Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

sabato 26 dicembre 2009

Tre libri per il 2010

Jonathan Coe – Circolo Chiuso

di Ezechiele Lupo

Benjamin e Paul Trotter, Claire Newman, Philip Chase, Doug Anderton e Malvina, sono nomi che non usciranno mai più dalla testa del lettore. Jonathan Coe, scrittore e giornalista fa parte dell’intellighenzia radical-left inglese che ha taciuto durante gli anni del tatcherismo, divorandosi il fegato sulla chaise longue dello psichiatra, per poi, una volta al potere con il New Labour di Tony, decostruire il partito pezzo pezzo e contribuire al prossimo ritorno dei Tories. Nel 2002 e nel 2004 Coe licenzia due libri: La banda dei brocchi (The Rotters Club) e Circolo Chiuso (The Closed Circle), l’uno il sequel dell’altro, ma entrambi leggibili come romanzi in sé compiuti. Circolo Chiuso è decisamente superiore: troviamo l’Inghilterra degli ultimi dieci anni, tra Birmingham e Westminster, dove Paul Trotter sgomita per il titolo di più giovane e rampante parlamentare labour. I personaggi di Coe animano l’intreccio, spesso centrifugo, talvolta centripeto, con una coerenza discorsiva più solida che poetica. Attraverso i tempi e i luoghi del racconto, sempre equilibrati, e la pluralità di generi utilizzati dal narratore (romanzo epistolare, simulati stralci di giornale, diaristica), si dispiegano i punti di vista delle tremende macchine testuali che sono i personaggi della storia: i loro discorsi, i loro movimenti sono come il pennello con cui il fotografo stendeva la luce davanti al soggetto. Al lettore non è permessa la creazione di un orizzonte d’attesa, tutto è destinato all’illuminazione del punto di vista focalizzato sul personaggio: il resto è in ombra. Circolo Chiuso è un testo per certi versi rinascimentale, un Orlando Furioso, tra sushi bar e cottage sulle scogliere, tra pub e ristoranti di Chelsea, sorretto dalla furia dei personaggi. E poi arriva Berlino, la notte che si riflette sugli specchi del Bundestag, il ristorante di un albergo su Unter Den Linden. E una canzone che Lois Trotter non può proprio sopportare.

Jonathan Coe, Circolo Chiuso, Feltrinelli, Milano, 2009, pp. 403, euro 8,50.

* * *

Michele Mari – Filologia dell'anfibio. Diario militare

di Norberto Giffuri

Ora, recensire un libro dimenticato su uno scaffale a sessanta chilometri da casa non è semplicissimo. Solitamente mi limito all'operazione di restyling e fusione critica di quanto leggo nell'introduzione e nella quarta di copertina. In questo caso, per raccontarvi Filologia dell'anfibio di Michele Mari, dovrò invece attingere dalla memoria, compiendo così uno scavo nel ricordo che ha delle affinità con quello a suo tempo compiuto dall'esimio Mari: in pratica pesco frammenti letti da un testo scritto pescando da un passato lontano.
Il passato lontano è il servizio di leva, precisamente i primi mesi da recluta nella caserma di Como, anno 1979. Mari si produce in una puro esercizio stilistico di rievocazione letteraria. Posizionandosi stabilmente nella torre d'avorio, osservatore ormai distaccato, a volte aulico, altre bulimico di parole, ironico, dissacrante, puntiglioso ci racconta l'assurdità di quella macchina tignosa che è l'esercito, con ardente vocazione classificatoria e filologica.
Il risultato è un diario denso di letteratura e di aneddoti, piacevole alla lettura, a tratti esilarante, decisamente godibile. Difetti? Forse l'opera soffre di anacronismo, per temi trattati e per scelte linguistiche. Qualcuno potrebbe poi ravvisare una mancanza di pathos. Ma son certo che il pathos e la malinconia avrebbero guastato il prodotto rendendolo stucchevole.
Spero che Michele Mari legga questo pezzo e mi scriva una email. Sarà mia personale premura fargli avere l'iban del mio conto corrente grazie al quale potrà ricompensarmi per le belle parole che ho speso per il suo lavoro. Suvvia, generosità! È Natale in tutto il mondo, anche nella torre d'avorio.

Michele Mari, Filologia dell’anfibio. Diario militare, Laterza, Milano, 2009, pp. 234, euro 12.

* * *

Truman Capote – A sangue freddo

di R. Castoro

E’ da poco in edicola un libro-inchiesta che si chiama Alberto e Chiara la verità di Garlasco in cui l’ex giovinastro mefistofelico, promosso sentenze alla mano a bocconiano discreto e compito, viene descritto da un grappolo di articoli, foto, retroscena e immancabili indiscrezioni. Ma non parleremo del testo che ha irritato il biondino – un po’ Wooland di Bulgakov, un po’ Twist dickensiano – della Lomellina. Nel 1965 veniva pubblicato A sangue freddo di Truman Capote, il primo e più riuscito esempio di non-fiction novel, per cui la realtà è narrata con il bisturi della letteratura. In quel caso un’intera famiglia era stata uccisa senza ragione, la domestica e sonnolenta provincia americana sanguinava su ogni prima pagina, e Capote entrò nel turbinio delle indagini giornalistiche esponendo la tragedia, focalizzando luoghi e personaggi, raccontando una storia. Gli episodi di violenza che esplodono nell’ordinario nulla, da sempre, generano curiosità. Ma è possibile raccontare storie di routine, guastate dal dolore e gravide di interrogativi, diversamente da come ha fatto Capote? Lui fu accusato di voyerismo, brutalità, indifferenza, ma l’impalcatura letteraria, capace di sciogliere il cinismo e offrire profondità ottica, ha protetto, negli anni, il suo lavoro. Inchieste espresso, articoli di giornale, manuali-del-buon-delitto-di-provincia, saggi di psicologia criminale, plastici scoperchiabili, riusciranno a decifrare, per noi, la violenza che fatalmente accade? Leggere A sangue freddo, nell’era del dramma nero infiocchettato sotto l’abete, può ancora suggerire alcune utili risposte.

Truman Capote, A sangue freddo, Garzanti, Milano, 2005, pp. 391, euro 16.

giovedì 24 dicembre 2009

Il televisore

di Norberto Giffuri

Ad un certo punto mi sono vestito, infilato le cuffie dell'ipod e sono sceso alla metro. Tre fermate, stazione Missori, taglio in Sant'Alessandro, via Torino, FNAC. Avevo voglia di possedere un televisore, un bel televisore lcd col quale ammirare film in alta risoluzione, godendo segretamente delle sorti magnifiche e progressive dell'umana tecnologia.
Nella bolgia di un sabato dicembrino ho scelto. Un modello bianco, elegante, seducente. Mi avvio alla cassa, preceduto dal commesso. Nell'atto di porgere la carta di credito vengo stoppato. “Mi spiace, abbiamo solo il modello in esposizione. Se mi lascia un acconto le procuro il televisore entro Natale”. Esito. Poi ritraggo la mano. Abbozzo una scusa. Testa bassa inforco le scale mobili.
All'uscita vengo abbracciato dall'enorme addetto alla sicurezza che mi sussurra dolcemente: “Lo so, lo so capita a tutti. Ti prudeva il portafogli? Non fare così, coraggio. Non c'è rimedio al Natale...”.
Sulle sue rassicuranti spalle scolpite dagli steroidi lascio due lacrime in dono.
Torno a casa mesto, mi sdraio sul divano, guardo il mobiletto vuoto davanti a me.

Buon Natale a tutti.

venerdì 20 novembre 2009

Nick Hornby - Tutta un'altra musica

di Ezechiele Lupo


«Bob Dylan meriterebbe il Nobel per la letteratura: inizio una campagna stasera». Parte forte Nick Hornby, imprimendo il suo stile alto/basso, ironico, distaccato e profondamente umano alla presentazione del'ultimo libro, Tutta un’altra musica (titolo originale Juliet, Naked), edito come sempre da Guanda.

La provocazione, che poi tanto provocazione non è, definisce il mondo poetico di Hornby per cui «everything is culture, tutto è cultura, perché prodotto dalla nostra società». Un universo fatto di calcio e Dickens, caposaldo per lo scrittore di North London, di musica e arte contemporanea, di pub traboccanti di birra e redazioni di importanti riviste letterarie (da McSweeney’s di Dave Eggers al New Yorker) dalle quali passa la letteratura anglosassone che conta.

A quindici anni dall’uscita di High Fidelity, il suo più grande successo commerciale, Tutta un’altra musica, vuole dare un taglio alle ossessioni che ti possono rovinare la vita. Duncan e Annie, i protagonisti del romanzo, vivono insieme da quindici anni (parallelismo interessante) una relazione insoddisfacente. Ad aggravare le cose Duncan condivide con pochi adepti, iscritti ad un forum su internet, l’ossessione incontrollabile per la vita e l’opera di un cantautore americano scomparso dalla scena molti anni prima: Tucker Crowe. Questa mania lo risucchia totalmente e costituirà l’espediente narrativo, nonché il motore dell’intreccio. Se i personaggi dei romanzi precedenti, dal narratore/autore tifosissimo dell’Arsenal di Febbre a 90°, al misantropo e anaffettivo Will di About a boy, passando per Rob di Alta Fedeltà, “sfigato” e snob collezionista di musica, erano schiavi delle proprie fissazioni, Duncan di Tutta un’altra musica scoprirà che la vita è ben altro.

Prendendo in prestito una felice definizione di Michele Serra, i personaggi di Hornby sono tutti “adulti, normotipi, democratici e occidentali”, e per questo impastati nella contemporaneità, come il loro creatore: «Non credo agli scrittori della mia generazione che rivendicano come unica fonte di ispirazione la letteratura: io sono nato nel ’57, sono cresciuto con la tv, la musica dei Beatles, le riviste, i fumetti. Questo libro ha una duplice matrice: un’intervista a Sly Stone (musicista scomparso per anni) apparsa su Vanity Fair, e il caso di J. D. Salinger, vittima della paradossale condanna alla presenza pur nell’assenza». Ancora cultura alta e pop che si amalgamano perfettamente in un impasto che coinvolge il lettore. «Io ho la fortuna di vedere le cose da due punti di vista, quello dell’artista e quello del fan: ho grandi passioni che vivo senza guardare nulla dall’alto. L’intellettuale più importante in Europa secondo me è Arsene Wenger (allenatore dell’Arsenal, squadra di cui Hornby è tifoso, ndr) – dice scherzando, ma non troppo – certo poi c’è John Carey, il miglior critico d’arte vivente sul suolo inglese, che ha scritto un libro sul significato dell’arte, in cui ne decostruisce tutti i canoni (What Good Are The Arts?). Ecco per me la cultura è quello che ognuno di noi reputa cultura». Tutto molto bello e democratico ma poi, per fortuna, le sue recensioni sono imbevute di critica letteraria finissima.

