Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

venerdì 16 maggio 2008

Un inverno di rigore - ultima parte

di Ezechiele Lupo
Quella gelida mattina E**** era chinato con le labbra appoggiate alle mani giunte, inginocchiato tra Erbert Brown e Gilbert Simmon. Aveva freddo cercava di restare concentrato sulle orazioni e sulle parole del Padre Confessore, ma l’idea del giorno della posta lo faceva fremere e distrarre di continuo. Le solenni parole echeggiavano fino agli alti soffitti della cattedrale; una buia e alta cattedrale gotica, collegata al collegio grazie a due strette scale ai lati dei cori: una dava alle aule per le classi inferiori e superiori; mentre l’altra era solo per quelle medie. Durante le interminabili orazioni dell’alba E****, di tanto in tanto, sollevava la testa per scorgere il volto di R***** tra i banchi deputati alla preghiera delle classi intermedie. Ad un tratto gli parve di vederlo in sesta fila: sì era lui, allora non era in celletta, pensò. Ma no non è lui. Con le uniformi siamo tutti uguali, maledizione. Mentre volgeva il suo volto al rammarico, E**** incrociò lo sguardo di Padre Edison Brooks: subito tornò a guardare a terra, tra i brividi di freddo. Non capiva perché quelli delle classi inferiori non potessero avere i pantaloni lunghi come gli altri ragazzi, o almeno che fosse concessa loro una lunga tonaca come quella dei Padri Insegnati. L’unica preghiera che E**** recitò veramente concentrato, fu quella mentre lasciava con gli altri bambini in fila indiana, la chiesa: Padre Onnipotente perdonami per non aver partecipato seriamente, con il cuore e con l’anima, alle orazioni dell’alba, ma sono distratto dall’arrivo della lettera della mia mamma e del mio papà, per cui sono tanto felice. Ma sono anche tanto triste perché non vedo mio fratello R***** da tre giorni, e ho paura che non lo facciano mangiare e lo frustino. Perdonami e proteggilo, tu che puoi. Amen.
Improvvisamente si sentì strattonato per un braccio, si voltò e vide la faccia scura e irosa di Padre Edison Brooks: “Pantapolita: le orazioni dell’alba servono per rendere grazie a Dio per la nuova giornata che ci ha regalato. La tua distrazione è un’offesa per il tuo Signore: se ti senti superiore e non vuoi ringraziarlo, lui ti punirà, signorino. Devi fare il bravo perché se no vai all’Inferno, dove verrà spedito tuo fratello, se continua così. Siete due piccoli superbi. La superbia è il peggiore dei sette peccati capitali. Hai capito? Li sai tutti? Dimmeli, piccolo impertinente.”
E**** terrorizzato si mise a balbettare: “Go… gola, Acci… dia, A… Aaaa… varizia, Luu… ussuria…” poi venne interrotto bruscamente.
“Non li sai… molto male! Stai attento Pantapolita: Dio è grande e misericordioso con i virtuosi, terribile con i bambini disubbidienti. E ora va’, raggiungi gli altri per la distribuzione della posta.”
E lo congedò liberandolo da quella morsa infernale. E**** trattenne le lacrime e corse su per le scale. Li sapevo, li sapevo, li sapevo, pensò. Perché Dio non mi avrebbe perdonato? E pure io gli ho chiesto scusa. Dio è sempre pronto a perdonare. E poi perché R***** va all’Inferno? Io non voglio andare all’Inferno e non voglio che nemmeno R***** ci vada all’Inferno! Ricominciò a nevicare.
Ora era triste e aveva freddo e sapeva che per quelle scale buie da solo si sarebbe perso.
Giunse in fondo alla fila. Aveva gli occhi pieni di lacrime che non voleva far sgorgare: una volta R***** gli aveva detto che non doveva piangere, perché non era solo in quel collegio, e anche Dio lo avrebbe protetto sempre. Ma si vede che ora non era più così.
Cercò di pensare, mentre ascoltava la voce monocorde di Padre Xabier Parcson che chiamava i bambini appoggiato sull’enorme pacco di lettere, al Natale che avrebbe trascorso con sua mamma e suo papà. Tutte le voci dei bambini lo scioccavano, stava per mettersi a piangere a dirotto, quando sentì chiamare il suo cognome: Pantapolita. Per un attimo E**** si sentì solo in quell’anfratto del collegio; corse verso il Padre Postino, o almeno così tutti chiamavano Padre Xabier Parcson, per via del fatto che era sempre lui a distribuire la posta. Prese quella busta e si isolò.
Lesse nella sua mente.



