Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

sabato 9 gennaio 2010

L'amministratore delegato - prima parte

di Nepomuceno Sadda

Alle otto e quindici minuti, la sua Audi A5 bianca gira l'angolo del palazzo e si ferma davanti a me. L'amministratore è al telefono, mi sorride e mi fa cenno di salire a bordo. Mette in moto, imbocca l'autostrada, terza corsia, cruise control. Dopo una ventina di minuti chiude la telefonata. Conversiamo. Convenevoli poi si passa all'auto nuova. Ha scelto il colore bianco su consiglio del suo arredatore. L'arredatore sostiene che il bianco metallizzato è il colore del momento per le berline tedesche. Si fida del suo designer d'interni: hanno studiato insieme all'università, si conoscono da vent'anni. Sta seguendo i lavori nella sua nuova casa, una cascina sui colli piacentini. Dice che trasloca da Milano per fare crescere in modo più sano i figli. Vivranno lì solo nei weekend e nelle vacanze, perché comunque frequentano la scuola americana a Milano. Hanno sei e otto anni, due maschietti. Aveva pensato ad una proprietà in Maremma ma era troppo isolata, fuori dai giri che contano. Dice proprio così: ‹‹Fuori dai giri che contano››. Forse ci penserà per la pensione. E poi hanno già la villa dei genitori di sua moglie, a Lipari. Forse ci faranno un albergo.
Poi parliamo di lavoro, per tutta la strada fino a Riccione.

La sera lo incontro nuovamente. Mi dice che conosce un buon ristorante, un posto di classe. Il locale è un rustico che pare recentemente ristrutturato. Luci segna-passo e camerieri servili ci guidano dal corridoio al tavolo. Ci accomodiamo.
Mi chiede se sono stato stagista. Lo sono stato. Nella sua azienda c'è uno stagista ogni cinque dipendenti e lui si è ripromesso di assumere uno stagista su cinque. Poi è arrivata la crisi e insomma, finché tutte le altre aziende ricorreranno al lavoro precario lo farà anche la sua. Gli dico che è un circolo vizioso. Annuisce, mi versa del vino bianco e sorride. Dice che il precariato è il modo errato di educare la nostra società al dinamismo. Sostiene che il modello sono gli Usa, dove i figli non seguono la strada dei padri, dove si incontrano manager trentenni, dove il posto fisso non è un mito. Obietto che la crisi ha avuto origine. Risponde che i mali della finanza americana non devono condizionare il nostro giudizio sul loro sistema nella totalità. Milano invece? Milano è la città più americana d'Italia, dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro: ma non basta. Dice che Milano è un piccolo feudo circondato dal deserto.

Dopo cena passeggiamo sul lungomare, direzione albergo. Squilla il telefono. Lavoro: dal tono confidenziale sembra una conversazione con un partner di lunga data. Chiede scusa, si allontana. Lo vedo camminare sulla spiaggia, trascinando i piedi, il palmare appoggiato all'orecchio destro, gesticolando con la mano libera. Lontano, dal buio informe, arriva lo scrosciare del mare sulla battigia. Sono le undici di sera.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

tooooooooo

Norberto ha detto...

"tooooooo"?

Anonimo ha detto...

oooooo

Deiv ha detto...

molto bello davvero.
Il pezzo.
L'audi bianca, invece, è roba da cazzi molto piccoli però...tipo la uno abarth....
lo dico perchè ne possiedo una.