Sembra proprio che Nick Hornby incarni quel punto di saldatura tra pop ed elite colta, da non confondere con la mediocrità del pastone pseudo culturale, in cui spesso siamo immersi. C’è la sensazione che la forza espressiva dello scrittore calciofilo, stia nell’aver ben chiara la differenza tra pop e trash, tra stucchevole accademismo e critica consapevole; nel saper dosare amore e odio per la realtà contemporanea, con un’umana ed ironica indulgenza verso le irrisolutezze del pensiero (debole, anzi debolissimo) del suo lettore. Una visione che si colora di compiaciuta malinconia: «del resto scrivere un libro è una buona scusa per essere depressi».
Foto: Nick Hornby, uno a cui picciono i Royksopp.

martedì 20 ottobre 2009

Mattino in famiglia - seconda parte

di Norberto Giffuri
Il lampadario oscilla leggermente se lo si fissa a lungo. Per quanto mi professi agnostico devo pur sempre fare i conti con i riflussi dell'educazione cristiana che le istituzioni e la mia famiglia -seppur blandamente – mi impartirono nel limbo informe dell'infanzia. Questo sottobosco religioso ha resistito al machete dell'esistenzialismo, alla disillusione della maturità. Così succede che per me la domenica si accompagni al riposo e al ristoro. Lasciamo perdere la fisiologica necessità di fermarsi un giorno su sette. Nei lunghi anni dell'università ero SEMPRE fermo e grondante di tempo libero. Ciononostante passavo domeniche oziose e contemplative tra il divano e il pc. Arrivavo perfino a declinare inviti per aperitivi e altre amenità socio-relazionali preferendo la dilatazione temporale di un pomeriggio trascorso in solitudine - unica eccezione contemplata la compagnia del sonno o quella di mia madre intenta nelle sue faccende domestiche.
I minuti passano, segnati dal pulsare ritmico all'interno del cranio.

Squilla il cordless.
“Pronto”
“Signor Norberto?”
“Sì”
“Sono Elena, di Mattino in famiglia, ci siamo sentiti poco fa. Complimenti, la sua domanda è stata selezionata, resti in linea e fra pochi minuti potrà parlare con l'avvocato Sacchi”
“Ehm sì, grazie, mille grazie.”
Di nuovo i Beatles. Mi concentro sul video. Il presentatore mendace guida il cambio di scena. La bella, lo pseudo-sapiente, il reduce e l'ex spariscono, spero per sempre. Una carrellata introduce un finto salotto, finto il fuoco finto, le poltrone, il tappeto, il tavolino di cristallo. Pare finto pure il viso leguleio di Sacchi. Eccoti Sacchi, ma quella cravatta verde l'hai ponderata? Se sì, ti serve un corso rapido di teoria dei colori.
“Ed eccoci all'appuntamento con il diritto. Buongiorno Avvocato, come sta? Pronto per le domande dei nostri ascoltatori?”
“Come sempre.
“Non perdiamo tempo dunque. Via alla prima telefonata.”
I Beatles tacciono. Poi in contemporanea, da cornetta e tv: “Buongiorno, con chi parlo?”
Deciso, “Norberto. Sono Norberto”
“Ah, buongiorno, da dove chiama?”
“Dal mio divano.”
“Ah Ah -risata falsa- che simpatia il nostro Norberto...da dove chiama?”
“No senta, ho appena risposto...e comunque non ho chiamato per fare conversazione sulla geografia di questo paese.”
Con imbarazzo, cercando di limitare i danni, “Ah ah, vedo che ha fretta di parlare con l'avvocato..dica, esponga pure!”
“Guardi, in verità devo fare una richiesta ma non direttamente all'avvocato...è una richiesta generale, se così si può dire...”
Accigliato, “Scusi?”
“Sarò breve: è domenica mattina, mi sto deprimendo misuratamente, ho mal di testa e il telecomando è abbandonato ad una distanza superiore a quella del mio braccio. Ho le ossa indolenzite, non ho voglia di alzarmi e mia madre si è dileguata. La richiesta: essendo un vostro spettatore voi in un certo qual modo siete miei debitori: di attenzione, tempo e pazienza. Considerate le ragioni addotte vi chiedo di interrompere le trasmissioni per quindici minuti circa, una pausa necessaria affinché io prenda nuovamente sonno. Niente musiche rilassanti, né immagini da intervallo...uno schermo nero, oppure quel disco policromo vattelapesca e...mi raccomando silenzio, assoluto silenzio. Grazie. ”

Dieci minuti dopo di fronte al disco variopinto, nella pace serenissima, finalmente, chiudevo gli occhi.
Fine

lunedì 19 ottobre 2009

Mattino in famiglia - prima parte

di Norberto Giffuri
Mattinata di domenica, nella casa dei miei genitori, indolente, roso dall'emicrania, giaccio supino sul divano del salotto. Uno scampolo di cielo relegato nel contorno della porta-finestra, appare denso, lontano. Il corridoio convoglia uno spiffero d'aria freddo giusto nella nudità dei miei piedi. Chiudo le dita a riccio e cerco conforto tra le pieghe del divano. Sono troppo annoiato per dilungarmi nel procacciare una coperta, troppo falsamente stanco per spegnere il vociare atono ed irritante della tv, lasciata accesa da qualcuno sul secondo canale. Del telecomando non v'è traccia.

“Maaaa! Mamma?”
Si perde il grido tra la carta da parati e un Monet replicante inchiodato al muro.

La spossatezza e il mal di testa non sono frutto di un sabato notte burrascoso e smodato, non sono il risultato di una baldanza alcolica: arrivano dal nulla di una serata passata a stemperare sentimento e curiosità tra le pagine di un browser. La consapevolezza di subire una punizione ingiusta non fa che corroborare il disagio. Mi ritrovo a fissare la televisione in perfetto stato catatonico. Sullo schermo dei personaggi dai volti lucidi ciarlano seduti nel mezzo di uno studio fin troppo colorato. C'è il presentatore dal sorriso insincero, la soubrette inutile e bellissima, il tuttologo, il reduce del reality, l'ex sportivo belloccio: ci sono tutti, tutti.
“Ma tu credi che lei stia giocando con Sergio? Pensi che il loro rapporto sia uno stratagemma televisivo, un modo per guadagnare attenzioni?”
“Io non la conosco e non la voglio giudicare...”
“Ma se nelle due settimane passate insieme le hai sempre parlato alle spalle!”
“Ma che dici, taci! Da che pulpito!”
Il pubblico si agita, il presentatore smorza i toni. La discussione continua.
In sovraimpressione scorre una scritta gialla: “Vuoi fare una domanda al nostro avvocato? Chiama lo 02392820900”. Eccolo il telecomando! All’estremo angolo del tavolo tondo di noce, poggiato in bilico con un lato tutto sporgente. È decisamente fuori dalle mie possibilità estensorie. Forse un braccio come quello di Shaquille O’Neal, sicuramente un allungo di Plastic Man, basterebbero a ghermire il controllore remoto... “Vuoi fare una domanda al nostro avvocato? Chiama lo 02392820900” ...indiscutibilmente remoto, insomma, l’aggeggio è fuori dal mio universo fenomenico, relegato nell’altrove, inarrivabile come una galassia distante un miliardo di parsec o come Megan Fox. “Vuoi fare una domanda al nostro avvocato? Chiama lo 02392820900”.
Afferro il cordless dal tavolino basso - l'unico oggetto alla mia portata -. Chiamo lo 02392820900.
Squilla. Prendo la linea: messaggio preregistrato. Attendo. Parte Let it be. I Beatles regnano nei centralini di tutto il globo. Whisper words of wisdom.

Mattino in famiglia, buongiorno, con chi parlo?”
“Sono in diretta?”
“No.” Risata femminile. “Sono una centralinista. Come si chiama?”
“Giffuri, Giffuri Norberto.” (Bond, James Bond)
“Buongiorno signor Norberto, ha chiamato per fare una domanda al nostro avvocato?”
“Ehm, sì certo, naturalmente.”
“La diretta con l’avvocato inizierà fra trenta minuti circa. Nel frattempo mi può riassumere brevemente cosa ha intenzione di chiedere? Valuteremo la sua domanda e se sarà scelto la richiameremo a breve.”
“Bene, guardi, è una questione di diritto informatico. Sono il titolare di un esercizio commerciale, una tavola calda di fronte ad una università, e vorrei fornire il servizio di navigazione internet wi-fi a tutti i miei clienti. Mi sono informato e mi hanno riferito che non in Italia non è possibile fornire un servizio di questo tipo in quanto se un utente dovesse usare la connessione internet a scopo fraudolento sarei io ad essere perseguibile legalmente. Vorrei chiedere all’avvocato se questo corrisponde a verità e come posso fare altrimenti.”
“Ok, grazie, si tratta di una iniziativa lodevole e la ritengo una domanda interessante. Se sarà selezionato la richiameremo fra pochi minuti.”
“Grazie allora.”
“Grazie a lei, arrivederci.”
(continua...)

martedì 13 ottobre 2009

Ingenui profeti del nulla?

Luigi Sampietro, critico letterario de "Il Sole 24 Ore", il 13 settembre scriveva un articolo in cui cercava (per l'ennesima volta) di smitizzare gli idoli della cultura beat. Nello specifico:

"Ma mentre in America i beat sono passati e tornati di moda più di una volta, in Italia si direbbe che si sono italianizzati. [...]Classici senza esserlo per niente. [...]Nel rivolgere un rispettoso pensiero al ricordo della Nanda Pivano che il loro mito ha mantenuto in vita con il proprio respiro, ci permettiamo di dire [...] che è venuto il momento di tornare a leggere i poeti veri."

Come diceva mia nonna, colonna del Marcantonio Colonna (storico liceo di Roma, era una professoressa di lettere), anche lei scomparsa nell'anno della Pivano: apriti cielo. La settimana seguente un lettore interessato protesta e chiede conto di codeste affermazioni.
Qui riportiamo la polemica che ci ricorda tanto le belle querelle di una volta tra Neoclassici e Romantici, Impressionisti e Modernisti, Riveristi e Mazzolisti.


Caro Sampietro, confesso di essere rimasto molto stupito nel leggere il suo articolo Crepuscolo degli idoli, per diversi motivi. Intanto perché sostiene che i poeti e gli scrittori beat siano trattati come dei classici in Italia, ma io la sfido a trovare dei licei il cui programma di letteratura preveda il loro studio, così come sono pochissimi i corsi universitari nelle Facoltà italiane di Lettere ad interessarsene. Un secondo motivo che mi lascia perplesso è la mancanza di argomentazione ad accompagnare le sue affermazioni quando scrive che sono sopravvalutati e che bisognerebbe tornare ai “veri” poeti. E chi sarebbero i veri poeti? Che cosa li rende tali?
Io credo che la poesia si fondi sulla ricerca della bellezza nelle sue forme più diverse e credo che la poesia beat (e la scrittura beat in generale) sia stata prodotta da persone animate da questo spirito, seppur con mezzi molto lontani dall’abusato lirismo nostrano.
Sono convinto che la grandezza di quegli uomini sia stata proprio il cercare la bellezza per strade lontane da quelle normalmente battute dai “classici” poeti. Hanno avuto il coraggio di uscire dai percorsi panoramici della lirica e di avventurarsi “in strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”, a raccontare vite sull’orlo del baratro e a estrarne la bellezza della disperazione. Ci hanno insegnato che la letteratura non è solo il viaggio mentale di un intellettuale inetto e stereotipato ma che la scrittura può nascere sulla strada, ed essere ugualmente bella.
Certo, sono d’accordo che la loro vita in ultima istanza è stata un vicolo cieco, un percorso impossibile da continuare al di fuori del loro contesto, se non pagando il prezzo del ridicolo. Ma questo non vuol dire che la loro opera esplorativa sia stata inutile e sopravvalutata; al contrario la loro opera è forse, almeno dal mio punto di vista, la massima espressione letteraria di quella precisa epoca e di quel luogo che era l’America di allora. Grazie. (Giovanni Scavino)


