mercoledì 24 gennaio 2007
domenica 14 gennaio 2007
Alla piccola isola
Centodieci euro per festeggiare il compleanno su un isolotto dell'arcipelago in un parco naturale protetto. Andata e ritorno, partenza alle dieci e trenta e ritorno con l'ultima corsa delle diciotto.
L'isola era bellissima e disabitata. Poco più di un chilometro di diametro. Al centro, sulla sommità di un pendio pietroso, un piccolo cimitero. L'estremo approdo di un veliero del 15° secolo: dicevano inaffondabile, un Titanic ante-litteram che infatti come questo si comportò lacerandosi contro l'isola: immenso iceberg caldo, nero, ma di pietra bianca, il quale, se solo fosse stato illuminato allora, non ospiterebbe, oggi, ignoti, immobili e freddi inquilini.
Curiosamente tutti i giorni approdano sull'isola nuovi uomini e donne ignari, i più, persino dell'esistenza del campo santo. Forse in quel piccolo recinto ricco di anonime lapidi muschiate, riposano parenti alla lontana di chi, giunto da turista, ha percorso la rotta dell'avo meno fortunato. Dopo qualche tuffo e un po' di sole i turisti se ne vanno tutti. Non sappiamo se gli abitanti dell'isola li possano vedere, né se riconoscano eventuali nipoti qualora vi fossero. Ma vorrebbero che qualcuno desse loro un nome, magari uno qualsiasi: Sì tu mi sembri robusto in forze, bello com'ero io proprio prima di schiantarmi sulla riva, non sei un mio discendente, ma dimmi, ti prego, come ti chiami, così mi chiamerò come te, un nome vale l'altro, ogni parola è uguale all'altra, ma l'assenza di parola è il niente: dammi il tuo cognome fammi esistere almeno ora che sono morto.
Le guide imponevano la visita dell'isola, anche gli amici la consigliavano: tappa obbligata della vacanza. Lei voleva andarci per il compleanno, e lui avrebbe fatto qualsiasi cosa. Solo per vederla sorridere, solo per sentirsi meglio, solo per i suoi baci, le mani sul suo viso, i suoi abbracci, il corpo di lei contro il suo. Desiderava essere lo strumento per raggiungere ogni desiderio, voleva sempre fare qualcosa che la rendesse talmente felice da annichilirla, da non farle desiderare nient’altro che sentirsi così insieme a lui, per mano o magari sdraiati, o solo vicini. Sulla barca a motore che strepitava sulle onde, gli schizzi del mare li bagnavano a sprazzi. La forma degli occhi di lei era unica: sottile, obliqua quasi orientale ma tenacemente mediterranea. I grandi occhiali da sole di lui li proteggevano dal sale e dal calore del sole luccicante di riflessi. Amava vederla portare cose sue, lo faceva sentire apprezzato e a suo agio: era la sicurezza degli oggetti. Ogni tanto le cingeva la vita col braccio; non poteva trattenersi, a volte, da stringerla a sé.
L'acqua sulla riva era trasparente e i sassi bianchi e levigati reggevano il peso di millenni di sciabordii sempre uguali, un andare e venire di molecole di idrogeno ed ossigeno che si scontravano e frizionavano con altre molecole di litio e carbonio, si scambiavano, si rincorrevano, facevano il girotondo degli elementi.
Erano abbracciati in acqua, lui cercava di nascondere contro il corpo di lei l'imbarazzo di cui lei stessa capiva di essere la causa: chissà forse se ne inorgogliva. Non si può mai sapere cosa pensi davvero riguardo le manifestazioni del sesso.
