Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.
Visualizzazione post con etichetta L'epistolario di Nepomuceno Sadda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta L'epistolario di Nepomuceno Sadda. Mostra tutti i post

martedì 21 aprile 2009

Tangenziale

di Nepomuceno Sadda


Dovrei essere grato alla pletora di assessori ai trasporti lombardi e alle giunte politiche varie ed eventuali che si sono succedute negli ultimi cinquant'anni. Dovrei essere riconoscente perché grazie alla loro imperizia, alle loro logiche di partito e al loro golf club del venerdì pomeriggio sono riusciti a costruire una perfetta trappola di viabilità urbana attorno al capoluogo della loro industriosa regione cosicché quasi ogni mattina, nel tragitto casa-lavoro io possa sperimentare un ampio ventaglio di emozioni.


Alle 6:15 am punto il muso fuori dal garage. L'aria è fresca, la campagna addormentata: che bucolica pace signori, che atmosfera campestre! Di slancio mi immetto sulla strada provinciale, direzione sud e sono tranquillo e assonnato. Quasi mi assale un illogica allegria, quasi che fossi Gaber. Dura poco. 6:45 am, immancabilmente, sono in colonna sulla Statale dei Giovi, altezza uscita Bovisio Masciago/Desio: paesi che mai visiterò perché sempre il loro nome sarà accompagnato nel mio cuore da un presagio funesto. Passano i primi dieci minuti, alzo il volume dell'autoradio. Arrivano le 7:15 am, mi produco in corti monologhi rivolgendomi al volante e al tachimetro fermo. Trascorre la prima ora di auto...cerco di rilassare i muscoli stendendomi lungo tutta la superficie del sedile. D'improvviso la luce: una corsia vuota, due corsie vuote, accelero, cinquanta, novanta km/h, volo, volo! Rettilineo, svincolo, immissione, tangenziale nord, fermo. Incastrato tra quattro camion, due suv e una piccola ed inerme Panda mi sento atterrito e straziato. Procedo lento, ma procedo, e ciò mi regala una parziale consolazione. Poi, una volta ancora, inopinatamente, la libertà mi si para davanti nell'immagine di una corsia sgombra, immacolata: di nuovo accelero sospinto da uno slancio vitale di proporzioni bibliche, mi sento un novello Mosé alla guida di un popolo di pendolari, avanti avanti, la tangenziale promessa si apre innanzi a noi, la Salvezza d'asfalto ci attende. Otto minuti dopo sono di nuovo in colonna, immissione tangenziale ovest, pianto e stridor di denti. Un'ora e mezza di viaggio, alla rabbia subentra la rassegnazione, il pessimismo cosmico. Comincio a formulare ipotesi sulla natura del blocco del traffico: incidente? Crollo? Cedimento strutturale di un cavalcavia? Vacca sacra sdraiata sulla terza corsia?

Avanzo con andamento lentissimo, mancano ancora 14 km all'arrivo, divento credente e chiedo l'intercezione di San Giovenale, protettore della Tangenziale e Santa Maria d'Aosta protettrice dell'uscita Assago-Famagosta.

Passano altri quindici minuti. Oramai sono in uno stato vegetativo avanzato, vengo tenuto in vita da un sondino attaccato al cambio. Il principale esponente della fazione politica a me avversa dichiara ai media che potrei comunque avere dei figli, al limite pure da lui, semmai volessi.

Poi il miracolo! I santi intercedono e nella rete di auto si aprono delle maglie. Procedo fluido, senza intoppi, ore 8:20 am sono davanti all'ufficio, giro la chiave, motore spento, poggio il piede a terra e bacio l'asfalto di Milanofiori, il luogo dove lavorano i migliori – così mi hanno fatto credere, devo pure essere motivato.

Che poi ci sarebbe voluto giusto uno sforzo, su signori, un poco di impegno. Avreste dovuto costruire nuove strade quando il territorio ancora non era congestionato da palazzi di cemento e la tracciabilità non era un rebus...una tangeziale esterna, una pedemontana, linee ferroviarie efficienti, autosilos nell'hinterland...e invece avete atteso a braccia incrociate che qualche buon scienziato inventasse l'auto volante o il teletrasporto e vi levasse così ogni cruccio.

Tutta questa attesa in colonna dà il tempo per riflettere. E capita così che, stretto tra un migliaio di auto, mi ponga le grandi domande care all'umanità tutta: perché esistiamo? Ha un fine il nostro vivere il presente? Posso costruire una teoria filosofica compiuta che mi permetta di accettare serenamente il fatto di dedicare tre ore giornaliere alla tangenziale? Perché in due milioni di anni di evoluzione siamo passati dal saltellare sui rami al nomadismo, dal nomadismo alla stanzialità, dalla stanzialità al pendolarismo? Per finire a passare in centomila nello stesso momento, ogni santo giorno nella stessa corsia di un cavalcavia a Cormano? Alcuni ci passano col suv coi cerchi da 20”, ok, ma non mi pare una giustificazione appropriata.