* * *


A mio parere, caro signor Savino, il suo stupore è la prova indiretta che i nostri beat, in prosa e in versi, sono stati imbullonati a un basamento in pietra, neanche si trattasse di tanti piccoli Garibaldi a cavallo. Sono stati importanti, come no? Ma non è parlarne male se dico che non sono granchè come scrittori. Sono stati oggetto di periodici revival in tutto il mondo, ma da noi, come ho scritto, sono diventati “di ruolo”. […] Il fatto è che quando si nomina la poesia americana, sembra quasi che non ci sia altro. O che, comunque, si tratti di giganti. E così non è.
I beat hanno aperto la strada a un cambiamento epocale nella storia del costume, e sono un “mito”, sissignore, ma non sono un mito letterario, anche se i giornali hanno continuato a parlarne come fossero dei classici. Lei, caro Savino, mi chiede giustamente quali sono i poeti americani che sarebbe stato meglio leggere. Al loro livello, millanta che tutta la notte canta. Meglio di loro, per limitarci ai coetanei, ne cito solo quattro: Elizabeth Bishop, Robert Lowell, Richard Wilbur e A. R. Ammons. Non ho lo spazio per dire perché lo siano, e me ne scuso, ma la invito a riflettere sul fatto che due giganti fuori discussione come W. H. Auden e Robert Frost siano, da noi, di gran lunga meno noti dei signori beat.
Non bisogna confondere la bravura, che è un fatto tecnico, con l’importanza di uno scrittore.
I beat hanno segnato un’epoca, così come da noi, tanto tempo fa, il sullodato Garibaldi e il suo di lei quasi concittadino Silvio Pellico. Ma per l’uno e per l’altro – il Garibaldi autore di un romanzo-strazio come Clelia e il Pellico della Francesca da Rimini (un drammone che è comunque assai meglio dell’opera del Generale) – non è detto che si debba trovare il tempo per leggerli. L’importanza di quei due signori esula dalla letteratura.
Ora, lasciando da parte la letteratura (che è il loro punto debole), penso che i beat siano stati oltretutto dei cattivi maestri: non nel senso in cui lo sono grandi artisti come Neruda (stalinista), Pound (fascista) o Céline (antisemita), ma perché furono gli ingenui profeti del nulla. Kerouac si mise sulla strada, come un picaro, alla ricerca di sensazioni; e Ginsberg, con la scusa che il mondo era “fuori di sesto”, cominciò col tessere l’elogio della follia – quella vera – per passare più tardi a sostenere altre forme (stupefacenti) di “beatitudine”.
L’uno e l’altro indicarono nella trasgressione la via maestra verso la libertà assoluta – qui e anche altrove, nel mondo e nel cosmo – e sono stati, proprio per questo, cattivi maestri. Perpetui adolescenti. La trasgressione eretta a modus vivendi altro non è, infatti, che una forma di dipendenza da un’autorità – un ostacolo, un muro – cui appoggiarsi per reggersi in piedi. Altra cosa è la libertà, che non è mai tale se non è concepita come pura e semplice responsabilità.
(Luigi Sampietro)

Foto: "Ode to Jack Kerouac" trovata su Flickr. ©
Olivander.

E tu che ne pensi, lettore? Scrivici.

giovedì 24 settembre 2009

Dal monolocale (secondo movimento)

di Norberto Giffuri

Sopra la città spoglia
Delle voci, dei gesti umani
Agosto si para innanzi
Immenso
Vuoto.

In questo spazio nudo
Non trova il mio pensiero
Un viso amico
Una sonata concertata
Una pellicola
Una vaghezza
Dove posarsi e sublimare.

Dunque fa la spola
Tra la coscienza e il cuscino
Sopra la citta muta
Si veste d’abitudine.

sabato 19 settembre 2009

Un amore en passant - seconda parte

di Ezechiele Lupo


Proprio in quel momento iniziò a nevicare di nuovo. I fiocchi erano grossi e asciutti: avrebbe attecchito in fretta. Si voltò a guardar fuori. Un ragazzo alto in giacca sportiva entrò nel caffè, vedendola seduta in fondo si avvicinò e si sedette di fronte. Lei sorrise ed entrambi si sporsero per baciarsi. Lui si tolse la giacca e le chiese:
“Cosa hai preso?”
“Un cappuccino.”
“Con la cannella…” chiese lui senza chiedere.
“Si.” Annuì lei.
Lui replicò:
“Ottimo…”
“Lo so, lo so…” Disse a bassa voce lei che continuò:
“Che prendi?”
Arrivò il cameriere con il cappuccino ed il conto. Poi si voltò verso di lui e chiese:
“Cosa le porto?”
“Un caffè macchiato, per piacere.”
Lei sorseggiò piano il cappuccino e lo ripose sul piattino bianco. Lui la guardò e le disse:
“Un’ora da cappuccino, il tramonto.”
Lei si passò la lingua sul labbro e chiese: “Ora?”
Lui annuì con la testa e aggiunse: “Hai visto che freddo! Incredibile. Poi andare in giro in macchina è un suicidio.”
Lei annuì e disse: “Sì è vero fa molto freddo. C’è molto traffico in centro, ho visto.”
Bevve un altro sorso e posò la tazza sul tavolo. Lui guardò fuori dalla vetrina, poi guardò lei:
“Tutto bene oggi? Come è andata?”
“Sì tutto bene. A te come è andata?” rispose lei.
Arrivò il cameriere con il caffè. “Grazie.” Disse lui. Bevve il caffè mentre lei attaccava il cappuccino. Poi lui rispose: “Normale, niente di particolare.”
Lei guardò fuori dalla finestra. Finì il cappuccino e disse:
“C’è Renoir, ti piace vero? Vuoi venire a vederlo, un giorno?”
Lui ci pensò un attimo, poi aggiunse: “Ma… non lo so devo vedere se ce la faccio.”
E abbassò la testa. L’uomo con il giornale si alzò dal tavolo, andò a pagare e uscì. Lei lo vide dalla vetrina passare col giornale sulla testa per ripararsi dalla neve. Il ragazzo la guardò, si diede coraggio e chiese a bassa voce: “Questo clima mi ricorda di quando siamo andati a Stoccolma.”
Lei abbassò la testa.
Poi rispose sospirando quasi seccata:
“Si lo ricordo. Sei sempre peggio secondo me…”
Lui abbassò gli occhi. Poi rispose sospirando:
“Era il momento migliore per te, e il peggiore per me. Andavamo come il telefono duplex. Ma tu non l’hai mai capito.“
Lei fece cenno di no con la testa.
“Il duplex? Nel senso che facevamo un po’ a testa ad offenderci. Perché di comunicare non se ne parlava proprio. Ora è diverso, ce ne rendiamo conto tutti e due. Quando tu mi guardi chissà che pensi di me… chissà io perché non ti perdono più.” Disse lei. Poi fece una pausa ma subito aggiunse come per un bisogno impellente pur tuttavia meccanico, una necessità meccanica di spontaneismo:
“Ma magari è ancora presto: pensa che bello sarebbe poter uscire insieme altre volte, rassegnarci a dover stare insieme per la vita. Sì, perché no?” Lei sorrise.
Lui si appoggiò allo schienale della panca, la guardò e rispose:
“Perché dipende da te. E tu sei insanabile. E io un bugiardo.”
Lei fece silenzio: ormai era quasi ora di cena. Lui prese il giubbotto e se lo mise. Lei lo guardava senza aprire bocca. Poi quando fu pronto: “Va bene allora io vado.”
Lei fece cenno sì. Ma lui si risedette e disse: “Ma, dico io: un po’ di coraggio, un po’ di ambizione ci vorrebbe. Il nostro problema è che siamo due persone vanagloriose, ma senza ambizione. Nulla ci vieta di andare avanti ad ignorarci. Ma tant’è: siamo qua e infatti io me ne vado, e tu non dici nulla.”
Lei alzò gli occhi per guardarlo: “Non vedi come tutto è uno sforzo per capire e comprendere. Non è forse meglio lasciarsi tentare da cose più semplici: non è detto che la complicità si ottenga sempre ad alti livelli. E’ più spontaneo il mio rapporto con un libro, che, vuoi o non vuoi, non ti parla, non ti dice nulla, salvo stupidate. Il raggiungimento di un equilibrio al massimo grado dell’amore non ci è riuscito: proviamoci al minimo. Un amore en passant ricco di vita e povero di qualsiasi cosa ci accomuni.” Concluse lei.
“Ti ho vista spergiurare che mi avresti seguita.” Lui la fissò come se già stesse pensando ad altro, ma non era per nulla vero: lui era concentrato su quello che diceva.
Lei abbassò la testa.
“Non lo so davvero: forse è meglio se vai.” Disse lei guardandosi la mano destra.
Lui si alzò e disse:
“Dicevo… stai attenta a te.”
Così uscì dal locale. Si alzò il cappuccio e passò di fianco alla vetrina.
Giunse il cameriere e le chiese a bassa voce: “Desidera qualcos’altro, signorina?” Lei lo guardò: “No grazie ora vado.” Mentre prendeva le sue cose e si vestiva il cameriere tornò da lei e le disse: “Mi scusi, ma il suo amico non ha pagato il caffè, forse si è dimenticato…” Il cameriere si interruppe imbarazzato. Lei sorrise sotto la sciarpa e lo rassicurò:
“Ok non c’è problema lo pago io.”
La accompagnò alla cassa e lei pagò il caffè. Smise di nevicare proprio nel momento in cui stava uscendo. Voltò a destra, i lampioni erano colmi di neve e gli alberi parevano zucchero filato. Mentre tornava a casa pensava che fosse comunque semplice innamorarsi di lei.
Fine