Le mani di lui talvolta scivolavano verso rotondità tornite, in fondo al pronunciato e vellutato arco dorsale, e si insinuavano sotto l'esile stoffa idrorepellente bianca con piccole rifiniture rosa. Subito lei sollevava il viso dall'incavo della spalla di lui, e guardandolo chiamava il suo nome: quanta importanza aveva in realtà quel nome. Detto da lei con quel tono, in quel momento e nei milioni di istanti uguali che vivrebbe, ha vissuto, forse vivrà. Come assuma l'inevitabilità della sentenza estrema, della pesantezza del definito che esce di colpo dal corso dell'indefinito; il suo nome detto da lei balzava dal torrente sempre uguale delle parole, si distingueva, non era più parola qualsiasi ma era tutte le parole, tutti i nomi. Lì nel suo nome, pescato unicamente da lei, con banalità, nel turbine dei discorsi dell'umanità. Ora tutti i naufraghi del 15° secolo, in pena nel loro non potersi chiamare, non poter esistere nemmeno nella morte, vorrebbero essere nominati così da lei.
Ma solo lui. Solo lui sfiora le sue labbra mentre escono dall'acqua, mentre ridono sulle rocce, mentre lei legge un libro, mentre corrono alla barca del ritorno, mentre si coprono con un asciugamano, mentre aprono la cerniera della tenda e si sdraiano. Lui sempre le sfiorerà le labbra, lei sempre estrarrà il suo nome salvandolo dall'infinità dei discorsi: nell'infinità dei luoghi, dei tempi e degli amori.
Pubblicato da
Il giudice sul mulo
alle
19:14
3
commenti
Etichette: I racconti di Ezechiele Lupo
venerdì 12 gennaio 2007
Colloqui alpestri (ultima parte)
Griso, pensieroso, sgranocchia una crosta di pane, lo sguardo rivolto al soffitto. Che stia calcolando a grandi linee il carico sopportato mediamente dalle travi di legno? Del resto ciò si confà alla sua formazione scolastica: diplomato perito edile, ora laureando in ingegneria delle costruzioni. E non scordiamo l’apprendistato con i mattoncini colorati, negli anni dell’infanzia, palestra d’ogni architetto o meglio, archingegnere, che si rispetti.
Chiedo venia, sono preda del luogo comune. Forse sta semplicemente pensando alla sua ragazza. Non si vive di soli numeri.
“La settimana scorsa ho letto su una rivista qualcosa di sconcertante…”
Attimo di silenzio. Griso si volta verso di me, sorride e improvvisamente mi squadra con due occhi da serial killer. Atteggiamento suo tipico, bizzarramente scherzoso.
“…allora, il giornalista autore del pezzo, citando non so quali fonti ufficiali, sostiene che i duecento miliardari più ricchi del pianeta possiedono, tra beni vari, immobili, azioni etc etc, l’equivalente del patrimonio dell’umanità rimanente.”
“Plausibile…e dunque?”
“Beh, ho pensato: basterebbe confiscare i beni di questi straricchisfondati e, ridistribuendoli equamente, raddoppieremmo il patrimonio di tutti gli altri!”
“Vero! Sei miliardi di anime gioverebbero della improvvisa miseria di duecento…mi piace! Estremamente democratico. Quando lo facciamo?”
“Quando scenderemo a valle.”
“Ok.”
“Mi sa che i dati di partenza sono sbagliati. Come si fa a calcolare una cosa così?”
“È la seconda volta che obbietti oggi.”
“No, è la terza.”
“Qual era la prima?”
“Vedo che non capisci. La terza era la risposta di un attimo fa sulla mia duplice obiezione odierna.”
“Griso, quando fai così ti voglio bene. Non montarti la testa però!”
Prende la capoccia tra le mani e la scuote a destra e manca, come uno spiritato.
“Comunque, Griso..”
“Sì?”
“A dispetto del bene che ti voglio, sei un idiota.”
“Lo so.”
Seguita a dimenarsi.
Pubblicato da
Il giudice sul mulo
alle
14:43
2
commenti
Etichette: I racconti di Norberto Giffuri
mercoledì 10 gennaio 2007
Colloqui alpestri (parte 2)
“Vediamo se l’acqua bolle prima, a queste altitudini!”
