Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

martedì 20 ottobre 2009

Mattino in famiglia - seconda parte

di Norberto Giffuri
Il lampadario oscilla leggermente se lo si fissa a lungo. Per quanto mi professi agnostico devo pur sempre fare i conti con i riflussi dell'educazione cristiana che le istituzioni e la mia famiglia -seppur blandamente – mi impartirono nel limbo informe dell'infanzia. Questo sottobosco religioso ha resistito al machete dell'esistenzialismo, alla disillusione della maturità. Così succede che per me la domenica si accompagni al riposo e al ristoro. Lasciamo perdere la fisiologica necessità di fermarsi un giorno su sette. Nei lunghi anni dell'università ero SEMPRE fermo e grondante di tempo libero. Ciononostante passavo domeniche oziose e contemplative tra il divano e il pc. Arrivavo perfino a declinare inviti per aperitivi e altre amenità socio-relazionali preferendo la dilatazione temporale di un pomeriggio trascorso in solitudine - unica eccezione contemplata la compagnia del sonno o quella di mia madre intenta nelle sue faccende domestiche.
I minuti passano, segnati dal pulsare ritmico all'interno del cranio.

Squilla il cordless.
“Pronto”
“Signor Norberto?”
“Sì”
“Sono Elena, di Mattino in famiglia, ci siamo sentiti poco fa. Complimenti, la sua domanda è stata selezionata, resti in linea e fra pochi minuti potrà parlare con l'avvocato Sacchi”
“Ehm sì, grazie, mille grazie.”
Di nuovo i Beatles. Mi concentro sul video. Il presentatore mendace guida il cambio di scena. La bella, lo pseudo-sapiente, il reduce e l'ex spariscono, spero per sempre. Una carrellata introduce un finto salotto, finto il fuoco finto, le poltrone, il tappeto, il tavolino di cristallo. Pare finto pure il viso leguleio di Sacchi. Eccoti Sacchi, ma quella cravatta verde l'hai ponderata? Se sì, ti serve un corso rapido di teoria dei colori.
“Ed eccoci all'appuntamento con il diritto. Buongiorno Avvocato, come sta? Pronto per le domande dei nostri ascoltatori?”
“Come sempre.
“Non perdiamo tempo dunque. Via alla prima telefonata.”
I Beatles tacciono. Poi in contemporanea, da cornetta e tv: “Buongiorno, con chi parlo?”
Deciso, “Norberto. Sono Norberto”
“Ah, buongiorno, da dove chiama?”
“Dal mio divano.”
“Ah Ah -risata falsa- che simpatia il nostro Norberto...da dove chiama?”
“No senta, ho appena risposto...e comunque non ho chiamato per fare conversazione sulla geografia di questo paese.”
Con imbarazzo, cercando di limitare i danni, “Ah ah, vedo che ha fretta di parlare con l'avvocato..dica, esponga pure!”
“Guardi, in verità devo fare una richiesta ma non direttamente all'avvocato...è una richiesta generale, se così si può dire...”
Accigliato, “Scusi?”
“Sarò breve: è domenica mattina, mi sto deprimendo misuratamente, ho mal di testa e il telecomando è abbandonato ad una distanza superiore a quella del mio braccio. Ho le ossa indolenzite, non ho voglia di alzarmi e mia madre si è dileguata. La richiesta: essendo un vostro spettatore voi in un certo qual modo siete miei debitori: di attenzione, tempo e pazienza. Considerate le ragioni addotte vi chiedo di interrompere le trasmissioni per quindici minuti circa, una pausa necessaria affinché io prenda nuovamente sonno. Niente musiche rilassanti, né immagini da intervallo...uno schermo nero, oppure quel disco policromo vattelapesca e...mi raccomando silenzio, assoluto silenzio. Grazie. ”

Dieci minuti dopo di fronte al disco variopinto, nella pace serenissima, finalmente, chiudevo gli occhi.
Fine

lunedì 19 ottobre 2009

Mattino in famiglia - prima parte

di Norberto Giffuri
Mattinata di domenica, nella casa dei miei genitori, indolente, roso dall'emicrania, giaccio supino sul divano del salotto. Uno scampolo di cielo relegato nel contorno della porta-finestra, appare denso, lontano. Il corridoio convoglia uno spiffero d'aria freddo giusto nella nudità dei miei piedi. Chiudo le dita a riccio e cerco conforto tra le pieghe del divano. Sono troppo annoiato per dilungarmi nel procacciare una coperta, troppo falsamente stanco per spegnere il vociare atono ed irritante della tv, lasciata accesa da qualcuno sul secondo canale. Del telecomando non v'è traccia.

