Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

domenica 14 gennaio 2007

Alla piccola isola

di Ezechiele Lupo

Sì, insomma, cinquantacinque euro a persona sono tanti forse troppi...bhè è un giro di trenta minuti, sì sì ho capito...mah veda lei...siamo due...il ritorno alle diciotto, l'ultima?...certo...va bene...grazie...grazie arrivederci...molo "L'aragostina" arrivederci.
Centodieci euro per festeggiare il compleanno su un isolotto dell'arcipelago in un parco naturale protetto. Andata e ritorno, partenza alle dieci e trenta e ritorno con l'ultima corsa delle diciotto.
L'isola era bellissima e disabitata. Poco più di un chilometro di diametro. Al centro, sulla sommità di un pendio pietroso, un piccolo cimitero. L'estremo approdo di un veliero del 15° secolo: dicevano inaffondabile, un Titanic ante-litteram che infatti come questo si comportò lacerandosi contro l'isola: immenso iceberg caldo, nero, ma di pietra bianca, il quale, se solo fosse stato illuminato allora, non ospiterebbe, oggi, ignoti, immobili e freddi inquilini.
Curiosamente tutti i giorni approdano sull'isola nuovi uomini e donne ignari, i più, persino dell'esistenza del campo santo. Forse in quel piccolo recinto ricco di anonime lapidi muschiate, riposano parenti alla lontana di chi, giunto da turista, ha percorso la rotta dell'avo meno fortunato. Dopo qualche tuffo e un po' di sole i turisti se ne vanno tutti. Non sappiamo se gli abitanti dell'isola li possano vedere, né se riconoscano eventuali nipoti qualora vi fossero. Ma vorrebbero che qualcuno desse loro un nome, magari uno qualsiasi: Sì tu mi sembri robusto in forze, bello com'ero io proprio prima di schiantarmi sulla riva, non sei un mio discendente, ma dimmi, ti prego, come ti chiami, così mi chiamerò come te, un nome vale l'altro, ogni parola è uguale all'altra, ma l'assenza di parola è il niente: dammi il tuo cognome fammi esistere almeno ora che sono morto.
Le guide imponevano la visita dell'isola, anche gli amici la consigliavano: tappa obbligata della vacanza. Lei voleva andarci per il compleanno, e lui avrebbe fatto qualsiasi cosa. Solo per vederla sorridere, solo per sentirsi meglio, solo per i suoi baci, le mani sul suo viso, i suoi abbracci, il corpo di lei contro il suo. Desiderava essere lo strumento per raggiungere ogni desiderio, voleva sempre fare qualcosa che la rendesse talmente felice da annichilirla, da non farle desiderare nient’altro che sentirsi così insieme a lui, per mano o magari sdraiati, o solo vicini. Sulla barca a motore che strepitava sulle onde, gli schizzi del mare li bagnavano a sprazzi. La forma degli occhi di lei era unica: sottile, obliqua quasi orientale ma tenacemente mediterranea. I grandi occhiali da sole di lui li proteggevano dal sale e dal calore del sole luccicante di riflessi. Amava vederla portare cose sue, lo faceva sentire apprezzato e a suo agio: era la sicurezza degli oggetti. Ogni tanto le cingeva la vita col braccio; non poteva trattenersi, a volte, da stringerla a sé.
L'acqua sulla riva era trasparente e i sassi bianchi e levigati reggevano il peso di millenni di sciabordii sempre uguali, un andare e venire di molecole di idrogeno ed ossigeno che si scontravano e frizionavano con altre molecole di litio e carbonio, si scambiavano, si rincorrevano, facevano il girotondo degli elementi.
Erano abbracciati in acqua, lui cercava di nascondere contro il corpo di lei l'imbarazzo di cui lei stessa capiva di essere la causa: chissà forse se ne inorgogliva. Non si può mai sapere cosa pensi davvero riguardo le manifestazioni del sesso.
Le mani di lui talvolta scivolavano verso rotondità tornite, in fondo al pronunciato e vellutato arco dorsale, e si insinuavano sotto l'esile stoffa idrorepellente bianca con piccole rifiniture rosa. Subito lei sollevava il viso dall'incavo della spalla di lui, e guardandolo chiamava il suo nome: quanta importanza aveva in realtà quel nome. Detto da lei con quel tono, in quel momento e nei milioni di istanti uguali che vivrebbe, ha vissuto, forse vivrà. Come assuma l'inevitabilità della sentenza estrema, della pesantezza del definito che esce di colpo dal corso dell'indefinito; il suo nome detto da lei balzava dal torrente sempre uguale delle parole, si distingueva, non era più parola qualsiasi ma era tutte le parole, tutti i nomi. Lì nel suo nome, pescato unicamente da lei, con banalità, nel turbine dei discorsi dell'umanità. Ora tutti i naufraghi del 15° secolo, in pena nel loro non potersi chiamare, non poter esistere nemmeno nella morte, vorrebbero essere nominati così da lei.
Ma solo lui. Solo lui sfiora le sue labbra mentre escono dall'acqua, mentre ridono sulle rocce, mentre lei legge un libro, mentre corrono alla barca del ritorno, mentre si coprono con un asciugamano, mentre aprono la cerniera della tenda e si sdraiano. Lui sempre le sfiorerà le labbra, lei sempre estrarrà il suo nome salvandolo dall'infinità dei discorsi: nell'infinità dei luoghi, dei tempi e degli amori.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

All'inizio piano, prosaico, colloquiale, fa poi da contraltare una prosa di andamento un po' trasognato, incantato, più poetico carico di artifizi linguistici contrapposti nell'intento di fornire un ensamble di efficacia e di sicuro interesse (perché mai quel "ma" in funzione avversativa fra "orientale" e "mediterraneo", se i due lemmi potrebbero definirsi quasi complementari?). Non avverto una mano sicura, quanto un pencolare fra vari linguaggi. Forse è voluto; forse non è un male; però mi sarebbe piaciuta una maggiore uniformità.
cydonium

Beatrice ha detto...

A me è piaciuto. Non ho gli strumenti per lanciarmi in un acritica letteraria adeguata. Posso solo dire che all'indefinitezza iniziale ("dove vuole andare a parare l'autore?") si sostituisce con intensità progressiva una possibilità di immedesimazione del lettore. Poco nitido, è vero, ma trattandosi di un ricordo...

Beatrice

Anonimo ha detto...

Fa male tanto è (stato) bello..tutti gli intenti dell'autore sono stati raggiunti. Invidio la Lei del racconto.