“Beh, in teoria sì…però ho messo sul fornello acqua gelatissima…ce ne vorrà a scaldarla..Sander?”
“Eh!”
“Ricordi l’esame di termodinamica? Tutti quei calcoli sull’ebollizione dei liquidi?”
“Sì…acqua passata, per fortuna.”
Nell’attesa della calata della pasta, mi concedo la lettura del diario di bordo della capanna. L’ultima annotazione risale ad una settimana fa. La prima è del marzo del 2001. I diari precedenti? Mi auguro conservati in qualche luogo sicuro, da mani fidate.
La tipologia standard dei messaggi è così schematizzabile:
“Mese x, Giorno x, Ore xx:xx. Siamo giunti fin qui dopo una faticosa scarpinata di ore x. Il tempo è bello/brutto, piove/nevica. Ci accampiamo per la notte. Domani salita alla cima xxx.” Seguono firme varie.
L’affettazione delle proprie capacità deambulatorie la fa da padrone…sfogliando le pagine noto che i record si susseguono: salita in 3,5 ore, poi 3, poi 2, poi 1 e mezza. Compaiono anche indicazioni temporali da gara di atletica: 1 ora e 18 minuti, 1 ora e 27 minuti(Personalmente ho impiegato quasi tre ore. Rientro negli categoria “lenti alla meta”).
Piacevoli variazioni sul tema occupano una buona metà del diario. Ma non mancano slanci lirici, deliri esistenzialisti(“L’esistenza non è un problema, bensì un mistero”) e prosa d’arte(questa no, fortunatamente).
Qualche umorista dispensa battute d’effetto per la posterità alpinistica. Tizio loda le donne del suo borgo. Caio encomia le donne tutte, tessendo l’elogio della femminil pudenda. Sempronio racconta di aver portato una polacca cattolica fin qui e di non averci combinato nulla.
Ovviamente lascio il mio contributo. Affetto, come sono, da lungaggine scrittoria (conosciuta anche come “elefantiasi letteraria”) ci impiego una mezz’ora. Nel frattempo la pappa è pronta.
Pubblicato da
Il giudice sul mulo
alle
23:06
0
commenti
Etichette: I racconti di Norberto Giffuri
lunedì 8 gennaio 2007
Colloqui alpestri
“Ma è vera 'sta storia?”
“Così mi hanno riferito…poi sai, le voci girano e il tutto viene romanzato...”
“Di che storia state parlando?”
“E tu dov’eri? Hai detto che stavi via cinque minuti.”
“Niente, sono stato al McDonald qua sopra, vicino al ghiacciaio...l’hanno aperto recentemente...nuova politica di marketing, da indagini di mercato risulta che gli alpinisti sono assai affamati.”
“Bene bene...dopo ci andiamo. Comunque. Brevemente ti riassumo la storia..allora, metropolitana linea gialla, non so quale stazione, poco importa. Due operai stanno facendo manutenzione. Gira che ti rigira nel tunnel non ti trovano un cadavere, e mica fresco peraltro! Soliti tentativi di identificazione e controlli di routine. Vengono visionate le registrazioni delle telecamere a circuito chiuso…e salta fuori che due o tre giorni prima, stazione semideserta, ci stanno solo una vecchia signora e un giovane straniero, arriva il treno e truc! il tizio si butta sotto. La signora, che è lì a cinque metri, finta di niente, sale sul metrò e se ne va.”
“Mmm triste. Ma mi puzza di leggenda metropolitana…termine calzante in questo caso, vista la dinamica e lo scenario della vicenda..”
“Mi pare impossibile che il macchinista non abbia visto un tizio sfracellarsi sotto la sua cabina..”
“Magari si era appiattito nell’ombra un attimo prima..oppure la linea è automatizzata.”
“Ti stai arrampicando sugli specchi.”
“…comunque..che si mangia?”
“Ma non eri stato al fast food?”
“Sì, ma non ho mangiato…ho solo usufruito del cesso…sono così puliti!”