“Maaaa! Mamma?”
Si perde il grido tra la carta da parati e un Monet replicante inchiodato al muro.

La spossatezza e il mal di testa non sono frutto di un sabato notte burrascoso e smodato, non sono il risultato di una baldanza alcolica: arrivano dal nulla di una serata passata a stemperare sentimento e curiosità tra le pagine di un browser. La consapevolezza di subire una punizione ingiusta non fa che corroborare il disagio. Mi ritrovo a fissare la televisione in perfetto stato catatonico. Sullo schermo dei personaggi dai volti lucidi ciarlano seduti nel mezzo di uno studio fin troppo colorato. C'è il presentatore dal sorriso insincero, la soubrette inutile e bellissima, il tuttologo, il reduce del reality, l'ex sportivo belloccio: ci sono tutti, tutti.
“Ma tu credi che lei stia giocando con Sergio? Pensi che il loro rapporto sia uno stratagemma televisivo, un modo per guadagnare attenzioni?”
“Io non la conosco e non la voglio giudicare...”
“Ma se nelle due settimane passate insieme le hai sempre parlato alle spalle!”
“Ma che dici, taci! Da che pulpito!”
Il pubblico si agita, il presentatore smorza i toni. La discussione continua.
In sovraimpressione scorre una scritta gialla: “Vuoi fare una domanda al nostro avvocato? Chiama lo 02392820900”. Eccolo il telecomando! All’estremo angolo del tavolo tondo di noce, poggiato in bilico con un lato tutto sporgente. È decisamente fuori dalle mie possibilità estensorie. Forse un braccio come quello di Shaquille O’Neal, sicuramente un allungo di Plastic Man, basterebbero a ghermire il controllore remoto... “Vuoi fare una domanda al nostro avvocato? Chiama lo 02392820900” ...indiscutibilmente remoto, insomma, l’aggeggio è fuori dal mio universo fenomenico, relegato nell’altrove, inarrivabile come una galassia distante un miliardo di parsec o come Megan Fox. “Vuoi fare una domanda al nostro avvocato? Chiama lo 02392820900”.
Afferro il cordless dal tavolino basso - l'unico oggetto alla mia portata -. Chiamo lo 02392820900.
Squilla. Prendo la linea: messaggio preregistrato. Attendo. Parte Let it be. I Beatles regnano nei centralini di tutto il globo. Whisper words of wisdom.

Mattino in famiglia, buongiorno, con chi parlo?”
“Sono in diretta?”
“No.” Risata femminile. “Sono una centralinista. Come si chiama?”
“Giffuri, Giffuri Norberto.” (Bond, James Bond)
“Buongiorno signor Norberto, ha chiamato per fare una domanda al nostro avvocato?”
“Ehm, sì certo, naturalmente.”
“La diretta con l’avvocato inizierà fra trenta minuti circa. Nel frattempo mi può riassumere brevemente cosa ha intenzione di chiedere? Valuteremo la sua domanda e se sarà scelto la richiameremo a breve.”
“Bene, guardi, è una questione di diritto informatico. Sono il titolare di un esercizio commerciale, una tavola calda di fronte ad una università, e vorrei fornire il servizio di navigazione internet wi-fi a tutti i miei clienti. Mi sono informato e mi hanno riferito che non in Italia non è possibile fornire un servizio di questo tipo in quanto se un utente dovesse usare la connessione internet a scopo fraudolento sarei io ad essere perseguibile legalmente. Vorrei chiedere all’avvocato se questo corrisponde a verità e come posso fare altrimenti.”
“Ok, grazie, si tratta di una iniziativa lodevole e la ritengo una domanda interessante. Se sarà selezionato la richiameremo fra pochi minuti.”
“Grazie allora.”
“Grazie a lei, arrivederci.”
(continua...)

martedì 13 ottobre 2009

Ingenui profeti del nulla?

