Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

venerdì 22 febbraio 2008

Tredici aprile

di Norberto Giffuri

Una luce fioca colava a perpendicolo dal cielo plumbeo fino al suo volto smorto. Era un giornata d’aprile, tenacemente fredda, vagamente scialba. Come se una coltre di apatia avesse fatto velo sulle cose del mondo. Come se le statue della piazza fossero più immobili del solito. Come se l’inverno non volesse declinare e si concedesse un ultimo slancio.

Camminava svelto nella piazza vuota verso un edificio grigio, squadrato, tozzo. Un mostro dell’edilizia anni settanta spuntato in pochi mesi tra le vecchie case di mattoni dai balconi di legno. C’erano stati dissensi quando fu costruito ma nessuna protesta formale. Trentanni dopo era stato oramai digerito dal gusto estetico dei cittadini. Un graduale annerimento all’altezza della prima fila di finestre con inferriata gli aveva conferito un aspetto industrial che gli era valso addirittura la stima di taluni omiciattoli amanti dei paesaggi post-nucleari da film con protagonista l’ultimo uomo sulla Terra.

Camminava accompagnato dalle sue occhiaie e dalle sue paturnie, mani in tasca. Davanti al portone del tetro edificio sostava un capannello di persone. Al suo arrivo troncarono la conversazione avviata e gli sorrisero. Una donna anziana, infagottata in una scialle bianco che pareva quasi una sposa decrepita, gli si accostò e lo salutò ricordandogli con atteggiamento materno di votare bene – proprio così disse.

Lui ricambiò il sorriso, un poco interdetto, non disse nulla e si infilò nell’atrio. La grande stanza era tagliata a metà dall’ombra proiettata da una balconata interna che correva lungo il lato destro della sala. Non c’erano indicazioni, nessun cartello. Si avvicinò all’imbocco del corridoio principale che si apriva nella parete opposta all’ingresso. Esitò qualche istante, indeciso sull’opportunità di proseguire per il corridoio. D’un tratto un rumore di passi ruppe il silenzio. Da una porticina che non aveva notato, proprio sotto la balconata, nella zona meno illuminata dell’atrio, usciva una bizzarra congrega di persone. C’era un panciuto ometto elegante e raffinato che portava un fiore bianco all’occhiello, uno spilungone con una giacchetta quadrettata e una cravatta rossa, una donna piuttosto giovane e procace che sfoggiava un vestito verde e un signore basso dall’espressione tremendamente seria accompagnato da un giovane di bell’aspetto che lo reggeva sottobraccio.
Si avvicinarono e lo salutarono calorosamente. L’ometto panciuto gli poggiò una mano sulla spalla e gli disse che era in gran giorno, che la sua scelta sarebbe stata importante per il paese e che il futuro si prospettava roseo. La donna si accostò, sorrise, gli sussurrò all’orecchio di avere fiducia in lei e che sarebbe stata la soluzione ideale per i tanti problemi dello stato. Fu poi il turno dello spilungone che gli si parò davanti e con un tono sommesso gli ricordò i suoi meriti passati. Infine il giovane, con una parlantina frizzante, cercò di convincerlo dell’opportunità di un cambiamento radicale. Il signore austero si limitò a fissarlo con uno sguardo che pareva di rimprovero.
Poi prese nuovamente la parola l’ometto grasso e gli disse di seguirlo. Il gruppetto lo scortò attraverso il corridoio fino ad uno stanzino dove una cabina era stata collocata nel centro. Di nuovo silenzio. Con un cenno del capo lo spilungone lo invitò ad entrare porgendogli nel frattempo una matita e una scheda.

Entrò ed aprì la scheda. C’erano cinque simboli e cinque nomi accanto. L’indecisione lo stava consumando. Sudato ed impacciato decise di non apporre nessun segno. Richiuse la scheda con le mani tremanti. Uscii dalla cabina. Il gruppetto era scomparso. Uno scatolone munito di fessura era stato posizionato sul lato della stanza. Ci infilò la scheda e a passo veloce imboccò il corridoio, poi l’atrio. La signora sul portone lo salutò nuovamente, con estrema cordialità.

