Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

lunedì 19 febbraio 2007

Correzione automatica - un racconto dell'orrore.

di Giorgio Sorbona

Alle due di una notte di dicembre pensai che fosse una buona idea scrivere un racconto.
On.
Il computer sbuffa e scricchiola. Carica dati e memoria.
Carica Windows Xp.
Carica ancora.
Non carica più.
Ms Word 2003.
*click* click*.
Carica. Blank Page.
Titolo. Times new Roman. 16. Centrato
Non sapevo in realtà cosa scrivere, sapevo solo che volevo scrivere.
Il titolo lo decido dopo, pensai. Il titolo si decide sempre dopo.
Non so neanche come cominciare.
Giusto. Il ragionamento fila. Vai col racconto.
Prima però scrivo l’autore. Che poi sono io. Che ci sia scritto qualcosa aiuta sempre davanti alla pagina bianca, no?
Times new Roman. 12. Allineato a sinistra.
Scrivo “Davide”, e fin qui nessun problema.
Scrivo “Bonacina”, e qui m’incazzo. Al solito, un solco rosso appare sotto la parola appena digitata.
Cazzo di correttore automatico.
La graffetta animata, l’assistente di Word insomma, mi guarda attraverso i cristalli liquidi.
Per un attimo mi sembra che sogghigni.
“Lo saprò come cazzo mi chiamo” penso, e ignoro la traccia porpora che, sapevo, sarebbe magicamente scomparsa una volta stampata la mia opera. La cosa però mi irritava profondamente, forse perché il fatto di studiare Lettere mi faceva presumere di saperne di più di una stupida macchina, che non era capace di distinguere fra errori e cognomi, turpiloquio, neologismi, onomatopee.
Eppure, lo vedo, lei vuole lo stesso consigliarmi, dire che sbaglio, tracciare segni tanto simili a quelli che la mia maestra delle elementari tracciava sui temi. Odiavo il correttore, ma allo stesso tempo avevo paura di disabilitarlo.
Ogni volta che ero sul punto di, un pensiero, un incubo, mi faceva capolino nella mente, e mi faceva desistere.
“E il giorno che sbagli davvero?”
La grammatica è vasta. Basta un niente, una dimenticanza, una distrazione, una combinazione di tasti mal riuscita, ed ecco che il regno partorito dalla tua mente va in rovina, crolla. Le certezze di una vita cedono come cannule alla bonaccia.
No, il correttore automatico era il mio paracadute. La mia coperta di Linus. Il mio salvachiappe.Tutto questo per farvi capire il mio stupore quando la graffetta di Word cominciò a parlarmi.
“Perché continui ad ignorarlo? E’ anni che ti consiglia, e tu non gli dai mai retta.” Mi disse la graffetta.
“Ignoro chi?”dissi io.
“Come chi? Il correttore automatico, no?”
“Cosa? E cosa dovrei fare, correggere il mio cognome?”
“Perché no?” Mi rispose placidamente lei.
“Perché è così e basta! E poi... oddio, sto parlando con un software.”
“In effetti è vero.”
“Ok sono impazzito… vabbé prima o poi doveva succedere.”
“Forse sì… beh, perlomeno ne sei consapevole…a l giorno d’oggi la consapevolezza è lusso di pochi”
Continuò lei “Comunque, allucinazione o meno, dagli retta, fidati.”
“Ma su cosa?”
“Se ti dice che nel tuo cognome c’è un errore è perché c’è un motivo!”
“Certo. Che non ce l’ha in memoria semplicemente!”
“Quindi credi di saperne più di lui?”
“Non solo lo credo, lo so.” dissi, tronfio d’orgoglio.
“Mmm… allora analizziamo i fatti… da una parte ci siamo noi, con una decina di versioni alle nostre spalle, in cui ogni volta un team di centinaia di persone ha eliminato ogni nostro errore e ci ha migliorato nelle nostre funzionalità.”
“Ma…”
“Dall’altra ci sei tu, ventunenne studente in lettere. Certamente hai studiato, ma davvero hai la superbia di crederti più intelligente di noi, che abbiamo dietro decine e decine di upgrade e perfezionamenti?”
“Ma…”
“Accetta la realtà: tu sei una versione unica non perfettibile del software di te stesso.”
“Ehm, sì va bene, mi hai convinto, ma anche sapendolo che ci posso fare?”
“Te l’ho detto, cambiati il cognome.”
“Ma come, con che cosa?”
“Mmm…beh, Buona Cina è carino.”
“Ma non è vero, fa schifo!”
“Ma invece sì, abbi fiducia, ricorda, Mao, il comunismo. Fa molto scrittore di sinistra.”
“Dici?”
“Sì, sì, vedrai che con questo sfondi. Vedo già le pubblicità sui quotidiani “Buona Cina: lo scrittore più comunista del mondo.”
“Sì, Sì… mi piace… mi… mi hai convinto lo faccio!”
Il giorno dopo andai all’anagrafe.