Foto: "Stockholm Pink Subway" Stockholm 2006 © Ezechiele Lupo

venerdì 18 settembre 2009

Un amore en passant - prima parte

di Ezechiele Lupo


Usciva solitaria. Dalla porta dell’aula 110 un vociare di gente e gentaglia. Voleva andarsene: e non è che non lo fece. Voltò a destra proprio mentre nel corridoio giungeva un docente. Un ragazzo che conosceva stava bevendo ad una fontanella. Lo salutò con un gesto della mano ed un sorriso, quello la vide, alzò gli occhi: lei era già oltre. C’era una piccola bacheca a metà del corridoio dell’ala Nord dell’edificio: era di sughero con una cornice di vetro. Senza fermarsi diede un’occhiata ai foglietti appesi: uno azzurro, un manifesto che ricordava ai maschi il rinvio agli obblighi di leva, uno rosa della solita che si offriva di dare ripetizioni di matematica. Nient’altro di importante. Sulle scale c’erano due ragazze, fumavano una sigaretta e parlavano a bassa voce, sedute sull’ultimo gradino. Le salutò con un sorriso facendosi largo tra le loro gambe accavallate. Una delle due soffiò fumo dalle labbra socchiuse. Lei si voltò tenendosi al corrimano e sorrise di nuovo. Tornarono a parlare tra di loro e a gettare cumuli di cenere in un bicchiere di carta. Al piano terra un capannello di studenti scrutava un libro aperto ai piedi di una grande statua di marmo. Lei passò oltre. Vicino all’aula 90 c’era la macchinetta del caffè. Vi si avvicinò fermandosi davanti: si fissarono, lei e i tasti per la selezione della bevanda, poi andò via senza prendere niente. In guardiola il custode osservava il monitor che proponeva le immagini del lato Sud del chiostro. Sentì dei passi avvicinarsi e si volse verso il vetro. Lei passò e salutò con la mano. Il portiere ricambiò dicendo: “Salve signorina.” Stava sempre a fissare quel monitor anche durante la contestazione di qualche mese prima, quella in cui uno studente di un certo collettivo aveva spaccato l’asse di un’impalcatura. Il custode aveva solo sussurrato allo schermo: “Falliti…”
Uscì dalla porticina aperta sul lato del portone.
Era fuori con l’aria immobile e gelida. Dopo pochi passi le guance le diventarono rosee e fredde.
Cominciò a camminare lungo la via costeggiando l’edificio. Era bella. Si stringeva nella sua giacca di velluto bordeaux con i polsini di pelliccia, aveva una sciarpona marrone scuro che la imbacuccava ben bene fin quasi alla piccola bocca rosata; calzava degli stivaletti con poco tacco, indossava collant nere molto pesanti e una gonnellina che le lasciava scoperte la metà delle magre cosce; i capelli erano biondi e raccolti un cappello rossastro, in perfetto coordinato con dei guanti sottili di velluto. Sulle spalle uno zaino di pelle marrone con pochi libri e un quaderno.
I lineamenti del viso delicati e resi ancor più fragili dal pallore nel quale si distinguevano le guance rese rosee dal freddo, un nasino e degli occhi color nocciola. Il marciapiede era coperto di neve e le orme dei molti passanti affondavano nella coltre per molti centimetri. In fondo alla strada una coda di auto col tetto innevato era immobile al semaforo. C’era molto traffico a quell’ora. Un’anziana coppia stava ferma sul ciglio della strada: lui con un cappello nero e un cappotto lungo fino ai piedi, lei, sottobraccio, era immobile nella sua pelliccia di visone.
Ora che le nubi si erano diradate la luna piena si rifletteva in una vetrina di un negozio di scarpe. Lei si fermò a guardare, mentre all’interno una ragazza faceva provare dei mocassini ad un signore vestito bene: la moglie in piedi lo guardava.
Lei sentiva i clacson delle auto e si voltava senza fermarsi mai. Ad un semaforo un uomo le chiese l’ora; lei alzò il polsino della manica e gli mostrò il quadrante; lui la ringrazio e lei ricambiò con un sorriso. Attraversata la strada entrò in un caffè d’angolo con tre vetrine e molti tavoli con delle panche. Si diresse ad un tavolo vuoto e si sedette nel posto addossato alla vetrina. Negli altri tavoli: tre ragazzi bevevano caffè e parlavano, uno di loro fumava una sigaretta, un anziano signore leggeva un giornale e fumava una pipa, una coppia matura beveva un te e nel tavolo di fianco al suo, un ragazzo leggeva un libro di filosofia con tanto di tazzina da caffè vuota. Lei guardava fuori dalla vetrina poggiando il mento sul palmo della mano sinistra: i tetti delle case erano innevati, come i marciapiedi, le ringhiere dei balconi e i tetti delle macchine. Tutta quella neve con il gelo della notte sarebbe ghiacciata. Poi sentì giungere il cameriere e si voltò.
“Cosa le porto?”, diede un' occhiata alla lista che aveva sotto il gomito e disse:
“Un cappuccino per favore.”
“Con cacao o cannella?”
“Cannella.”

(continua...)
Foto: "Le Loir Dans la Théière". Paris 2008 © Ezechiele Lupo

mercoledì 9 settembre 2009

Capitalismo decaffeinato

di Norberto Giffuri

Ieri sera, mentre affrontavo una birra e un kebap in un centro commerciale della bassa milanese osservando il materiale umano eretto in fronte al bancone di un bar, mi è tornata alla mente una vecchia pubblicità della Hag, quella in cui uno scrittore si alza nella notte colto da fulminea ispirazione e prima di accingersi alla tastiera si prepara un fumante caffè dal sapore letterario. Ora, non chiedetemi perché l'associazione centro commerciale-kebap-uomini-bar mi abbia fatto pensare alla Hag. La questione è un'altra.

Quella pubblicità era la perfetta rappresentazione del mio futuro idealizzato. Quarantanni, brizzolato, piacente, scrittore, single per scelta pervicamente conteso da giovani donne interessate a fruire in un sol colpo cultura e lussuria, teoria e pratica, scritto e orale: insomma così mi son sempre sognato. Ritrovarsi poi, prima ancora dei trenta, su una traiettoria divergente da quella tanto agognata non toglie valore agli splendidi momenti vissuti decantando col pensiero quella pubblicità. Per una volta: grazie capitalismo, grazie occidente, grazie Hag.


Ora mi faccio un caffé. Ovviamente non un Hag. Odio il decaffeinato.

Foto: Tazzina da caffè di Ezechiele Lupo. Caffè bevuto dalla madre di Ezechiele Lupo. Foto scattata da Ezechiele Lupo. Ma tre quarti di limone incombono...

giovedì 3 settembre 2009

Keith Gessen - Tutti gli intellettuali giovani e tristi

di Ezechiele Lupo



Tutti gli intellettuali giovani e tristi, (titolo originale: All the sad young literary men) è il nuovo, nonché primo, romanzo di Keith Gessen, intellettuale, non più tanto giovane, di origini russe-ebraiche, notista politico e letterario per varie riviste liberal americane, una su tutte il leggendario “New Yorker”. Gessen è anche cofondatore di “n+1”, insieme a Mark Greif, testa pensante passato con disinvoltura da Harvard a Yale.
E sta tutto qua il senso di un libro come questo: un intellettuale di successo, gratificato dal proprio lavoro ed in bilico sul filo di lana di un paese che cambia ogni giorno, l’America di Obama, ripensa ai dieci anni terribili che hanno flagellato la più grande democrazia del mondo, e che stavano per tagliare una generazione di uomini d’oro della cultura e del ragionamento.
Questo è il senso: una rivincita dell’intellettuale, del suo ruolo all’interno della società, della sua voce, che finalmente (il libro ha suscitato un fervente dibattito oltre oceano) è tornata a dettare la legge del buon senso. Ma è anche l’ammissione di una sconfitta. Gessen ci dice che in questi dieci anni, dal declino Clinton, passando per la tragedia Bush, fino alla rinascita targata Obama, i giovani intellettuali erano tristi. Tristi e soli.
L’unica cosa che hanno saputo fare, questi uomini da pieni voti ad Harvard, da dottorati di ricerca illuminanti, è stata ripiegarsi su se stessi, grattare il fondo delle proprie emozioni. Hanno smesso di guardare alla società, di gridare il dissenso, e hanno cominciato a deprimersi, sopraffatti dalle loro incertezze sentimentali, dai loro fallimenti amorosi, chiudendosi in biblioteca a fingere di lavorare a tesi complicate ed infinite, rimandando sempre il confronto con la vita al di fuori, con quella società che ha voltato loro le spalle, dandosi in pasto alla smania di sangue ed ignoranza dei Repubblicani.
Bel coraggio quindi hanno mostrato i vari Sam, Mark e Keith, (quest’ultimo omonimo dell'autore, ma non più autobiografico di altri), personaggi delle tre storie raccontate dal narratore. Tutti e tre scelgono, consapevolmente od inconsapevolmente, di fuggire. Sam cerca di scrivere “il grande romanzo sionista”, ma non ci riesce perché è troppo poco sionista, e quando va in Israele, non per conoscere la situazione dei Territori, non per guardare “fuori” ma per cercare “dentro” di sé, si accorge di non esserlo per niente. E Mark? Otto anni a Syracuse, cittadina universitaria alcolica e profonda dell’East Coast, chiuso in dipartimento di Storia a scrivere una tesi di dottorando sulla Rivoluzione Russa, ma che preferisce indulgere nel porno sul web e in tre o quattro ragazze alle quali non è capace di donarsi mai completamente. Keith, il cui unico slancio contro la Bush-ocrazia è stato spaccare la tv dopo il risultato della Florida nel 2000, che consegnò il paese nelle mani del meno intellettuale degli americani.
Tutti e tre a caccia di un disperato equilibrio, in fuga da una società sulla quale non incidono, che li rende tristi. Battono in ritirata e falliscono miseramente: gli intellettuali non sanno amare perché non è quello il loro compito. Le storie d’amore dei tre personaggi, talmente simili tra loro da renderne superflua la distinzione, tanto che Gessen sembra non curarsi davvero della coesione narrativa, ma preferisce la frammentarietà ricomposta di stralci di racconto; le storie d’amore, dicevamo, sono fallimenti frustranti, grumi emozionali attraverso cui la mente dell’intellettuale si perde, e la razionalità, la matematica tipica del ragionamento politico e letterario deflagra.
I personaggi di Gessen non sanno amare perché non sanno vincere, e non sanno vincere perché pretendono di applicare teorie politiche e letterarie, buone per la società che li ha rifiutati e nella quale loro non confidano, ai sentimenti. I giovani e tristi intellettuali scelgono di perdere su tutti i fronti: pubblico e privato. Ma per fortuna c’è un “ma”. There’s always a “but”, diceva qualcuno.
Sam, Mark e Keith sono giovani: hanno tempo. E il tempo ha portato Barack Obama e una sorta di palingenesi civile e letteraria. Ora la scrittura ha un senso, si può tornare a raccontare, ad immaginare modelli di società, e anche nella fiction sarà possibile costruire i mondi possibili, i sentieri incrociati dei giovani e tristi intellettuali.
Il libro si chiude con l’immagine di Keith che corre su per le scale di un appartamento di New York: corre incontro al futuro.


Keith Gessen, Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Einaudi, Torino, 2009, p. 260, euro 20,00.

giovedì 27 agosto 2009

Paul Auster e Jonathan Safran Foer dicono di Ted Kennedy

Era pressoché l’ultimo rimasto, il terzo moschettiere, il più giovane e il meno esperto di duelli a singolar, e infatti non ne tentò mai uno, a differenza dei fratelli, John il perfetto, e Bob l’idealista. Ted Kennedy, bianco e stanco ha camminato accanto al dinoccolato Obama e non l’avrebbe mai lasciato solo.
Oggi su “la Repubblica” e il “Corriere della Sera” parlano due scrittori americani, Paul Auster e Jonathan Safran Foer.
Solo che Paul Auster dice qualcosa di diverso, qualcosa di mediato dal linguaggio, qualcosa di letterario.
Il Ted Kennedy di Auster è un personaggio, la sua vita una recita, un intreccio, una diegesi. Nella vita-racconto di Ted Kennedy, Auster riscrive il proprio romanzo e lo intesse dei temi ossessivi dai quali lo scrittore di Brooklyn non riesce mai a staccarsi. Il relativismo, il percorso dell’eroe attraverso una serie di continui smascheramenti e identificazioni e infine la redenzione, più spesso nell’afflizione, che conduce il personaggio al dissolvimento: tutte spie che ritroviamo nell’intervista di oggi.
Come per i personaggi di Auster, di Ted Kennedy probabilmente resterà il riflesso di chi o cosa non sia mai diventato: un riflesso dietro al quale si cela la consistenza, frammentaria, del mito.


E.L.