Quattro giorni dopo gli capitò di ripassare dalla piazza. Era sera, i lampioni illuminavano i suoi passi incerti. Passando davanti ad una locanda sentì all’interno un gran trambusto, risa, schiamazzi. Incuriosito decise di entrare. Si sarebbe concesso un bicchiere di rosso, di quello buono, se lo meritava, dopo una giornata di lavoro. Appena varcata la soglia li vide. L’ometto panciuto, lo spilungone, la donna procace, il giovane e il vecchio compunto. Il baccano proveniva dal loro tavolo. Il vecchio non era più tanto serio: dondolava sulla sedia e alzava un calice verso il soffitto. La bella donna versava spumante mentre il giovane la abbracciava baciandole il collo. L’ometto grasso era stravaccato in un angolo, rubizzo e gaio. Lo spilungone tagliava una bistecca di carne cotta al sangue con occhi carichi di appetito.

Lì per lì gli parve doveroso porgere i suoi saluti. Si avvicinò, si tolse il cappello e rigirandoselo tra le mani augurò al gruppetto una buona serata. Nessuno lo notò, continuarono a gozzovigliare. Ripeté il saluto, questa volta sporgendosi verso il tavolo. Il giovane allora lasciò la donna, lo spilungone smise di masticare e alzò lo sguardo, l’ometto girò la testa dall’altra parte e il signore austero lo fulminò con uno sguardo truce.

Dopo qualche secondo di imbarazzo, decise di ritirarsi. Due passi indietro, una rotazione e rapido infilò la porta. Rimise il cappello e sollevò il bavero della giacca mentre le prime gocce di pioggia bagnavano la strada.

4 commenti:

Orcu Diaz ha detto...

Eh già, alla fine è tutto un magna magna, destra e sinistra sono la stessa cosa, non ci sono più le mezze stagioni ecc. ecc.. Mi pare un atteggiamento un po' qualunquistico il suo, esimio sig. Giffuri, che da Lei proprio non mi aspettavo. Il punto è non dare retta a signorine procaci o spilungoni meno affascinanti, e votare quell'ometto forse un po' buffo, forse un po' all'antica, che ancora però dice qualcosa secondo coscienza e non secondo calcolo. Non sarà il massimo, sarà forse il male minore, ma questo è.
Anche perché la scheda bianca, strategia che suggerisce di adottare, viene conteggiata a favore del vincitore (non è considerata legislativamente una protesta, ma una delega). E quest'anno quindi, probabilmente, andrebbe all'ometto più abbronzato...

Norberto Giffuri ha detto...

Ah, ma io non sono qualunquista. La penso come la pensa Moretti in ecce bombo:

http://it.youtube.com/watch?v=blBwU7oYE8o

Vedo che il racconto si presta a diverse interpretazioni e ne sono confortato.

Franco Forte ha detto...

Io credo che Giffuri nel suo bozzetto abbia voluto sottolineare un problema: l'atteggiamento remissivo, quasi di timore del protagonista nei confronti della politica, che fa prosperare l'attuale casta al potere. E' quindi un'invettiva contro il qualunquismo. Il personaggio non gode chiaramente della stima dell'autore e, tantomeno, del narratore. Il punto concettuale è avere il coraggio delle proprie scelte, maturate con l'impegno politico - dunque siamo lontani dal qualunquismo del quale parla orcu diaz - e per impegno politico, l'autore-narratore, non intende andare in piazza a fare politica: ma avere una coscienza politica.

orcu diaz ha detto...

Ah, ma allora è tutto diverso! E io che avevo dato un significato opposto al suo racconto! Chiedo scusa per aver dubitato della saggezza del buon Norberto. A mia discolpa però, affermo che l'allegoria della tavola imbandita era molto ambigua,a questo punto, forse, mi domando, volutamente?