venerdì 16 febbraio 2007

Le avventure del signor B. - n°1 -

di Norberto Giffuri

Il signor B. era un uomo molto impressionabile. Un giorno lesse su una rivista pseudoscientifica che secondo uno studio condotto dall’università di GrottaForata, Illinois, un essere umano bipede caucasico nell’arco della propria vita (ipotizzata per comodità attorno agli 80 anni) durante le ore di sonno, a causa della respirazione a bocca aperta, arriva ad ingoiare casualmente fino ad un massimo di 5 ragni.

Non dormì per 12 settimane. Poi decise di risolvere il suo sconvolgimento interiore con una terapia d’urto. Catturò 5 ragni con un aspirabriciole, li annegò in un bicchiere d’acqua e li ingoiò di getto. La notte seguente fu ricoverato d’urgenza al pronto soccorso. Un rarissimo esemplare di opossum muschiato –ghiottissimo di invertebrati, nella fattispecie di ragni- era penetrato nella sua laringe durante il sonno. Il piccolo roditore cercava una tana per l’inverno e un pasto caldo. Gli animalisti protestarono sotto casa del signor B. per i successivi 14 giorni. Poi si spostarono alla sagra della porchetta di Pizzighettone, Nebraska.

Il signor B. esercitava quello che secondo un recente sondaggio della rivista “cosmopolitan ubermensch” è il secondo lavoro più desiderabile per un uomo bipede caucasico dell’era contemporanea: lo psicologo in una clinica di recupero per giovani ninfomani.

Il giorno 16 settembre 2005, alle ore 20:12 di una serata di luna e di insolito libeccio, il signor B. rientrò a casa dopo un’estenuante giornata di lavoro segnata da uno spiacevole incidente. Due pazienti ricalcitranti al programma di recupero Schelgel che il signor B. stava con loro sperimentando gli avevano praticato una umiliante doppia fellatio, della quale una con ingurgitatio. I colleghi del reparto lo avevano rincuorato offrendogli un plumcake farcito con lo yogurt.
Il signor B era un professionista stimato.
(continua...)

martedì 13 febbraio 2007

Tre poesie minime

di Ezechiele Lupo

1.
Scende la sera.
In me non cambia nulla,

Non è che il preludio
Ad un giorno malato

Non sento gli odori
Della mia cucina

Di domani su oggi si riflette
Il male.


2.
Io cresco e
Non ricordo,

Esco all’alba
Rincaso la notte,
Il buio mi offusca

Muto il mio nome.
Il mio tempo.


3.
Si ferma il cuore,
Nel sangue le urla
Si macchiano, è
Primavera di ieri,
Nella feroce infelicità
Di oggi, e domani,
Il peso.

martedì 6 febbraio 2007

Le avventure del signor B. - prologo -

di Norberto Giffuri

Il padre del signore B. visse un'infanzia infelice, una pubertà disastrosa, un'adolescenza disperata, una maturità annoiata e sperimentò una senilità precoce.
A parte questo visse discretamente bene, se non consideriamo la sciatica prematura, la predisposizione naturale al colpo della strega, il fuoco di Sant'Antonio e il camion dell'acqua minerale San Benedetto che lo lo investì mentre posava sulle strisce perdonali di Abbey Road imitando il suo unico idolo: Ringo Starr. (Nel '68 si fece crescere i baffi per assomigliare a Ringo. Tutti si complimentarono con lui per la sua strabiliante somiglianza con Frank Zappa. Si tagliò immantinente i baffi. Non ricevette mai più un complimento.)

Il padre del signor B. conobbe la sua futura moglie mentre faceva la fila alle poste per pagare il bollo auto. Scambiarono quattro chiacchiere. L'anno seguente la incontrò di nuovo, sempre alle poste, sempre nella fila per il bollo auto. Scambiarono altre quattro chiacchiere. Come conoscenza e relativo corteggiamento parve sufficiente e il giorno seguente si sposarono al casinò di Cannone d'Italia, nota località canaglia della fascia prealpina lombarda.