Paul Auster

E’ impossibile parlare di Ted senza parlare dei suoi fratelli, del sogno americano, della voglia e dell’illusione di avere una nostra aristocrazia. E’ stato un personaggio emblematico, segnato dalla tragedia, ma anche da un itinerario personale diverso, per molti versi inaspettato”.
Perché emblematico?
“E’ diventato un uomo diverso da quello che sembrava essere destinato a diventare. Dopo l’uccisione di John e Bob, Ted sembrava destinato a diventare presidente, ma l’incidente di Chappaquiddick gli ha precluso la strada, facendolo diventare tuttavia una persona migliore. Fino a quel momento era un uomo del comportamento instabile e discutibile. L’incidente è il momento culminante di quel modo di essere. Una volta che si accorse che non si sarebbe potuto candidare, interpretò in maniera impeccabile il ruolo di senatore, diventando un punto di riferimento imprescindibile per un intero mondo politico e combattendo sempre con energia ammirevole. La sua è stata una storia di redenzione, l’uomo politico ha trovato una propria dimensione: più umile forse, ma non meno compiuta e significativa”.
Che ruolo ha avuto nella Camelot americana?
Quando John venne eletto avevo 13 anni, e ricordo la grande eccitazione dopo otto anni di presidenza Eisenhower. Parte di quella sensazione era dovuta all’eleganza di John e Jackie, ma anche alla bellezza do Bob e Ted. Era la cosa più vicina che un americano potesse provare rispetto all’aristocrazia. Poi una serie di tragedie ha infranto quel sogno, e il giovane Ted si è visto costretto a diventare patriarca. Pensa all’immagine di qualche anno fa, quando fu costretto a riconoscere e recuperare la salma di John Jr. dopo l’incidente aereo. C’è molto di shekespeariano nei Kennedy, e Ted ha avuto il ruolo più difficile e meno glorioso. […] La maturazione e trasformazione di Ted Kennedy è proprio in questo atteggiamento, conquistato nel dolore.

Estratto dall’intervista di Antonio Monda, “la Repubblica”


Jonathan Safran Foer

Ho sempre condiviso l’agenda del vecchio Leone, l’ultimo progressista americano temerario, spavaldo e scevro da compromessi. […] I liberal radicali di ieri sono i conservatori di oggi, proprio in virtù delle lotte da lui intraprese, spesso a rischio personale.
La sua eredità politica è all’altezza di quella dei fratelli JFK e Robert?
Penso che sia addirittura più grande, perché a Washington ha realizzato ben più di loro. La sua eredità personale è destinata invece ad essere minore perché la morte prematura di John e Robert li ha destinati al mito. Certo Ted può aver agito in modo irresponsabile in molte occasioni, ma la sua coscienza ha fatto molto più bene che male. […] Con il suo operato ha migliorato e anche salvato le vite di milioni di persone. La sua influenza è stata assai maggiore sulle generazioni prima della mia, forse perché i suoi trionfi legislativi più importanti sono venuti circa un decennio fa e anche prima. Purtroppo la mia generazione è impermeabile alla politica. Obama sembrava l’unico che fosse riuscito a penetrare quel muro di apatia, che adesso è tornato ad innalzarsi intorno a lui. Per i giovani americani Kennedy è un marchio, più che un simbolo.
Il clan occupa un posto magico nell’immaginario collettivo dell’America. I Kennedy non sono persone comuni in carne ed ossa, ma qualcosa di più: sono supereroi.

Estratto dall’intervista di Alessandra Farkas, “Il corriere della Sera”


Foto: Ted Kennedy pensa a come andrà a finire la riforma sanitaria dell'amico Barack

domenica 23 agosto 2009

"Nanda" Pivano: un'americana a via Manzoni

di R. Castoro
Un paio d’anni fa, in un momento di superficiale sconforto, pensai di dover incontrare Fernanda Pivano. Alcuni dei suoi libri riposavano sulla mensola del soggiorno e non potevo – mi dissi – essere così vicino alla donna che aveva influenzato la mia sommaria adolescenza senza interrogarla e dissertare con lei di problemi che avrebbero, verosimilmente, reso meno sommaria e rifinito la mia adolescenza. O ciò che ne restava, e resta.

Un amico che l’aveva intervistata mi rivelò la strada in cui abitava a Milano. Trotterellai per via Manzoni, in pieno centro, vagliando minuziosamente ogni portone, anfratto, porticina, cavedio, verificando i cognomi sui citofoni e sorprendendo giardinieri interrogativi che, guardandomi, innaffiavano le oasi clandestine di piante colorate e fragranti che Milano è abilissima a nascondere. Da nessuna parte trovai scritto il cognome Pivano. Allora immaginai la sua vita dentro una delle numerose case che, discrete, celano gli abitanti dei palazzi, intenta a muoversi fra chilometri di libri e vociando di pace e Kerouac, insieme a parenti e curiosi, con un tono stentoreo perché – come mi aveva riferito l’amico giornalista – “a volte non sente molto bene, e le capita di avere momenti di entusiasmo intensissimi”.

Non parlai mai con Fernanda Pivano, e il mio proposito di disturbarla al citofono, correre per le scale e bere un tè nel suo salotto, naufragò quel pomeriggio fra i bastioni di piazza Cavour e il teatro La Scala, rassicuranti confini di via Manzoni. Provai a telefonare. Il numero giunse dal solito amico dell’intervista trascorsa. Rivelatosi, il recapito telefonico, irrimediabilmente inesistente, non posso più giurare sul fatto che Fernanda Pivano vivesse proprio in quella parte di Milano, che fosse un po’ sorda e avesse momenti di entusiasmo intensissimi. Decisi allora di riaprire il primo suo libro letto in adolescenza.

Beat Hippie Yippie raccoglie articoli, saggi, interventi pubblicati fino al 1977, ed è, nel complesso, un dipinto colmo di dettagli, artisti imbranati, utopisti isterici, ciclostili inceppati, scrittori geniali, attori in pellegrinaggio, falò di cravatte, una storia animata del movimento underground e contestatario in tutte le sue schegge, iniziando dalle origini avanguardiste degli autori beat censurati, passando per il “De Andrè americano” Bob Dylan, fino a sfiorare le domande esistenziali di una “nuova sinistra” prossima alla scomparsa nel momento esatto in cui prendeva coscienza della propria presenza. Di quelle pagine, che tratteggiano personaggi come Henry Miller, Gregory Corso, Allen Ginsberg (in foto), tirano le orecchie a Jack Kerouac e teneramente piangono la sorte di Neal Cassady – anima squattrinata della generazione beata, morto passeggiando per i binari di San Miguel de Allende – ricordo che sottolineai pochi insulsi passaggi. Uno dei primi capitoli narra di alcol e droga: lì evidenziai avidamente, in chiave libertaria, le righe in cui si spiegava come perfino Omero, nell’Odissea, avesse descritto e celebrato sostanze allucinogene, le stesse che alimentavano l’immaginario di chi, dal dopoguerra in poi, sognò un mondo libero, anticonformista e pacificato. La seconda volta che lessi Beat Hippie Yippie – con alle spalle altri libri di Fernanda Pivano, come la sua Antologia di Spoon River e le traduzioni di Hemingway – compresi definitivamente il valore globale di quei lavori, essenziali nell’intuizione – condivisa dall’amico, innamorato e mentore, Cesare Pavese – di osservare il presente e il futuro letterario attraverso le pagine degli autori americani.

Mailer, Scott Fitzgerald, Burroughs. Ma anche Bukowsky e, recentemente, Palahniuk e Foster Wallace. Sono solo alcuni degli autori scoperti e apprezzati da Fernanda, protagonista di una straordinaria opera divulgativa che racconta l’America sui libri dalla febbricitante età del jazz, fino al gruppo minimalista e alla corrente avantpop (il filo rosso della rapsodia musicale è evidente, in questa galoppata letteraria, dal momento che proprio da un album jazz del compositore d’avanguardia Lester Bowie la banda di scrittori alla Jonathan Lethem ha tratto ispirazione).

Quello che resterà, in fondo, è lo spirito con cui “Nanda” ha disegnato la parabola conturbante di una genia di autori che non poteva essere raccontata altrimenti. Amava quegli scrittori americani in virtù della “vecchia, tradizionale differenza fra letteratura pragmatistica e letteratura accademica, fra i fatti della vita e una letteratura libresca basata su indagini psicologiche”. Preferiva parlare di quotidianità e i suoi reportage mischiavano la critica al cibo preferito degli artisti, ai loro gesti, ai tic meno educati e formali. Su internet circola un’intervista in bianco e nero che la Pivano cerca di condurre, per la Rai, con Jack Kerouac, spelacchiato, bicchiere in mano, ubriaco, il quale alterna suoni onomatopeici e frasi come “Se non avessi scritto avrei fatto il postino. Amavo andare in bici ed avrei avuto la possibilità di leggere. Ora pubblico per guadagnare migliaia di dollari. Chi mi ha ispirato? Non Dante, non Leopardi – pausa di riflessione – e neppure Petrarca.”. Così intensamente legata alla vita, Nanda ha evitato di formalizzare boriose teorie critiche così come capita di scordare, per sbadataggine, di aggiungere lo zucchero al caffè. “Grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita”, ha scritto poco più di un mese fa, nel suo ultimo articolo, rivelando implicitamente anche il motivo per cui io, in passato, decisi di scorrazzare per via Manzoni alla sua ricerca. Un approccio antiaccademico che Fernanda Pivano ha, in qualche modo, scontato e che potrebbe perfino – qui si svela un retroscena pruriginoso – far storcere il naso a diversi autori di questo blog letterario, per cui realtà e finzione seguono percorsi differenti, mentre i poeti della Nanda hanno rigorosamente “vissuto e scritto senza distinguere fra arte e vita”. “Mi hanno attaccata per non aver mai valutato i libri: ma io mi sono limitata ad amarli, non a valutarli. Questo lavoro lo lascio ai professori”. Cara Nanda, ben fatto.
Foto: Fernanda Pivano e l'amico-poeta Allen Ginsberg "accalorati" dal dibattito letterario.

sabato 4 luglio 2009

Dal monolocale

di Norberto Giffuri

Anche oggi fino a tardi al lavoro

Il ritorno a casa
Un piatto di pasta
Ma solo dopo il jogging
Scrivere due righe
Addormentarsi
Dormire.

Ignoro il nome
Di questo torpore
Che muto m'assale
Mentre la città si squadra
Sulla linea del tramonto
Dal monolocale al sesto piano
Ai graffi di luce fioca
Di una tangenziale.

Suonano gli spruzzi d'acqua soavi
Di una piscina, superattico
Lo schiamazzo e lo squittio
Elevati al cielo,
Lontanissimi, verticali,
Teofori forse, ebbri di una ricchezza
Anelata dalla moltitudine, da me pure...
Io che sempre mi sono eletto tra i consapevoli pochi
In caduta da una superiore educazione
Mi trovo a spartire il desiderio comune ai molti
E vorrei vivere come chi procede spedito
Che per me ogni realtà serba attrito
Sarei pronto ad affrontare la piscina
Infradito e autostima.
Alla riottosità pervicace del tutto
Alle irrisolte pretese
Risponde un terrazzo milanese.