Luigi Sampietro, critico letterario de "Il Sole 24 Ore", il 13 settembre scriveva un articolo in cui cercava (per l'ennesima volta) di smitizzare gli idoli della cultura beat. Nello specifico:

"Ma mentre in America i beat sono passati e tornati di moda più di una volta, in Italia si direbbe che si sono italianizzati. [...]Classici senza esserlo per niente. [...]Nel rivolgere un rispettoso pensiero al ricordo della Nanda Pivano che il loro mito ha mantenuto in vita con il proprio respiro, ci permettiamo di dire [...] che è venuto il momento di tornare a leggere i poeti veri."

Come diceva mia nonna, colonna del Marcantonio Colonna (storico liceo di Roma, era una professoressa di lettere), anche lei scomparsa nell'anno della Pivano: apriti cielo. La settimana seguente un lettore interessato protesta e chiede conto di codeste affermazioni.
Qui riportiamo la polemica che ci ricorda tanto le belle querelle di una volta tra Neoclassici e Romantici, Impressionisti e Modernisti, Riveristi e Mazzolisti.


Caro Sampietro, confesso di essere rimasto molto stupito nel leggere il suo articolo Crepuscolo degli idoli, per diversi motivi. Intanto perché sostiene che i poeti e gli scrittori beat siano trattati come dei classici in Italia, ma io la sfido a trovare dei licei il cui programma di letteratura preveda il loro studio, così come sono pochissimi i corsi universitari nelle Facoltà italiane di Lettere ad interessarsene. Un secondo motivo che mi lascia perplesso è la mancanza di argomentazione ad accompagnare le sue affermazioni quando scrive che sono sopravvalutati e che bisognerebbe tornare ai “veri” poeti. E chi sarebbero i veri poeti? Che cosa li rende tali?
Io credo che la poesia si fondi sulla ricerca della bellezza nelle sue forme più diverse e credo che la poesia beat (e la scrittura beat in generale) sia stata prodotta da persone animate da questo spirito, seppur con mezzi molto lontani dall’abusato lirismo nostrano.
Sono convinto che la grandezza di quegli uomini sia stata proprio il cercare la bellezza per strade lontane da quelle normalmente battute dai “classici” poeti. Hanno avuto il coraggio di uscire dai percorsi panoramici della lirica e di avventurarsi “in strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”, a raccontare vite sull’orlo del baratro e a estrarne la bellezza della disperazione. Ci hanno insegnato che la letteratura non è solo il viaggio mentale di un intellettuale inetto e stereotipato ma che la scrittura può nascere sulla strada, ed essere ugualmente bella.
Certo, sono d’accordo che la loro vita in ultima istanza è stata un vicolo cieco, un percorso impossibile da continuare al di fuori del loro contesto, se non pagando il prezzo del ridicolo. Ma questo non vuol dire che la loro opera esplorativa sia stata inutile e sopravvalutata; al contrario la loro opera è forse, almeno dal mio punto di vista, la massima espressione letteraria di quella precisa epoca e di quel luogo che era l’America di allora. Grazie. (Giovanni Scavino)