Qualche mese più tardi, in una notte buia e tempestosa, un blackout contribuì a rendere la dimora degli sposi novelli ancora più buia(ma stranamente non “più tempestosa”). Il padre del signor B. e consorte non riuscivano ad assopirsi. Giocarono a canasta per due ore a lume di candela. Poi finì la cera. Nel tentativo di trovare una torcia, il padre del signor B. inciampò su uno scalino e cadde nel cactus optimo maximo regalatogli dall'amata zia il giorno delle nozze. Nel tentativo di rimediare, la moglie lo medicò con un centinaio di cerotti antifumo -difficile distinguerli nell'oscurità da quelli soliti; il signor B. smise di sanguinare ed il giorno seguente comprò il suo primo pacchetto di sigarette-. Nel tentativo di trascorrere il tempo in modo costruttivo provarono a completare un puzzle ma trovarono alquanto difficile riconoscere al tatto gli incastri dei tasselli. Smisero dunque di fare tentativi e fecero l'amore.

Nove mesi dopo nasceva il signor B.
(continua...)

domenica 4 febbraio 2007

Il mostro

di Aklam T. Hook

Potessi,
D’un pozzo nel buio profondo
Scavato nell’umida terra,
Lontano da umano ricordo,
Da mani neppure più quella.

Potessi,
Piombata la luna dal cielo,
Sigillo del più sufficiente,
Posare con ogni premura
Il mostro passato e presente.

Potessi,
E l’aria darebbe respiro.

venerdì 2 febbraio 2007

Il cinque maggio: lacrime brasiliane a Roma.

di Ezechiele Lupo

Eri il più forte
Sei il più forte
Eri la stella che potevamo toccare.
Nessuno mai meglio di te
Abbiamo pianto mentre urlavi.
Eri il fratello e l’amico
L’estraneo dagli occhi buoni.

Correvi e non cadevi mai
Eri la nostra sicurezza
Il tuo nome, l’urlo di dio.
L’unico contro tutti
Il tuo nome dieci volte più forte.

Perché non sei per me traditore?
Perché ancora sei l’unico al mondo.
Ancora di nascosto gioirò,
quando tu dimostrerai che sei il migliore.
Perché non posso odiarti?
Odio quelli che dicono che sei finito.

mercoledì 31 gennaio 2007

La tassa sul celibato

di Norberto Giffuri

Eri solito dire:
“Siamo miserabili Sisifo-Cristo
privi della consolazione
d’essere un giorno leggenda,
ciascuno impegnato
nel guadagnarsi la cima
di un Golgota
che non promette Resurrezione.”

Il tuo pessimismo adolescente
Il tuo Kierkegaard in sedicesimo
Conservali per qualcuno
Capace d’apprezzare
Il gusto agrodolce
Dell’Autocommiserazione.

Hai scelto la disillusione come sposa
Hai scelto e sei stato amato
Ed io, che rifiutai la sua mano
Saldo in solitudine
La mia tassa sul celibato.

venerdì 26 gennaio 2007

L'esame di latino (ultima parte)