Invece dormo
Celebrando la mia vittoria muta
La mia indipendenza secca
La mia inquietudine amena
Convinto, a torto?
Che una vita dignitosa
Non possa viversi serena.

domenica 28 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - ultima parte

di Ezechiele Lupo

Fu in quel momento che G***** lo toccò per la prima volta con intenzione: la mano scivolò lentamente con passetti piccoli leggeri e solleticanti sulla coscia di lui. Lui era immobile, fermo sulla sedia di un baretto qualunque su una spiaggia, in un giorno di tempo incerto: lasciò che G***** raggiungesse zone impervie nel suo basso ventre, lasciò che G***** imparasse da sola la via. Di colpo G***** si ritrasse con una risata fragorosa; il suo corpo fremette e la sua testa crollò all’indietro, scostando i lunghi capelli neri e lasciando a disposizione il seno evidente e perfetto. Poi si alzò e andò in bagno. Lui si ritrovò troppo solo. Guardò verso l’acqua e tutto gli parve scuro, passato e poco emozionante. Raggiunse G***** nel bagno ambosesso del baretto. G***** gli prese la mano e sognò per un attimo che quella fosse l’unica cosa che avrebbe voluto: stringergli la mano e sentire l’innamoramento di lui decrescere. Ma non si accontentò: si baciarono in un modo tradizionale per due amanti in un bagno pubblico. I vestiti non erano vestiti e tutto diventò subito molto liquido per entrambi: G***** spinse con cura l’eretta qualità di lui nella parte del proprio corpo più accogliente, e lì, in piedi contro la porta del bagno, provarono un agostano orgasmo. Durò tutto pochi minuti, probabilmente secondi, ma non staremo certo qui a questionare sulle capacità sessuali di lui. G***** tirò su col piede sinistro lo slip del costume e riposizionò il reggipetto. Uscirono entrambi accaldati e con la nausea. Grande sorpresa, eufemisticamente parlando, fu incontrare lei: in piedi rigida e con gli occhi gonfi. Tutto il peso poggiava sul piede sinistro mentre la gamba destra era piegata dietro l’altra, il copricostume leggero aderiva all’umida pelle. Le cadde il telefono dalla mano. Lui la guardò dietro gli occhiali neri prima di voltarsi verso il bagno e vomitare. G***** sgattaiolò di lato e con passo deciso si sedette al tavolo, come un qualsiasi capo di Stato. Lei urlò come si potrebbe gridare per tutti i problemi del mondo e fuggì chissà dove. Lui si sentì preso per la maglietta e sballottato fuori dal bagno; attraverso gli occhiali da sole, un cinquantenne obeso gli sputava in faccia insulti in un dialetto assurdo, di una lingua che conosceva bene. In pochi secondi si trovò ad immaginare sé stesso da vecchio. A volte l’espiazione fa certi scherzi.

Era estate quell’anno in S******* e il litorale al tramonto una buona scusa per passeggiare con i mocassini neri in riva al mare. Lui lavorava da qualche anno per una grande compagnia australiana: i film degli aerei fungevano da valido svago e la voce sempre diversa dell’hostess che lo svegliava, una dolce compagna. Spesso armeggiava con il proprio telefono per cercare di scaricare questa o quella canzone: ma rare volte ci riusciva. Amava provare i ristoranti cinesi di ogni città in cui sostava. Sovente usciva con altri come lui per una birra alla sera: non amava la birra, ma c’è di peggio, no?
E così quell’agosto camminava con i suoi vecchi occhiali da sole, la giaccia nella mano destra, la borsa del laptop nella sinistra, la cravatta nel taschino e la camicia bianca slacciata: il suo addome non aveva risentito del tempo, o almeno non era impresentabile. Il mare riverberava sempre gli stessi colori: rosso, arancione, giallo, ma in fondo era solo luminescenza. In silenzio e timidamente il sole lasciava l’emisfero, e già tirava un’aria fresca. Si fermò un attimo e guardò all’orizzonte; che emozioni poteva suscitare la normale curvatura della terra? Riprese a camminare, ma pochi passi dopo si voltò a causa di una percezione: la percezione della presenza di lei. Ed infatti la vide arrivare con il suo copricostume leggero e con in mano un paio di infradito, la sua andatura talvolta buffa e i capelli portati più lunghi e legati in una coda, una borsa da mare a tracolla e dei vecchi occhiali da sole, per proteggersi dai bassi ed obliqui raggi. Era effettivamente lei che gli veniva incontro. Nessuno dei due ebbe, per quei pochi secondi che li dividevano, il minimo dubbio sulla volontà di vedersi ed abbracciarsi dopo gli anni passati nella dimenticanza. Si salutarono con gioia ed allegrezza e si strinsero forte: il corpo di lei era sempre fresco. Lui tremava un pochino e la gola gli doleva, forse gli si stava per chiudere. Gli occhi gli dolevano, ma ce li aveva bene aperti.
“Allora come stai? Che ci fai qui?” chiese lei sorridendo. Lui ebbe la possibilità di constatare l’esattezza dei suoi denti: se li ricordava uno per uno.
“Sono qui per lavoro: alloggio all’H*****. Sai la laurea e tutto. Insomma lavoro per una compagnia australiana.”
“Ah che bello, no?”
“Oh sì certo. Questo è accaduto: sono contento… Ho studiato per questo. Poi viaggio un sacco, mangio un sacco cinese…” disse giocherellando con il bottone della giacca. Lei si passò un dito sulle labbra e non disse nulla.
“Tu invece che fai? Sei in vacanza?”
“Sì, sono in vacanza, ma non faccio questo nella vita. In realtà non faccio molto. Ho lavorato per due anni in uno studio, poi… boh, non so, ho avuto paura di correre e ho passato un anno senza lavorare. Ho abitato con mia sorella. Poi ho trovato un posto manageriale, però molto tranquillo: mi piace e… insomma. Sono contenta anche io.”
L’ombra dei loro corpi si protendeva verticalmente sulla sabbia e all’altezza della testa si incrociava, si congiungeva. “Viaggi molto quindi?” chiese lei reggendosi su un piede solo.
“Beh sì abbastanza. Però sono anche spesso in ufficio… e…” lei guardava in alto e non sembrava ascoltarlo.
Lui si avvicinò, alzò la testa e vide sopra di loro degli uccelli indefiniti. Il suo cuore si sfilacciava: lei era sempre la persona per cui valeva la pena commuoversi. Improvvisamente lei abbassò lo sguardo e lo vide fissare il cielo. Gli uccelli si gettarono all’orizzonte perché non c’era più nulla da vedere. Si guardarono per un attimo o forse si specchiarono soltanto nei vecchi e rispettivi occhiali da sole.
Prima di salutarsi, lui le disse: “Conosceremo la nostra felicità”.
Fine

venerdì 26 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - terza parte

di Ezechiele Lupo

La sortita al baretto aveva avuto l’effetto di ristorare T******, e calmare G*****. Ora G***** vedeva remota l’eventualità di possedere in qualche modo il ragazzo sulla spiaggia: si sorprese persino di averlo solo pensato. L’indissolubilità di quel rapporto sarebbe stato lo scudo contro cui le sue lance di seduzione si sarebbero infrante. Ma le possibilità della storia rimangono sempre valide, prima che il discorso le scremi, scegliendone una sola e seguendo quella fino ad un termine arbitrario, contro il quale ogni lettore dovrà scontrarsi, volente o nolente.
L’aria si fece più opprimente, le nubi coprirono gran parte della volta e, piano piano, cominciò a cadere la pioggia. Lui si mise seduto e guardando dritto davanti a sé, oltre gli occhiali da sole, pensò e disse: “Piove… porca vacca…” In pochi minuti si scatenò un violento acquazzone e molti corsero a ripararsi, teli-mare sulla testa e zaino in spalla, sotto la tettoia del piccolo bar, nel patio coperto. Ben presto i più rapidi presero posto ai tavoli e approfittarono per mangiare qualcosa. C’era un tavolo con quattro sedie all’estrema sinistra della piccola terrazza e lei si precipitò, con i capelli bagnati e sorridendo per la situazione, ad occupare con la borsa e l’asciugamano, due sedie. Lui la vide scattare: le sue gambe si muovevano veloci tra i tavoli e scivolavano come dita lungo una tenda di seta. Appena lui raggiunse il tavolo per sedersi, lei alzò la mano in direzione dell’entrata del baretto come per salutare qualcuno: stava effettivamente salutando T******. Lui e lei furono immediatamente raggiunti da T****** e G*****: “Che fortuna che siete riusciti a trovare un tavolo, noi non siamo stati altrettanto veloci… comunque ci sediamo anche noi?” chiese T******, giunto senza maglietta e con i capelli fradici.
“Certo, perché no… Ciao io sono…” lui disse il suo nome, che risuonò distintamente e grandioso nelle orecchie, nello stomaco e nell’utero di G*****. Ora G***** conosceva il nome del “ragazzo che ama”, e quel ragazzo sarebbe stato suo.
G***** cominciò a parlare del suo lavoro: era una gallerista e pittrice a tempo perso. Tre o quattro anni fa, e chi se lo ricordava?, aveva esposto qualche schizzo, proprio nella città di lui e di lei:
“Sì, non so se avete presente? No? Comunque è poco importante. Per me è un hobby, forse anche meno di una passione?”
“Perché?” chiese la ragazza amata tagliando la piadina al prosciutto crudo.
“Come perché?” ribattè sorridendo G*****, torcendosi le mani sotto il tavolo.
“Ah… no niente… intendo dire: perché è meno di una passione?”
“Non lo so, forse perché non credo di avere il fuoco sacro dell’arte. Voglio dire: mi piace. Infatti il mio lavoro consiste nel vivere con gli artisti, parlare con le gallerie, ma… come dire? Potrei fare questo, ma anche altro… viviamo in un'epoca così frammentaria: scegliamo sempre tutto e mai nulla, insomma...”
Mentre diceva queste cose gesticolava leggiadra usando le proprie sinuosità come naturale accompagnamento alle parole: la musica era il suo corpo. Aveva piena coscienza delle sue mosse, e se T****** era indaffarato a non pensare, G***** studiava meticolosamente le reazioni del “ragazzo che ama” ai suoi continui richiami. Ogni tanto faceva cadere una spallina del costume, lasciando intravedere una porzione soddisfacente di pelle bianca; contraeva la nuda pancia piatta e si rilassava contro lo schienale della sedia, in una posizione di accoglienza, come in attesa di qualcosa che le venisse incontro.
La conversazione scivolò veloce su altri interessantissimi argomenti. Poi smise di piovere. La temperatura non si era per nulla rinfrescata, anzi il temporale aveva lasciato una cappa d’afa molto noiosa. In più il sole era coperto e il mare un po’ mosso. Lui era leggermente irritato per la situazione: non trovava particolarmente piacevole la compagnia, anche se percepiva una sorta di pulsione nei confronti di G*****: non ne conosceva il motivo, ma la fisicità di G***** era una specie di refugium peccatorum. Ad un tratto si volse verso la sua ragazza e le prese la mano: era fresca. Lei lo guardò strabuzzando gli occhi e fece una delle solite facce buffe. Lui sentì come un irrefrenabile benessere e sollievo, qualcosa per cui commuoversi davvero sotto le lenti scure. Alla vista della mano di lui in quella di lei, una stretta forte come anelli di una catena di titanio, G***** capì di non poter resistere all’eccitazione.
In quell’istante iniziò a rotolare una biglia di vetro verso un terrificante baratro: il telefono di lei cominciò a squillare. Lei sospirò, lui lasciò la sua mano, ma solo per accarezzarle la nuca, cercando di scioglierle un nodo tra i capelli.
“Scusa ma devo rispondere…”, prese il cellulare e disse: “Pronto… ok, ora basta… no, ascoltami tu… è tutta colpa mia…”
Sì lui lo sapeva bene. Era tutta colpa sua. Sua era la colpa di aver incontrato un folle, di lei la responsabilità di averlo fatto entrare nel loro contesto, e sempre sua la colpa… beh di quello che aveva fatto. Lui cominciò a pensare che nulla più gli sarebbe davvero importato dopo di lei, che dopo di lei avrebbe disperso la propria tenerezza in milioni di piccole briciole, come schegge infrante di schegge infrante di altre schegge infrante: il suo cuore di sarebbe sfilacciato, lasciando il posto al nulla affettivo.
Ora lei alzava sempre più la voce. T****** e G***** fingevano molto bene di non ascoltare: G***** finse di far capitare per sbaglio la caviglia sottile contro quella di lui. Lui ebbe freddo: la caviglia di G***** era caldissima e liscia. Ora G***** si stava accarezzando la coscia con un movimento ipnotico del corpo. Lui era stanco di ascoltare e dimenticare: “Stai un po’ urlando…” disse all’improvviso alla propria ragazza.
Lei si voltò di scatto, ma oltre gli occhiali da sole di lui non vide nulla: “Hai ragione, mi alzo, vado in spiaggia e ti giuro: sarà l’ultima volta.” Gli posò la mano sulla guancia, lo baciò sulla bocca e si alzò. Si diresse verso la spiaggia con il cellulare all’orecchio e le lacrime negli occhi.
Lui fu tentato di rincorrerla più volte nei minuti che seguirono, ma G***** cominciò a parlargli frastornandolo: dietro gli occhiali da sole vedeva il seno di G***** procedere sempre più verso di lui. Le loro ginocchia si scontravano e si strusciavano. T****** era una figura in lontananza, un commensale assente, un invitato alla performance. Ma ad un tratto disse: “Chi viene a farsi un bagno?” Lui lo guardò alzarsi, vide i suoi addominali palestrati, rise dentro di sé e rifiutò. Avrebbe voluto essere con lei, voleva raggiungerla, abbracciarla, sentire le sue mani sui suoi occhi; ma rimase solo con G*****.
(continua...)