* * *


A mio parere, caro signor Savino, il suo stupore è la prova indiretta che i nostri beat, in prosa e in versi, sono stati imbullonati a un basamento in pietra, neanche si trattasse di tanti piccoli Garibaldi a cavallo. Sono stati importanti, come no? Ma non è parlarne male se dico che non sono granchè come scrittori. Sono stati oggetto di periodici revival in tutto il mondo, ma da noi, come ho scritto, sono diventati “di ruolo”. […] Il fatto è che quando si nomina la poesia americana, sembra quasi che non ci sia altro. O che, comunque, si tratti di giganti. E così non è.
I beat hanno aperto la strada a un cambiamento epocale nella storia del costume, e sono un “mito”, sissignore, ma non sono un mito letterario, anche se i giornali hanno continuato a parlarne come fossero dei classici. Lei, caro Savino, mi chiede giustamente quali sono i poeti americani che sarebbe stato meglio leggere. Al loro livello, millanta che tutta la notte canta. Meglio di loro, per limitarci ai coetanei, ne cito solo quattro: Elizabeth Bishop, Robert Lowell, Richard Wilbur e A. R. Ammons. Non ho lo spazio per dire perché lo siano, e me ne scuso, ma la invito a riflettere sul fatto che due giganti fuori discussione come W. H. Auden e Robert Frost siano, da noi, di gran lunga meno noti dei signori beat.
Non bisogna confondere la bravura, che è un fatto tecnico, con l’importanza di uno scrittore.
I beat hanno segnato un’epoca, così come da noi, tanto tempo fa, il sullodato Garibaldi e il suo di lei quasi concittadino Silvio Pellico. Ma per l’uno e per l’altro – il Garibaldi autore di un romanzo-strazio come Clelia e il Pellico della Francesca da Rimini (un drammone che è comunque assai meglio dell’opera del Generale) – non è detto che si debba trovare il tempo per leggerli. L’importanza di quei due signori esula dalla letteratura.
Ora, lasciando da parte la letteratura (che è il loro punto debole), penso che i beat siano stati oltretutto dei cattivi maestri: non nel senso in cui lo sono grandi artisti come Neruda (stalinista), Pound (fascista) o Céline (antisemita), ma perché furono gli ingenui profeti del nulla. Kerouac si mise sulla strada, come un picaro, alla ricerca di sensazioni; e Ginsberg, con la scusa che il mondo era “fuori di sesto”, cominciò col tessere l’elogio della follia – quella vera – per passare più tardi a sostenere altre forme (stupefacenti) di “beatitudine”.
L’uno e l’altro indicarono nella trasgressione la via maestra verso la libertà assoluta – qui e anche altrove, nel mondo e nel cosmo – e sono stati, proprio per questo, cattivi maestri. Perpetui adolescenti. La trasgressione eretta a modus vivendi altro non è, infatti, che una forma di dipendenza da un’autorità – un ostacolo, un muro – cui appoggiarsi per reggersi in piedi. Altra cosa è la libertà, che non è mai tale se non è concepita come pura e semplice responsabilità.
(Luigi Sampietro)

Foto: "Ode to Jack Kerouac" trovata su Flickr. ©
Olivander.

E tu che ne pensi, lettore? Scrivici.

giovedì 24 settembre 2009

Dal monolocale (secondo movimento)

di Norberto Giffuri

Sopra la città spoglia
Delle voci, dei gesti umani
Agosto si para innanzi
Immenso
Vuoto.

In questo spazio nudo
Non trova il mio pensiero
Un viso amico
Una sonata concertata
Una pellicola
Una vaghezza
Dove posarsi e sublimare.

Dunque fa la spola
Tra la coscienza e il cuscino
Sopra la citta muta
Si veste d’abitudine.