E tu che leggi queste frasi sofferte che fai? Ti tiri fuori? Ma lo sai che la colpa è anche tua? Dici di no, neghi? Rifletti: questa mattina, tu che sei donna, non ti sei attardata nel sistemare le scarpetta col tacco che ti si stava filando Cenerentolamente? E tu uomo non hai rallentato l'auto per valutare meglio le proporzioni delle terga della bella signorina che sostava? Hai notato che l'auto dietro di te ha dovuto frenare per questo, e quella successiva è stata fermata dal giallo improvviso di un semaforo? E non hai visto i cento che seguivano che hanno perso l'onda verde e si son trovati fermi ad ammirare la luccicante tornitura dei tombini di piazzale Maciachini? E alla moltitudine armata di volante che arrivava dal nord non ci hai pensato? Anche loro fermi, poco dopo, sull'asfalto madido di rugiada della Brianza più grigia. E venti km più su, alla fine dell'interminabile plotone di auto non hai considerato il sottoscritto - me misero, me tapino – che, chinato il capo, si preparava all'ennesimo tormentone di freno e frizione?

Ecco, brava/o egoista che non sei altro, pentiti.

Ma soprattutto espiate il vostro peccato politicanti vari: vi voglio vedere in tuta catarifrangente a scavare linee della metro e ad erigere piloni per viadotti. E allora sì, mentre sfilerò su una luccicante nuovissima tangenziale esterna a cento km/h e vi vedrò sgobbare sotto un sole implacabile, allora sì che riderò io.


Con immutata stima,

Nepomuceno Sadda

lunedì 17 marzo 2008

Prima lettera di Nepomuceno Sadda al Giudice sul mulo – La sindrome di Into The Wild

Caro Giudice,

Scrivo per raccontarLe di una chiacchierata e di una riflessione.

Ieri discutevo - tramite uno di quei catalizzatori di comunicazione che il fornitore del sistema operativo del nostro personal computer ci fa trovare installato indipendentemente dalla nostra volontà - con lo stimato Ezechiele Lupo: si parlava del più e del meno, forse più del meno che del più, ma fattostà che mi sono ritrovato a lamentare la mancanza di tempo libero in sede di lavoro; mancanza che, ahimé, si traduce nell'impossibilità dell'esercizio della bella scrittura.

Al che il valente Ezechiele mi ha rammentato che questa è diretta conseguenza della concezione di tempo libero che la società industrializzata ci ha imposto.

Cerco di esporvi il problema in pochi concetti essenziali: mi ripropongo di scrivere nei tempi morti sul lavoro, cioè la mia disponibilità alla scrittura è funzione della libertà che l'azienda mi concede. In definitiva sono entrato in un meccanismo nel quale sono fattori esterni a determinare i tempi del mio rapporto con la letteratura. In sostanza esercito la mia libertà di pensiero in gabbie temporali prestabilite a discrezione dei miei superiori. (E mi ritrovo dunque a dire che se avrò tempo scriverò di non avere tempo se l’azienda non mi concede tempo).

La discussione ha poi preso una piega piuttosto radicale: è accettabile in una società avanzata impiegare 40 ore settimanali in un lavoro retribuito, volto alla creazione di beni sostanzialmente superflui o che non saranno fruibili dal diretto produttore? Non sarebbe opportuno limitare a circa 15/20 le ore lavorative, e dedicare il resto della settimana ad attività di svago o socialmente utili?

Certo, la prima conseguenza di un tale sistema sarebbe una drastica frenata nel progresso tecnologico e scientifico. Una politica di "decrescita" è accettabile da una società abituata a riposare della calda bambagia dei beni superflui?

Ezechiele Lupo mi ha suggerito un'arguta definizione: "Sindrome da Into The Wild".
Abbandonare tutto, rifugiarsi nel panismo, risvegliare quel primitivo sentimento di coesione con la Natura seppellito da metri di cemento e silicio (non ho detto "cilicio", quindi Opus Dei, di grazia, abbassi quel frustino).

Poi ieri, prima di addormentarmi, ho riflettuto su quanto sia contraddittorio disquisire di natura selvaggia, in pieno Occidente, seduto davanti ad un pc.

La mia idea di natura è questa: una paesaggio bucolico, un tiglio secolare... ed io sdraiato all'ombra delle sue fronde con l'iPhone in mano.

E in quel momento ho realizzato: mi duole ammetterlo caro Giudice, faccio parte del sistema. E un po' mi piace.

Sono forse colpevole per questo? E se sì: qual è la mia colpa?

Cordiali Saluti,

Nepomuceno Sadda