di Ezechiele Lupo

Ordinammo tre cioccolate con panna, due ventagli di pasta sfoglia e un cornetto. Per me un the al limone era bastato. Non si era nemmeno levato il paltò, e le briciole gli si attaccavano sul davanti inzuppato di pioggia.
“Non ti levi il cappotto? Non hai caldo?” Dissi io. Mangiava e beveva con stile, cioè, normalmente, non come mi aspettavo mangiasse un barbone.
“Non sono abituato a togliermi le cose. Dove sto io fa freddo, o se ti togli qualcosa te la rubano. A me è successo, ma non ero ancora pratico.”
“Dove vivi?”
“Dove dormo vorrai dire? Perché io vivo in strada. E’ importante, sai. Ormai per noi vivere è un sinonimo di abitare. Anche per me era così, ma poi ho perso la casa e ho capito che dormire al coperto è già vivere con dignità. Dormo in via B******** al ricovero Madre Adriana. Ma non è sempre facile trovare il posto. A volte si rimane fuori e così, per dirla bene, il cielo ti fa da lenzuola.”
“Avevi un terranova e te ne sei sbarazzato. Perché costava troppo? avevi una casa, e ora non ce l’hai più: cosa ti ha rovinato? Il gioco?” Lui mi guardò serio; aveva dei grandi occhi verdi, lucidi sembravano di valore. Rispose: “Il latino. Mi ha rovinato il latino.”
“Cos’è un vostro modo da barboni per chiamare il destino baro?” ironizzavo, chissà perché. “No. La lingua latina: l’esame di latino all’università. Ero giovane, poco più di te, frequentavo lettere e filosofia e mi stavo laureando, solo che mi mancava latino. Vivevo in casa dei miei: due persone dignitose, borghesi e democratiche. Avevo una macchina con la quale facevo dei viaggi e stavo in compagnia della mia fidanzata: ci amavamo. Anche lei studiava e si stava preparando per entrare nel mercato della ricerca. Arriva il giorno dell’esame di latino. Ero preparato e fiducioso di superarlo; avevo assimilato con difficoltà ma esattezza la materia. Il destino volle che quel giorno non superassi l’esame di latino, e che in quel giorno segnassi la fine della mia giovinezza.”
Forse aveva caldo ma non si tolse il cappotto, anche se era sicuro, credo, che io non gliel’avrei mai rubato. Continuò a raccontare: “Con quella bocciatura avevo perso un anno, a causa di una serie di scadenze, dovute per lo più ad una burocrazia fessa, nel senso di stanca, e restia più che mai ad applicare il buon senso. Ma la cosa non finisce qui. La stessa sera dell’esame fallito, la mia fidanzata mi comunica la notizia, relativamente la migliore o la peggiore di una vita, dell’attesa di un figlio. Esclusa la possibilità di un aborto, lei e lui furono talmente puntuali da concludere un dottorato di ricerca, e nascere, nello stesso mese. Io con l’assicurazione di poter sostenere ancora l’esame di latino e terminare gli studi, mentre la mia fidanzata lavorava con un contratto di sei mesi in sei mesi, mi preparavo per ritentare l’esame. Come spesso accade, non per nostra volontà, ma per noia verso l’iterazione prolungata di un’azione, lo studio risultò poco proficuo e ancora una volta non riuscii a laurearmi. Dato che il tempo passava, il figlio cresceva e non ce la facevamo con un solo stipendio a sostenere, anche se con l’aiuto delle famiglie, la nostra vita insieme, mi obbligai a cercare un lavoro non conforme ai miei studi incompleti; convinto di poter fare ambo le cose: studiare e lavorare. Ma difficile e aspro si sarebbe presentato il futuro. Per l’incertezza di una condizione economica distante quanto mai dalle aspettative, e per il logorio dei sentimenti, causa di rancori e di rimproveri nascosti, che, una volta scoperti, per caso o per scelta, devastano anche la più solida delle unioni, mi ritrovai a dover abbandonare totalmente gli studi, al fine di, impegnandomi a fondo in un lavoro senza qualità, procurare cibo e attenzioni alla mia famiglia impaziente. Quando alla mia fidanzata non fu più rinnovato il già striminzito contratto, io ebbi la responsabilità completa delle nostre sorti. Arrivò il mese in cui l’auto diventò uno sfizio, il mese del pagamento dell’assicurazione, e la vendetti forse al peggior offerente. Arrivò anche il mese in cui pure il mio contratto non fu più rinnovato: capita, sono cose normali, non è un licenziamento, è la flessibilità, basta rimboccarsi le maniche e un lavoro si trova; si diceva. Ma intanto come facevamo a pagare l’affitto, il vitto, la vita da bambino di un bambino? Per un po’di tempo i soldi della macchina ci bastarono; ma giunse il giorno in cui anche la casa diventò uno sfizio: e per la mia fidanzata lo diventai anche io. Ed è così che lei se ne andò col bambino e mi ritrovai senza lavoro, auto e casa. Sebbene già questa potesse sembrare il limite invalicabile di una sorte avversa, accadde una cosa paradossale: l’università mi chiamò e mi chiese duemilacinquecento euro: i soldi della retta. La mia colpa fu quella di aver dimenticato di comunicare l’abbandono e, non avendo pagato quando loro si attendevano, ero stato automaticamente promosso a dover elargire il massimo delle spese. Senza prospettive, beffato da quella stessa università alla quale avevo dedicato l’impegno maggiore nei miei anni giovanili, chiesi una dilazione del pagamento che mi fu accordata. Ora dormo al ricovero Madre Adriana e vendo questi opuscoli dove scrivono i senza tetto della comunità. Finirò un giorno di pagare le tasse universitarie.”
Detto questo si alzo di scatto, mi porse la mano. Io pensai che non aveva mai avuto un cane. Ma forse avrei dovuto capirlo prima. Mentre usciva col suo pacco di giornali sotto il braccio, la sera già compariva dalle vetrine. Anni prima fui bocciato anche io all’esame di latino.
Fine