sabato 19 settembre 2009

Un amore en passant - seconda parte

di Ezechiele Lupo


Proprio in quel momento iniziò a nevicare di nuovo. I fiocchi erano grossi e asciutti: avrebbe attecchito in fretta. Si voltò a guardar fuori. Un ragazzo alto in giacca sportiva entrò nel caffè, vedendola seduta in fondo si avvicinò e si sedette di fronte. Lei sorrise ed entrambi si sporsero per baciarsi. Lui si tolse la giacca e le chiese:
“Cosa hai preso?”
“Un cappuccino.”
“Con la cannella…” chiese lui senza chiedere.
“Si.” Annuì lei.
Lui replicò:
“Ottimo…”
“Lo so, lo so…” Disse a bassa voce lei che continuò:
“Che prendi?”
Arrivò il cameriere con il cappuccino ed il conto. Poi si voltò verso di lui e chiese:
“Cosa le porto?”
“Un caffè macchiato, per piacere.”
Lei sorseggiò piano il cappuccino e lo ripose sul piattino bianco. Lui la guardò e le disse:
“Un’ora da cappuccino, il tramonto.”
Lei si passò la lingua sul labbro e chiese: “Ora?”
Lui annuì con la testa e aggiunse: “Hai visto che freddo! Incredibile. Poi andare in giro in macchina è un suicidio.”
Lei annuì e disse: “Sì è vero fa molto freddo. C’è molto traffico in centro, ho visto.”
Bevve un altro sorso e posò la tazza sul tavolo. Lui guardò fuori dalla vetrina, poi guardò lei:
“Tutto bene oggi? Come è andata?”
“Sì tutto bene. A te come è andata?” rispose lei.
Arrivò il cameriere con il caffè. “Grazie.” Disse lui. Bevve il caffè mentre lei attaccava il cappuccino. Poi lui rispose: “Normale, niente di particolare.”
Lei guardò fuori dalla finestra. Finì il cappuccino e disse:
“C’è Renoir, ti piace vero? Vuoi venire a vederlo, un giorno?”
Lui ci pensò un attimo, poi aggiunse: “Ma… non lo so devo vedere se ce la faccio.”
E abbassò la testa. L’uomo con il giornale si alzò dal tavolo, andò a pagare e uscì. Lei lo vide dalla vetrina passare col giornale sulla testa per ripararsi dalla neve. Il ragazzo la guardò, si diede coraggio e chiese a bassa voce: “Questo clima mi ricorda di quando siamo andati a Stoccolma.”
Lei abbassò la testa.
Poi rispose sospirando quasi seccata:
“Si lo ricordo. Sei sempre peggio secondo me…”
Lui abbassò gli occhi. Poi rispose sospirando:
“Era il momento migliore per te, e il peggiore per me. Andavamo come il telefono duplex. Ma tu non l’hai mai capito.“
Lei fece cenno di no con la testa.
“Il duplex? Nel senso che facevamo un po’ a testa ad offenderci. Perché di comunicare non se ne parlava proprio. Ora è diverso, ce ne rendiamo conto tutti e due. Quando tu mi guardi chissà che pensi di me… chissà io perché non ti perdono più.” Disse lei. Poi fece una pausa ma subito aggiunse come per un bisogno impellente pur tuttavia meccanico, una necessità meccanica di spontaneismo:
“Ma magari è ancora presto: pensa che bello sarebbe poter uscire insieme altre volte, rassegnarci a dover stare insieme per la vita. Sì, perché no?” Lei sorrise.
Lui si appoggiò allo schienale della panca, la guardò e rispose:
“Perché dipende da te. E tu sei insanabile. E io un bugiardo.”
Lei fece silenzio: ormai era quasi ora di cena. Lui prese il giubbotto e se lo mise. Lei lo guardava senza aprire bocca. Poi quando fu pronto: “Va bene allora io vado.”
Lei fece cenno sì. Ma lui si risedette e disse: “Ma, dico io: un po’ di coraggio, un po’ di ambizione ci vorrebbe. Il nostro problema è che siamo due persone vanagloriose, ma senza ambizione. Nulla ci vieta di andare avanti ad ignorarci. Ma tant’è: siamo qua e infatti io me ne vado, e tu non dici nulla.”
Lei alzò gli occhi per guardarlo: “Non vedi come tutto è uno sforzo per capire e comprendere. Non è forse meglio lasciarsi tentare da cose più semplici: non è detto che la complicità si ottenga sempre ad alti livelli. E’ più spontaneo il mio rapporto con un libro, che, vuoi o non vuoi, non ti parla, non ti dice nulla, salvo stupidate. Il raggiungimento di un equilibrio al massimo grado dell’amore non ci è riuscito: proviamoci al minimo. Un amore en passant ricco di vita e povero di qualsiasi cosa ci accomuni.” Concluse lei.
“Ti ho vista spergiurare che mi avresti seguita.” Lui la fissò come se già stesse pensando ad altro, ma non era per nulla vero: lui era concentrato su quello che diceva.
Lei abbassò la testa.
“Non lo so davvero: forse è meglio se vai.” Disse lei guardandosi la mano destra.
Lui si alzò e disse:
“Dicevo… stai attenta a te.”
Così uscì dal locale. Si alzò il cappuccio e passò di fianco alla vetrina.
Giunse il cameriere e le chiese a bassa voce: “Desidera qualcos’altro, signorina?” Lei lo guardò: “No grazie ora vado.” Mentre prendeva le sue cose e si vestiva il cameriere tornò da lei e le disse: “Mi scusi, ma il suo amico non ha pagato il caffè, forse si è dimenticato…” Il cameriere si interruppe imbarazzato. Lei sorrise sotto la sciarpa e lo rassicurò:
“Ok non c’è problema lo pago io.”
La accompagnò alla cassa e lei pagò il caffè. Smise di nevicare proprio nel momento in cui stava uscendo. Voltò a destra, i lampioni erano colmi di neve e gli alberi parevano zucchero filato. Mentre tornava a casa pensava che fosse comunque semplice innamorarsi di lei.
Fine