martedì 23 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - seconda parte

di Ezechiele Lupo
“Scusami… mmh… come cazzo si dice?” Come cazzo si dice lo voleva pensare ma in realtà lo disse.
Lei rispose subito: “Si dice scusami… siamo connazionali…”
“Ah… per fortuna, cioè mi spiace di averti tamponato.” Disse T****** grattandosi i nerissimi capelli all’altezza della bassa fronte. Era abbronzato ed alto: gli addominali parlavano di giorni di palestra invernale.
“No niente, anche io guardavo… guardavo su.”
“Su?”
“Sì il cielo… boh vabbè. Ciao…” Disse il suo nome.
“Piacere T******.” Il problema ora era, come al solito, uscire dal pantano del da quanto sei qui?, ti piace qui? Il narratore ovvierà omettendo.
Lui aveva inforcato gli occhiali da sole e giaceva nell’aria, cercando, con l’ultimo romanzo di Baltazàr João, di farsi ancora più ombra. Ma era scomodo e questo gli dava un gran fastidio. Ad un tratto piovve, anzi no: era lei che gli strizzava i capelli addosso. Lui uscì dal romanzo, la guardò ridere sotto gli occhiali e disse: “Come fai a stare così tanto in acqua?”
“Boh… è che tu vuoi nuotare a basta. Ti fai la tua nuotata e poi per te è finita lì.”
“Mi devo tenere in forma lo sai…” Lei non disse nulla e si sdraiò sull’asciugamano. Subito lui posò Baltazàr e accostò la spalla alla sua: era fresca. Poi, puntandosi sul gomito, le venne un po’ sopra per baciarle le labbra. Squillò ancora il telefono, e ancora ebbero paura: lei vide la paura spandersi sulla fronte di lui come alito su uno specchio. Lui vide negli occhi di lei le vecchie spaventose indecenze.
G***** vide T****** uscire dall’acqua con passo deciso, ma fece finta di non notarlo: continuò a scarabocchiare il disegno di una rupe rocciosa, che avevano visitato il giorno prima, sdraiata a pancia in giù con il costume slacciato, reggendosi sui gomiti. Quando T****** piombò al suolo con molta stanchezza per la lunga nuotata, G***** provò un certo malessere.
“Ho incontrato due dei nostri… cioè una sola. E’ una ragazza, ma mi ha detto che è qui in vacanza con il suo ragazzo. Mi sono imbattuto in lei mentre nuotavo vicino la riva… guarda mi pare siano là in fondo, li vedi? Vicino a quegli ombrelloni rossi.”
G***** volse la testa nella direzione indicata e lo vide: stava baciando la sua ragazza. Quella doveva essere la ragazza incontrata in acqua, quella era una ragazza amata. Senza parlare riprese a disegnare, guardando ogni tanto il mare. I suoi glutei si contraevano e si rilassavano ritmicamente come meccanici pistoni: si stava forse eccitando disegnando una rupe? T****** intraprese una lotta con il celeberrimo gioco dei bagnati: il sudoku. Dopo poco ne uscì stremato e svogliato.
“Andiamo al baretto? Ci prendiamo un the freddo o qualcosa del genere? Io ho sete.” Disse T****** per lenire le ferite morali. G***** lo guardò negli occhi: voleva dire no, ma disse sì. Alzandosi ricompose il proprio reggiseno e occhieggiò la ragazza amata: era al telefono, mentre lui leggeva un libro. In un tempo piccolo, infinitesimo, il volto occhialuto di lui crollò a destra, in direzione di G*****. G*****, benché sicura di non essere la causa di quello spostamento del punto di vista, constatò con gioia che sì: si stava proprio eccitando.
Non vedeva nulla. Non riusciva a leggere ancora Baltazàr. Lei era al telefono da trenta secondi, ma a lui sembravano sempre gli stessi trenta secondi ripetuti da settimane, mesi persino. Lei alzava la voce, era agitata, continuava a muoversi pur stando seduta con le gambe incrociate: una frenesia angosciosa. Il mare ballottava leggermente ora. Lui le sentiva dire parole nette e pulite: basta ti prego, non chiamarmi più. Poi la conversazione si interruppe, lei si chinò leggermente su di lui: “Ha usato un numero diverso… ti prego…”. Lui si tolse gli occhiali da sole. I loro occhi nocciola afferravano tutto lo spazio che separava le loro bocche: uno spazio pieno di scambievole devozione.
“Non importa davvero, non mi importa. Non penso sia importante, veramente. Noi siamo qui, vogliamo stare qui insieme…” disse lui cancellando per la milionesima volta dalla mente il tradimento di lei.
“Io voglio stare qui: è molto bello.” Disse lei armeggiando con la sabbia dietro la testa di lui.
“E allora: secondo me quello che si fa si può fare e non ci sono alternative o possibilità. Il presente è sempre reale. Siamo qui insieme ed è l’unica cosa che potevamo fare. No? Te l’ho già detta tante volte la mia teoria. Ogni cosa che facciamo, se la facciamo, è perché non esiste alternativa. Sì mi pare che così suoni bene…” rise abbastanza compiaciuto. Rise anche lei e lo abbracciò ancora una volta. Una nuvola coprì il sole mentre lui prendeva gli occhiali: era tutto reale e presente. Era tutto reale e presente.
(continua...)

lunedì 22 giugno 2009

Non siamo pronti forse? - prima parte

di Ezechiele Lupo

Una serie continuata di curve accompagnava la vettura azzurra lungo una discesa dolce dolce verso la costa occidentale.
Prima a destra, poi a sinistra il barcollio generoso della strada declinava dagli altipiani giù verso le spiagge costiere; ogni tanto tra le rocce a sbuffo, l’impervia mediterranea, generosa vegetazione bassa, scorciava la vista un lembo di acqua azzurra, come un pareo senza valore, il cui colore decresce dal blu al bianco, con gradualità. Sopra, il sole delle dieci d’un agosto benaugurante illuminava il cielo scintillante. Dai finestrini aperti entrava un gran rumore: il vento frascheggiava tra il suo copricostume leggero e le sue magliette celesti. Due paia di occhiali da sole rendevano il tutto più sopportabile, sia per lui, che per lei.
Distante qualche centinaia di metri più in basso T****** e G***** stendevano due teli mare sulla sabbia bianca: processo che avveniva in quel momento con cura, sfidando, ancora vestiti, l’afa del golfo di P*******. Con lo sguardo rivolto al mare chiaro e freddo, T****** sedeva in attesa della protezione solare, che lo schermò poco dopo, condotta dalle mani di G*****, intorno alle sue spalle.
Intanto la monovolume parcheggiata sull’ultimo tornante prima del camminamento pietroso, già diventava un forno mobile. Lui e lei scendevano con gli occhiali scuri, mano per mano, lungo il camminamento che lui aveva giudicato meno impervio. Un piede in fallo e una vacanza rovinata. Il mare senza onde pareva una meta luccicante e bellissima, un obiettivo ricco di calma; gli alti alberi frondosi e tropicali appoggiati alla base della costa rocciosa avrebbero assicurato un’ombreggiatura perfetta per le ore post meridiane: le ore dello stordimento corporeo. Ad un tratto il cellulare di lei squillò tra gli sterpi. Si fermarono, lui la guardò come spaventato, lei ricambiò lo sguardo, prese il cellulare e disse “E’ mia madre…”, e infatti non rispose. Lo mise nella borsa da spiaggia e accarezzò con la stessa mano la guancia di lui; poi si avvicinò e lo baciò: “Che palle era mia madre…” ripeté lei sorridendo. Lui la baciò ancora. Vennero superati nel camminamento da tre o quattro tedeschi bianchi e rossi alternati come in una caprese difficilmente digeribile. In quei giorni i loro fisici raggiunsero il massimo splendore: erano giovani bianchi caucasici, abbronzati e un po’ scottati, asciutti e magri (lei con le giuste forme, lui non certo un palestrato), con l’avvenire negli occhi nocciola e qualche concreta ambizione incatenata a concrete paure. Sensibili, quanto basta per vivere in questo tempo senza soffocare, alle sollecitazioni del “mercato delle cose”; rivolti alla ricerca di una genuinità anche un po’ snob, ma senza ipocrisie. Un buon vino al ristorantino economico ed accogliente, una pasta col pomodoro fresco nella casetta affittata per due settimane, qualche dolce al cioccolato/pere, un film scaricato da internet alla sera e guardato sul laptop nel piccolo patio, tra la brezza del dopo cena e frequenti abbracci sotto il lenzuolo bianco, scosso dal fremere dei loro bacini. Un caffè con dei biscotti e una spiaggia ogni mattina.
Mentre lei stendeva il suo asciugamani sulla sabbia, lui era già in dirittura bagnasciuga: poi ricordandosi di avere ancora gli occhiali da sole, tornò indietro. Lei lo guardò dal basso, ed in ginocchio, si tolse il copricostume rivelando un due pezzi bianco e rosso, per nulla volgare. “Andiamo a fare un bagno?” disse lui togliendosi gli occhiali da sole, “Ora?” chiese lei, “Non siamo pronti forse?” e le tese la mano in un gesto come di benedizione. Lei si sollevò tenendo i piedi sull’asciugamano e lo abbracciò: era fresca.
Erano nell’acqua da qualche minuto e lui era già al largo: amava nuotare oltre le boe, quando c’erano. Il riverberò del sole, la trasparenza acquatica dell’acqua mostravano l’immagine del corpo di lei nell’atto di liquefarsi: era solo un’impressione. Guardò a riva verso le loro cose, lo zaino verde di lui, e la sua borsa del mare, “chi me l’ha regalata quella borsa?” pensò per un attimo; poi si voltò a causa di una percezione: la percezione della presenza di lui. Infatti lo vide procedere ad ampie bracciate, inabissarsi sciogliendosi come olio nell’acqua, e ricomparire davanti a lei. “Ciao… posso tirarti giù il costume?”
“No, è tutto trasparente. Vieni qui…”, lo cinse ancora con le braccia intorno alle spalle, prendendosi i gomiti con le mani: era fresca. Lui la prese per la vita, la sollevò facendo aderire i corpi bagnati e cercò di trascinarla al largo.
“No dai, stiamo qui. Un po’ così…” chiese lei. Forse era possibile farlo.
“Oh… certo. Posso cercare di salvarti la vita tipo bagnino?”
“No. Stai fermo qui.”
Si separarono dopo qualche minuto e lui tornò a sdraiarsi sul telo. Lei si distese tra il piattume del mare, vicino alla costa. Poi T****** la colpì ad un braccio mentre nuotava uno scomposto crawl. Lei si sommerse per un attimo e riemergendo si guardarono negli occhi.
(continua...)

venerdì 12 giugno 2009

Una beffa

di Ezechiele Lupo

Voce del mattino,
voce di mondo marziano,

perso nel mattino.