“Io direi, pasta al sugo, mais saltato in padella con burro e infine formaggi vari.”
La notte ha conquistato la valle, cominciando dai piedi, su per i fianchi rocciosi, fino alle vette incappucciate di neve. Notte senza luna, nubi minacciano le stelle.
L’occhio, seppur in grado di setacciare una vasta porzione di terra, favorito com’è dalla quota altimetrica, non scova nemmeno una luce, non un fioco segnale di civiltà, un guizzo di elettricità, non faro di automobile, o lampeggiante di jumbo jet, non fasci di torce, chiarore di fuochi e nemmanco lampeggiare di lucciole o di semafori. Nonostante il buio, si manifesta l’imponenza del paesaggio alpino: i profili di roccia, il limitar dei boschi, il bianco alone dei ghiacciai, metafore dell’immortalità. Ancora una volta mi ritrovo a guardare il sempiterno dallo spioncino della contingenza.
Pubblicato da
Il giudice sul mulo
alle
18:02
2
commenti
Etichette: I racconti di Norberto Giffuri
venerdì 5 gennaio 2007
Ritratti australiani
“Down down, you bring me down
I heard you knockin’ on my door and I can’t sleep all night”
( Stone Roses “I am the resurrection”)
D. è fuggito dall’isola che amava e lo uccideva.
Per sbaglio, con rancore. Forse.
Ad ogni modo sono 11 mesi.
La sua meta può essere il SandBar, 100 dollari sui Tre Leoni,
un’arancia mista alla nicotina nella mattina non divertente.
Interessa poco, se non immergersi in un qualcosa che non trova contorni,
mischiare ironia, dolore, speranze, assoli, vinaccio e corn beef hash.
Dio ?
Il mio diritto?
Bello credere che esistano in questo pianeta, in questa galassia da 26 dollari al barile di rottura, rifiuto e gioia di disincanto.
In volti e parlate che non credevi possibili, in amici che ruotano e nemici improvvisati.
II.
“Madre, a che vale
tutta questa eleganza
se ci tiene lontani dalla salutare
polvere di questa terra,
se ci priva del diritto d'entrare
nella grande festa del mondo?”
(Rabindranath Tagore)
V. sta a KC, nel grattacielo popolare da cui contempla ogni cosa, la fresca notte di ritorno dal turno.
-Se KC si muove- pensa tra sè -il resto della città perde-.
Risiede a KC da quando è giunto dal Punjab,10 anni fa.
Ha schivato ufficiali dell’immigrazione; casa e lavoro, lavoro e casa.
Ma da quelli giusti, ormai V. e il suo granchio tatuato, sono conosciuti.
“non preoccuparti, mio amico”... sorridi, dai una pacca ... butta sempre un occhio attorno però.
L’altra metà del trilocale è appannaggio del giapponese S., liscio o rasta, medidativo. Anche troppo.
3 DVD di Bollywood, 50 grammi di marjuana, pizza con gambero e salsa piccante a 10 dollari politici, barattolo di Mentos in comproprietà e altarino rituale.
Rendiamo grazie a questo paese senza radici ma che non fa mancare niente, nemmeno case da gioco o colazioni di Mc Donald’s.
Il pallone sgonfio che tiene sopra l’altare ricorda a V. S., il suo piccolo tigrotto. Per lui, per il suo quarto compleanno, il miglior pasticcere di KC, un amico, aveva confezionato la torta più bella del mondo. I suoi giocattoli sono rimasti qui. Li ha sempre difesi i suoi giocattoli dagli altri bambini, S ha il mento e la decisione di papà.
-Ma le cose si sistemeranno, ottenuta quella cittadinanza- risolve V. abbioccandosi fatto davanti alla cinquantaseiesima identica proiezione al masala.
Raggiungerà moglie, figliolo, un trattore, un dolce paese nuovo di mucche al pascolo e colline ondulate e feconde.....