Foto: "Stockholm Pink Subway" Stockholm 2006 © Ezechiele Lupo

venerdì 18 settembre 2009

Un amore en passant - prima parte

di Ezechiele Lupo


Usciva solitaria. Dalla porta dell’aula 110 un vociare di gente e gentaglia. Voleva andarsene: e non è che non lo fece. Voltò a destra proprio mentre nel corridoio giungeva un docente. Un ragazzo che conosceva stava bevendo ad una fontanella. Lo salutò con un gesto della mano ed un sorriso, quello la vide, alzò gli occhi: lei era già oltre. C’era una piccola bacheca a metà del corridoio dell’ala Nord dell’edificio: era di sughero con una cornice di vetro. Senza fermarsi diede un’occhiata ai foglietti appesi: uno azzurro, un manifesto che ricordava ai maschi il rinvio agli obblighi di leva, uno rosa della solita che si offriva di dare ripetizioni di matematica. Nient’altro di importante. Sulle scale c’erano due ragazze, fumavano una sigaretta e parlavano a bassa voce, sedute sull’ultimo gradino. Le salutò con un sorriso facendosi largo tra le loro gambe accavallate. Una delle due soffiò fumo dalle labbra socchiuse. Lei si voltò tenendosi al corrimano e sorrise di nuovo. Tornarono a parlare tra di loro e a gettare cumuli di cenere in un bicchiere di carta. Al piano terra un capannello di studenti scrutava un libro aperto ai piedi di una grande statua di marmo. Lei passò oltre. Vicino all’aula 90 c’era la macchinetta del caffè. Vi si avvicinò fermandosi davanti: si fissarono, lei e i tasti per la selezione della bevanda, poi andò via senza prendere niente. In guardiola il custode osservava il monitor che proponeva le immagini del lato Sud del chiostro. Sentì dei passi avvicinarsi e si volse verso il vetro. Lei passò e salutò con la mano. Il portiere ricambiò dicendo: “Salve signorina.” Stava sempre a fissare quel monitor anche durante la contestazione di qualche mese prima, quella in cui uno studente di un certo collettivo aveva spaccato l’asse di un’impalcatura. Il custode aveva solo sussurrato allo schermo: “Falliti…”
Uscì dalla porticina aperta sul lato del portone.
Era fuori con l’aria immobile e gelida. Dopo pochi passi le guance le diventarono rosee e fredde.
Cominciò a camminare lungo la via costeggiando l’edificio. Era bella. Si stringeva nella sua giacca di velluto bordeaux con i polsini di pelliccia, aveva una sciarpona marrone scuro che la imbacuccava ben bene fin quasi alla piccola bocca rosata; calzava degli stivaletti con poco tacco, indossava collant nere molto pesanti e una gonnellina che le lasciava scoperte la metà delle magre cosce; i capelli erano biondi e raccolti un cappello rossastro, in perfetto coordinato con dei guanti sottili di velluto. Sulle spalle uno zaino di pelle marrone con pochi libri e un quaderno.
I lineamenti del viso delicati e resi ancor più fragili dal pallore nel quale si distinguevano le guance rese rosee dal freddo, un nasino e degli occhi color nocciola. Il marciapiede era coperto di neve e le orme dei molti passanti affondavano nella coltre per molti centimetri. In fondo alla strada una coda di auto col tetto innevato era immobile al semaforo. C’era molto traffico a quell’ora. Un’anziana coppia stava ferma sul ciglio della strada: lui con un cappello nero e un cappotto lungo fino ai piedi, lei, sottobraccio, era immobile nella sua pelliccia di visone.
Ora che le nubi si erano diradate la luna piena si rifletteva in una vetrina di un negozio di scarpe. Lei si fermò a guardare, mentre all’interno una ragazza faceva provare dei mocassini ad un signore vestito bene: la moglie in piedi lo guardava.
Lei sentiva i clacson delle auto e si voltava senza fermarsi mai. Ad un semaforo un uomo le chiese l’ora; lei alzò il polsino della manica e gli mostrò il quadrante; lui la ringrazio e lei ricambiò con un sorriso. Attraversata la strada entrò in un caffè d’angolo con tre vetrine e molti tavoli con delle panche. Si diresse ad un tavolo vuoto e si sedette nel posto addossato alla vetrina. Negli altri tavoli: tre ragazzi bevevano caffè e parlavano, uno di loro fumava una sigaretta, un anziano signore leggeva un giornale e fumava una pipa, una coppia matura beveva un te e nel tavolo di fianco al suo, un ragazzo leggeva un libro di filosofia con tanto di tazzina da caffè vuota. Lei guardava fuori dalla vetrina poggiando il mento sul palmo della mano sinistra: i tetti delle case erano innevati, come i marciapiedi, le ringhiere dei balconi e i tetti delle macchine. Tutta quella neve con il gelo della notte sarebbe ghiacciata. Poi sentì giungere il cameriere e si voltò.
“Cosa le porto?”, diede un' occhiata alla lista che aveva sotto il gomito e disse:
“Un cappuccino per favore.”
“Con cacao o cannella?”
“Cannella.”