12 Dicembre 19**,

cari E**** e R*****,
figli miei. So che gli studi procedono ottimamente. Io e vostro Padre vi pensiamo sempre. Non sentitevi mai soli. Ogni mese abbiamo vostre notizie dal Padre Rettore in persona, il quale ci rassicura sul vostro primato di rendimento riguardo tutte le materie dei corsi previsti dalla scuola. Ma c’è un grande cruccio, un dolore acuto che tormenta me e vostro Padre: R***** perfettissimo, conosciamo bene il tuo comportamento ribelle. Diletto figlio, il tuo modo di disubbidire ai Padri Insegnati, la tua costante idiosincrasia verso la disciplina della scuola, ci fanno vergognare viepiù di essere i tuoi genitori. Ma sappiamo bene la sfida a cui ci inviti: la tua vibrante intelligenza, applicata all’impegno puntuale nel sovvertire tutte le giuste regole di cui il Padre Rettore è custode imperituro, ti condurranno ad una vita di insoddisfazioni. Non possiamo non prendere provvedimenti per ciò che hai fatto, e non punirti severamente. Perciò, io e vostro Padre, abbiamo avvertito il Padre Rettore che i fratelli Pantapolita non torneranno a casa per il Santo Natale, ma rimarranno in collegio. Mi spiace E**** finissimo, ma questo sarà di insegnamento anche per te, affinchè tu possa evitare in futuro di incappare in sanzioni disciplinari, come è accaduto fino ad ora a tuo fratello. E’ altresì inutile che tu, R***** dolcissimo, provi ad inviare a me e tuo Padre lettere per implorarci di concedervi il Natale con noi: abbiamo chiesto ed ottenuto dal Padre Rettore, il divieto di far passare alcuna lettera dei fratelli Pantapolita. Vi vogliamo molto bene. Un bacio da parte mia. Vostro Padre vi consiglia la lettura del Fedone, ovviamente in greco, durante queste vacanze lontane da Atene.
Buon Natale E****.
Buon Natale R*****.

Vostra Madre

Fuori dal collegio la vallata era gelida. Era l’estate delle morte stagioni. Era la neve che spirava nel vento. La gelida intensità della vallata. Arano. Secchi i campi, muoiono le erbe sotto la pesante mano. La coltre della nave ricopriva tutto.
E chi sa per quanto il contadino starà, come lo studente, a guardare la valle innevata.
(Fine)

4 commenti:

Gallo Cedrone ha detto...

Oh ma insomma, sempre questa letteratura compunta e in punta di forchetta...noi vogliamo roba più mangereccia, cose che diano soddisfazione! Vogliamo dei bei racconti scoppiettanti con scene d'azione, gente che si picchia, s'insulta, si tira i capelli...racconti da mangiare, da divorare, che facciano ridere. non questa roba pallosa scritta con 'sto linguaggio del 1200. Dai su, che diamine ragazzi.

Ezechiele Lupo ha detto...

[...] Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.


Bella.

Orcu Diaz ha detto...

Ezechiele, il suo è per caso un delirio di onnipotenza?

Ezechiele Lupo ha detto...

No assolutamente. Anzi sono assalito spesso da deliri di minimum potenza. Ai lasso.

Bella
come una mattina
come una manina
come una bambina
come una perlina che nasce da un coniglio