Tu in alto, così in alto
che sembri sola.
L’ombra della dimenticanza
ha i capelli biondi.

Un bacio tra un cassetto
ed un mattino;
Ignara di me che, persa,
ti abbandoni al futuro.

Piccola cosa è la supponenza

Ti resto sempre avvinghiato,
come un gatto al suo pagliericcio
Sempre meno, sempre meno e meno.

Sbiadisce l’infuso di me in te.

domenica 24 maggio 2009

Rimini

di Nepomuceno Sadda

Ho capito Pier vittorio
Perché l'Apocalisse a Rimini, il tuo,
Hai progettato.

Sotto un hotel nato,
Dall'amplesso tra un arabo architetto
ed un pr romagnolo,
Mi sono trovato solo,
Disorientato
Come se il settimo angelo avesse suonato.

martedì 12 maggio 2009

Per Oliver

di Norberto Giffuri

Oliver Twist,
Volentieri ti avrei appeso
Ad una forca di Misericordia

lunedì 27 aprile 2009

Legno scuro

di Asincheraglia
Oh taci, non dire niente, rimani seduto a fissare l’oblio… non potresti essere più artista di ora, con la bottiglia di rum sul tavolo di legno – legno autentico scuro – e un fiasco esotico, delle Antille, e una macchia d’alcool che balugina ocra, scola dal collo, frizza nel tappo zuccheroso, si depone e affonda paziente nell’ebano invecchiato. Tossicchia un po’, se proprio devi, e fletti lentamente la schiena – che belle ossa appuntite che vengono fuori! Niente da dire, hai fatto proprio un ottimo lavoro – ma dopo l’ultimo colpo rimani rigido, travolto e paralizzato dalla scossa, come se l’effetto dovesse durare per l’eternità… L’eternità, riflettici un attimo, la senti? Ti è capitato una sola volta, quasi per sbaglio, forse su un letto, o da qualche parte sul mare o in montagna. Poi c’erano quelle mattine – artista! Artista fino al midollo! – che stavi bene così in profondità da pensare che si! Questo sarebbe un ottimo giorno per morire. Insomma, l’eternità non sai se l’hai provata mai o sempre – attenzione, non farti travolgere dalla confusione, potresti essere sincero, misero, dunque smettere di essere artista – e il vuoto che contempli inizia a mescolarsi con l’eternità. Puoi immaginarlo come un memorabile rapporto sessuale – funziona sempre – un’orgia metafisica e dio padrone in latex, vuoto e eternità, eternità e vuoto, come Nyx ed Erebo, scopano sesso angosciante, miscuglio di fluidi celesti – echi whitmaniani – e insieme generano il buio più profondo, ecco il buio, si il buio… ti viene in mente quella volta in cui dicesti una cosa molto molto poetica – ne vai fiero e fai bene: una definizione di infinito? Buio!
Buio e umido, hai freddo dentro le scarpe, le orecchie, il naso, tutto il calore evapora nello sforzo di vivere vita sognata, e poi ti accorgi che il buio e il tacere non esistono, che il nulla rimarrà ignoto, che ci sarà sempre una stella ad interrompere il cielo e il vento a disturbare il silenzio. Oh, ma c’è uno specchio! Ottimo gingillo per un artista, osservi il tuo volto mutare, poi non guardi e hai paura, non sei tu ciò che vedi – ovvio è un riflesso – nausea immediata, nulla che Sartre non abbia già sperimentato.
Ecco una zanzara che ronza… rifletti sull’ipotesi di conversare con lei, certo è un’idea. Ma esiste qualcosa di più commovente che spegnere un’esistenza con due semplici mani che schioccano, con un applauso? La uccidi. Quanto eri sciocco in passato! aprivi le finestre e svolazzavi per la stanza cercando di farle scappare! Piccolo e sciocco…
Ora è tardi, presto. Sarai anche un’artista, ma fedele a te stesso. Pigro e svogliato, sintetico fino alla morte. Hai sonno, e le palpebre sono quasi incollate… prima ti chiedi dove si nasconda tutta la stanchezza del mondo, se esiste un luogo come serbatoio dove ogni cosa involontaria si deposita e resta bagaglio dell’universo. Certo, alla fine, distrutto, pensi anche a lei… ma se accade significa che qualcosa si è rotto. Sei appena tornato in te, ed esausto riesci perfino a coltivare un grammo di dolcezza. Insieme, un graffio di dolore. E’ questo il privilegio di non essere artisti.

martedì 21 aprile 2009

Tangenziale

di Nepomuceno Sadda


Dovrei essere grato alla pletora di assessori ai trasporti lombardi e alle giunte politiche varie ed eventuali che si sono succedute negli ultimi cinquant'anni. Dovrei essere riconoscente perché grazie alla loro imperizia, alle loro logiche di partito e al loro golf club del venerdì pomeriggio sono riusciti a costruire una perfetta trappola di viabilità urbana attorno al capoluogo della loro industriosa regione cosicché quasi ogni mattina, nel tragitto casa-lavoro io possa sperimentare un ampio ventaglio di emozioni.


Alle 6:15 am punto il muso fuori dal garage. L'aria è fresca, la campagna addormentata: che bucolica pace signori, che atmosfera campestre! Di slancio mi immetto sulla strada provinciale, direzione sud e sono tranquillo e assonnato. Quasi mi assale un illogica allegria, quasi che fossi Gaber. Dura poco. 6:45 am, immancabilmente, sono in colonna sulla Statale dei Giovi, altezza uscita Bovisio Masciago/Desio: paesi che mai visiterò perché sempre il loro nome sarà accompagnato nel mio cuore da un presagio funesto. Passano i primi dieci minuti, alzo il volume dell'autoradio. Arrivano le 7:15 am, mi produco in corti monologhi rivolgendomi al volante e al tachimetro fermo. Trascorre la prima ora di auto...cerco di rilassare i muscoli stendendomi lungo tutta la superficie del sedile. D'improvviso la luce: una corsia vuota, due corsie vuote, accelero, cinquanta, novanta km/h, volo, volo! Rettilineo, svincolo, immissione, tangenziale nord, fermo. Incastrato tra quattro camion, due suv e una piccola ed inerme Panda mi sento atterrito e straziato. Procedo lento, ma procedo, e ciò mi regala una parziale consolazione. Poi, una volta ancora, inopinatamente, la libertà mi si para davanti nell'immagine di una corsia sgombra, immacolata: di nuovo accelero sospinto da uno slancio vitale di proporzioni bibliche, mi sento un novello Mosé alla guida di un popolo di pendolari, avanti avanti, la tangenziale promessa si apre innanzi a noi, la Salvezza d'asfalto ci attende. Otto minuti dopo sono di nuovo in colonna, immissione tangenziale ovest, pianto e stridor di denti. Un'ora e mezza di viaggio, alla rabbia subentra la rassegnazione, il pessimismo cosmico. Comincio a formulare ipotesi sulla natura del blocco del traffico: incidente? Crollo? Cedimento strutturale di un cavalcavia? Vacca sacra sdraiata sulla terza corsia?

Avanzo con andamento lentissimo, mancano ancora 14 km all'arrivo, divento credente e chiedo l'intercezione di San Giovenale, protettore della Tangenziale e Santa Maria d'Aosta protettrice dell'uscita Assago-Famagosta.

Passano altri quindici minuti. Oramai sono in uno stato vegetativo avanzato, vengo tenuto in vita da un sondino attaccato al cambio. Il principale esponente della fazione politica a me avversa dichiara ai media che potrei comunque avere dei figli, al limite pure da lui, semmai volessi.

Poi il miracolo! I santi intercedono e nella rete di auto si aprono delle maglie. Procedo fluido, senza intoppi, ore 8:20 am sono davanti all'ufficio, giro la chiave, motore spento, poggio il piede a terra e bacio l'asfalto di Milanofiori, il luogo dove lavorano i migliori – così mi hanno fatto credere, devo pure essere motivato.

Che poi ci sarebbe voluto giusto uno sforzo, su signori, un poco di impegno. Avreste dovuto costruire nuove strade quando il territorio ancora non era congestionato da palazzi di cemento e la tracciabilità non era un rebus...una tangeziale esterna, una pedemontana, linee ferroviarie efficienti, autosilos nell'hinterland...e invece avete atteso a braccia incrociate che qualche buon scienziato inventasse l'auto volante o il teletrasporto e vi levasse così ogni cruccio.

Tutta questa attesa in colonna dà il tempo per riflettere. E capita così che, stretto tra un migliaio di auto, mi ponga le grandi domande care all'umanità tutta: perché esistiamo? Ha un fine il nostro vivere il presente? Posso costruire una teoria filosofica compiuta che mi permetta di accettare serenamente il fatto di dedicare tre ore giornaliere alla tangenziale? Perché in due milioni di anni di evoluzione siamo passati dal saltellare sui rami al nomadismo, dal nomadismo alla stanzialità, dalla stanzialità al pendolarismo? Per finire a passare in centomila nello stesso momento, ogni santo giorno nella stessa corsia di un cavalcavia a Cormano? Alcuni ci passano col suv coi cerchi da 20”, ok, ma non mi pare una giustificazione appropriata.

E tu che leggi queste frasi sofferte che fai? Ti tiri fuori? Ma lo sai che la colpa è anche tua? Dici di no, neghi? Rifletti: questa mattina, tu che sei donna, non ti sei attardata nel sistemare le scarpetta col tacco che ti si stava filando Cenerentolamente? E tu uomo non hai rallentato l'auto per valutare meglio le proporzioni delle terga della bella signorina che sostava? Hai notato che l'auto dietro di te ha dovuto frenare per questo, e quella successiva è stata fermata dal giallo improvviso di un semaforo? E non hai visto i cento che seguivano che hanno perso l'onda verde e si son trovati fermi ad ammirare la luccicante tornitura dei tombini di piazzale Maciachini? E alla moltitudine armata di volante che arrivava dal nord non ci hai pensato? Anche loro fermi, poco dopo, sull'asfalto madido di rugiada della Brianza più grigia. E venti km più su, alla fine dell'interminabile plotone di auto non hai considerato il sottoscritto - me misero, me tapino – che, chinato il capo, si preparava all'ennesimo tormentone di freno e frizione?

Ecco, brava/o egoista che non sei altro, pentiti.

Ma soprattutto espiate il vostro peccato politicanti vari: vi voglio vedere in tuta catarifrangente a scavare linee della metro e ad erigere piloni per viadotti. E allora sì, mentre sfilerò su una luccicante nuovissima tangenziale esterna a cento km/h e vi vedrò sgobbare sotto un sole implacabile, allora sì che riderò io.


Con immutata stima,

Nepomuceno Sadda