(continua...)
Foto: "Le Loir Dans la Théière". Paris 2008 © Ezechiele Lupo

mercoledì 9 settembre 2009

Capitalismo decaffeinato

di Norberto Giffuri

Ieri sera, mentre affrontavo una birra e un kebap in un centro commerciale della bassa milanese osservando il materiale umano eretto in fronte al bancone di un bar, mi è tornata alla mente una vecchia pubblicità della Hag, quella in cui uno scrittore si alza nella notte colto da fulminea ispirazione e prima di accingersi alla tastiera si prepara un fumante caffè dal sapore letterario. Ora, non chiedetemi perché l'associazione centro commerciale-kebap-uomini-bar mi abbia fatto pensare alla Hag. La questione è un'altra.

Quella pubblicità era la perfetta rappresentazione del mio futuro idealizzato. Quarantanni, brizzolato, piacente, scrittore, single per scelta pervicamente conteso da giovani donne interessate a fruire in un sol colpo cultura e lussuria, teoria e pratica, scritto e orale: insomma così mi son sempre sognato. Ritrovarsi poi, prima ancora dei trenta, su una traiettoria divergente da quella tanto agognata non toglie valore agli splendidi momenti vissuti decantando col pensiero quella pubblicità. Per una volta: grazie capitalismo, grazie occidente, grazie Hag.


Ora mi faccio un caffé. Ovviamente non un Hag. Odio il decaffeinato.

Foto: Tazzina da caffè di Ezechiele Lupo. Caffè bevuto dalla madre di Ezechiele Lupo. Foto scattata da Ezechiele Lupo. Ma tre quarti di limone incombono...

