e versi fulminanti che versi non sono: Come un serial killer/faccio pagare alle altre donne/la colpa/di non essere te; poesia-non-poesia totalmente inutile, che se un merito possiede, è quello di illudere che essa sia davvero una poesia. La poetica di Mari recupera il medioevo italiano e lo ripropone senza gusto per la citazione colta: non attualizza temi e forme, ma restituisce testo e contesto, così come sono, comunicando ingenuità e sorpresa. Ci viene da chiederci: è poesia questa? Il linguaggio poetico ha recuperato la sua verginale ingenuità? O è solo l’ennesima maschera post-moderna di un narratore estremamente abile? Come dice Pasolini forse questa è una delle “enigmatiche correlazioni” che non ci è dato di sciogliere. Per me, che poco o nulla so di poesia, vale solo il piacere (sì, il santo piacere) di leggere versi come questi:


Nella mia testa
c’è sempre stata una stanza vuota per te
quante volte ci ho portato dei fiori
quante volte l’ho difesa dai mostri

Adesso ci abito io
e io mostri sono entrati con me



Michele Mari, Cento poesie d'amore a Ladyhawke, Einaudi, Torino, 2007, p. 112, euro 11,50.

mercoledì 27 dicembre 2006

Tony Bentley - The Surrender

di Norberto Giffuri
Tony Bentley non è un’automobile di lusso inglese e nemmeno un uomo anche se si sarebbe portati a pensarlo di primo acchito. Tony Bentley è stata una famosa ballerina del New York Ballet prima che un incidente la costringesse ad abbandonare la danza. Smesse le scarpette da ballerina, Tony ha impugnato la penna o meglio la tastiera del pc, e ha cominciato a scrivere.
L’anno scorso ha pubblicato il suo primo romanzo, The Surrender, subito un “caso letterario”. C’è da considerare che negli Usa possono essere pacificamente “caso letterario” l’autobiografia di Hillary Clinton e i diari di Kurt Cobain scritti da suo cugino messicano…quindi non facciamoci abbindolare dal risvolto di copertina che parla di “vero e proprio capolavoro letterario” o dalla quarta di copertina che riporta entusiastici commenti di prestigiose testate come il Village Voice o The New Republic che io –nella bambagia della mia benedetta ignoranza- non ho mai sentito nominare.
Leggiamo dunque le prime quaranta pagine scarse - come fanno tutti i critici più prestigiosi, da quelli del Corriere della Sera a quelli dell’Espresso, da la Repubblica a La Prova del Cuoco – e tiriamo le nostre conclusioni.
Ma prima due righe sui contenuti. In pratica la sinuosa Tony, dopo anni di danze e su e giù per le Americhe e l’Europa, scopre il piacere trascendentale della sodomizzazione. Nella sottomissione ad un uomo, nella completa fiducia accordata al partner nell’atto della penetrazione anale, si sente totalmente arresa, –da qui il titolo The Surrender- impotente, abbandonata a lui e a se stessa, fino a perdere completamente il controllo. E oltre il controllo c’è Dio. (cito da pagina 21 dell’edizione italiana curata dalla Lain Books). La ragazza raggiunge la divinità dopo un’adolescenza in bilico tra Ateismo e Fede e contemporaneamente nella figura del sodomizzatore rivede il padre, o almeno il padre autoritario che avrebbe desiderato durante l’infanzia.
Il romanzo si lascia leggere e raggiunge il suo scopo che è arrapare ed incuriosire il lettore. Quindi lo consiglio a tutti i solitari o alle coppie che vogliono espandere la propria esperienza sessuale.
Una piccola postilla. Non credo che Tony Bentley, ex-ballerina trentenne newyorkese esista veramente. Probabilmente il romanzo e l’autrice sono stati abilmente “costruiti” in casa editrice. Comunque, Tony, se esisti e se ti arriva questa recensione, beh, contattami. Vorrei avere con te uno scambio di vedute.

Tony Bentley, The surrender, Lain, 2005, 220 p., euro 12.50.