Pubblicato da
Il giudice sul mulo
alle
22:24
0
commenti
Etichette: Liriche scelte
mercoledì 3 gennaio 2007
Il treno perso
di Ezechiele Lupo
“Roma. Da mia madre.” Rispose lei. “Viaggio lungo.” continuai, “Molto in verità. Ora lei mi aspetta per la tarda mattinata. Credo di poter arrivare a Roma forse in serata, se esco da qui verso le 8.” Guardai l’ora sull’orologio della cucina e vidi che erano già le 7 e 35. Mi sarei dovuto sbrigare a trovare il modo migliore per trascorrere con lei questi pochi minuti. Pensai subito di proporle di vedere un film, ma così se ne sarebbe andata appena a metà del primo tempo; perciò mi decisi a proporle un caffè: “Vuoi che ti faccia un caffè? Il tuo viaggio sarà lungo hai bisogno di stare in forma. Poi mi pare tu abbia freddo, col caffè ti scalderai.” Il suo sorriso sincero mi bastò e andai in cucina a prepararle del caffè. Pensai che il caffè è un buon inizio. Mentre seguivo l’evolversi e il rumoreggiare della moka, lei comparve accanto a me, e si mise a guardare e odorare la macchinetta. Dissi: “Sei italiana?”, “Un po’. Mia madre è stata un grande attrice italiana, mio padre uno scrittore belga: hai mai letto Il ciliegio falciato? lo scrittore è mio padre.” Risposi che lo avevo sul comodino. Ma non era vero. Il caffè continuava a bollire, forse ne avevo fatto troppo. Ad un tratto, come presa da una quotidianità che ritornava dopo tanto tempo, declinò la testa sulla mia spalla e mi abbracciò: proprio mentre il caffè italiano usciva dalla moka bollente. Erano le 7 e 50 quando sul divano, vicini come soprammobili simili, cominciavamo a sorbire la bevanda. Una lunga sorsata di piacere. Poi lei disse: “Devo andare, mi spiace davvero. Grazie di tutto, dell’ospitalità della chiacchierata.” Per me significava la fine, ma già lo sapevo, della mia giornata. Un giorno in 25 minuti. Si alzò e la accompagnai alla porta; sulla soglia mi disse: “Tieni.”, e mi mise in mano una chiave. Poi aggiunse: “E’la copia della chiave di casa di mia madre a Roma: mi raccomando non entrare se non ci sono io, è vecchia potrebbe spaventarsi. Grazie ancora.” Io nel prendere la chiave risposi: “Ok. Tu entra quando vuoi, vedo che non hai problemi.” Chiusi la porta. Dopo questo che c’era da fare? Poi un biglietto appoggiato sul tavolo richiamò la mia attenzione per caso, diceva: ciao **** sono ***** ho dato le tue chiavi ad una a cui dovevo un favore, forse viene, ciao.
Pubblicato da
Il giudice sul mulo
alle
22:24
0
commenti
Etichette: I racconti di Ezechiele Lupo
lunedì 1 gennaio 2007
Braunau, 20 aprile 1889
di Aklam T. Hook
Senza riguardo
Per l’anima d’altri
Vola Lucifer
Tra ‘vicoli e l’archi.
Giuda dei cieli
Inferni progetta,
A coglier infine
L’eterna vendetta.
Brilla nell’ombra
L’aguzza pupilla
Contando i fedeli
Sin dentro la culla,
Pur men delle stelle
Piovute sul nero
Sapranno l’Atroce
Sì renderne fiero.
D’un fiocco corvino
Agli altri mischiato
Questo ancor meno
Lasciògli di fiato,
Germoglio divino
Del soffio mancante
Lo vide e lo volle
Più sì che l’amante.
Ed ecco l’avvolge
Nel patto sovrano:
ancor Lo raggiunga
Che non di sua mano.
Il gregge maledetto
Si desta in affanno
Condannato a inseguir
Della ragione ‘l sonno.
Pubblicato da
Il giudice sul mulo
alle
17:06
0
commenti
Etichette: Liriche scelte