giovedì 3 settembre 2009

Keith Gessen - Tutti gli intellettuali giovani e tristi

di Ezechiele Lupo



Tutti gli intellettuali giovani e tristi, (titolo originale: All the sad young literary men) è il nuovo, nonché primo, romanzo di Keith Gessen, intellettuale, non più tanto giovane, di origini russe-ebraiche, notista politico e letterario per varie riviste liberal americane, una su tutte il leggendario “New Yorker”. Gessen è anche cofondatore di “n+1”, insieme a Mark Greif, testa pensante passato con disinvoltura da Harvard a Yale.
E sta tutto qua il senso di un libro come questo: un intellettuale di successo, gratificato dal proprio lavoro ed in bilico sul filo di lana di un paese che cambia ogni giorno, l’America di Obama, ripensa ai dieci anni terribili che hanno flagellato la più grande democrazia del mondo, e che stavano per tagliare una generazione di uomini d’oro della cultura e del ragionamento.
Questo è il senso: una rivincita dell’intellettuale, del suo ruolo all’interno della società, della sua voce, che finalmente (il libro ha suscitato un fervente dibattito oltre oceano) è tornata a dettare la legge del buon senso. Ma è anche l’ammissione di una sconfitta. Gessen ci dice che in questi dieci anni, dal declino Clinton, passando per la tragedia Bush, fino alla rinascita targata Obama, i giovani intellettuali erano tristi. Tristi e soli.
L’unica cosa che hanno saputo fare, questi uomini da pieni voti ad Harvard, da dottorati di ricerca illuminanti, è stata ripiegarsi su se stessi, grattare il fondo delle proprie emozioni. Hanno smesso di guardare alla società, di gridare il dissenso, e hanno cominciato a deprimersi, sopraffatti dalle loro incertezze sentimentali, dai loro fallimenti amorosi, chiudendosi in biblioteca a fingere di lavorare a tesi complicate ed infinite, rimandando sempre il confronto con la vita al di fuori, con quella società che ha voltato loro le spalle, dandosi in pasto alla smania di sangue ed ignoranza dei Repubblicani.
Bel coraggio quindi hanno mostrato i vari Sam, Mark e Keith, (quest’ultimo omonimo dell'autore, ma non più autobiografico di altri), personaggi delle tre storie raccontate dal narratore. Tutti e tre scelgono, consapevolmente od inconsapevolmente, di fuggire. Sam cerca di scrivere “il grande romanzo sionista”, ma non ci riesce perché è troppo poco sionista, e quando va in Israele, non per conoscere la situazione dei Territori, non per guardare “fuori” ma per cercare “dentro” di sé, si accorge di non esserlo per niente. E Mark? Otto anni a Syracuse, cittadina universitaria alcolica e profonda dell’East Coast, chiuso in dipartimento di Storia a scrivere una tesi di dottorando sulla Rivoluzione Russa, ma che preferisce indulgere nel porno sul web e in tre o quattro ragazze alle quali non è capace di donarsi mai completamente. Keith, il cui unico slancio contro la Bush-ocrazia è stato spaccare la tv dopo il risultato della Florida nel 2000, che consegnò il paese nelle mani del meno intellettuale degli americani.
Tutti e tre a caccia di un disperato equilibrio, in fuga da una società sulla quale non incidono, che li rende tristi. Battono in ritirata e falliscono miseramente: gli intellettuali non sanno amare perché non è quello il loro compito. Le storie d’amore dei tre personaggi, talmente simili tra loro da renderne superflua la distinzione, tanto che Gessen sembra non curarsi davvero della coesione narrativa, ma preferisce la frammentarietà ricomposta di stralci di racconto; le storie d’amore, dicevamo, sono fallimenti frustranti, grumi emozionali attraverso cui la mente dell’intellettuale si perde, e la razionalità, la matematica tipica del ragionamento politico e letterario deflagra.
I personaggi di Gessen non sanno amare perché non sanno vincere, e non sanno vincere perché pretendono di applicare teorie politiche e letterarie, buone per la società che li ha rifiutati e nella quale loro non confidano, ai sentimenti. I giovani e tristi intellettuali scelgono di perdere su tutti i fronti: pubblico e privato. Ma per fortuna c’è un “ma”. There’s always a “but”, diceva qualcuno.
Sam, Mark e Keith sono giovani: hanno tempo. E il tempo ha portato Barack Obama e una sorta di palingenesi civile e letteraria. Ora la scrittura ha un senso, si può tornare a raccontare, ad immaginare modelli di società, e anche nella fiction sarà possibile costruire i mondi possibili, i sentieri incrociati dei giovani e tristi intellettuali.
Il libro si chiude con l’immagine di Keith che corre su per le scale di un appartamento di New York: corre incontro al futuro.


Keith Gessen, Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Einaudi, Torino, 2009, p. 260, euro 20,00.