Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

giovedì 19 giugno 2008

Ora, qui

di Asincheraglia

La grande sera giunse dopo una notte particolarmente poetica, fra letture a la page, luci che rimbombano nel buio della stanza, bottiglie verdi sparse, sguardi gettati oltre la finestra, verso nuvole nere, autentiche bende di una primavera profeticamente riottosa a concedersi.
Il giorno era stato perplesso e Ludvig, senziente allora più di altre volte, aveva osservato con grande ostinazione il cielo apparentemente in bilico. Il grigio si macchiava di luce per poi incupirsi senza pudore.
Una telefonata rapida e schiva lo avvertì che lei lo aspettava alle 22.00 per una lunga passeggiata verso casa. Decise di andare. Chiusa la porta, e apprezzando il vento dalla temperatura inedita, giunse a due conclusioni. La prima era che, decisamente, mancava di forma. Un autentico guaio. Se n’era accorto in precedenza, scambiando brevi battute con l’uomo del latte.
“Intero o parzialmente scremato?”
“Intero…anzi no” rispose.
“Non ho capito, intero?”
“No” pensò, “Si!” disse.
Tutta colpa di una sorta di fastidiosa corrente elettrica pietrificante. Prima morde il diaframma. Poi, consumato il centro del corpo, diffonde come una macchia tossica la stanchezza più profonda, l’accidia meno dignitosa. Così, giunse alla seconda conclusione: per evadere dalla corrente avrebbe dovuto compiere un gesto simbolico, eclatante, catartico. Preso il telefono cellulare dalla tasca, iniziò a scorrere vorticosamente e a caso la rubrica. Bloccò il dito. Prof. Ajello.
“Pronto?..chi parla?..”. Silenzio. Seguì un altro “pronto” decisamente irritato.
“Ehm…sono Ludvig, III D, anni fa…”
“Cosa? Al telefono si favella, non si bisbiglia!”
“Eh eh..” la risata , che intendeva apparire cortese, schizzò come un rantolo asmatico.
“E’ uno scherzo? Sta cercando di farmi eccitare?
“No no, per carità. Sono…si ricorda la scuola? III D…tempo fa…”
“Non la sento, parli più forte, per dio!”
Eppure, Ludvig interruppe la chiamata illudendosi di aver conquistato un granello di “forma” in più.
Dopo diversi metri rigidi, accompagnati da inquietudini a piacere, lei apparve seduta sul muretto, in una delle più tipiche e affascinanti posture. Ben presto la conversazione si gonfiò d’aria – a tratti tiepida – e qualche vortice stonato giungeva direttamente dalla scarsa “forma” di Ludvig. Egli temeva che, quella sera, le sue importantissime elucubrazioni sarebbero, irrimediabilmente, rimaste ancorate alla geografia, al meteo, alla gastronomia. Temi poco efficienti se, seppur sotto innumerevoli strati di finta e tragica sufficienza, si anela la possibilità di una conoscenza, se non nitidamente biblica, quantomeno apocrifa.
A pochi passi dal portone di casa, nel corso inquinato da qualche tardivo locale, lei decise che era ora di sciogliere l’ambiguità. Lui, impreparato, senza individuare solidi legami con i temi fino ad allora condivisi, rimase senza respiro. Per Ludvig l’ambiguità era quella coperta che gli copriva la testa da piccolo, in mattinata, quando le finestre si aprivano e fra il sonno e la veglia, fra gli imperativi di alzarsi e la sua sonnecchiosa recita nascosta, rimaneva sospeso con un occhio fuori e uno sotto il lenzuolo. Nell’ambiguità valevano le sue regole, poteva essere sincero nella menzogna e mentire nella verità. Soprattutto poteva fuggire, illudendosi di non essere visto, rimanendo puro, senza peccato. Libero.
“Dovremmo, prima o poi, parlare di noi.” Affermò lei con tono sicuro. Le labbra si dischiudevano con bellezza navigata. Era evidente che il coraggio fosse tale perché stava affrontando, in quell’esatto momento, l’infantile pudicizia dei rapporti umani. Frase dopo frase la timidezza veniva umiliata, in un conflitto che, in ogni caso, l’avrebbe vista trionfare. Ma il contenuto di quella raffica sommessa, per Ludvig, fu arcano e amaro. In fondo, il coraggio non rende meno scivolosi i sentimenti. “Tu credi che io sia misteriosa. Non è così. Io faccio ciò che voglio e cerco di essere chiara. Mi piace cogliere i momenti, ma non mi piace vivere gli attimi - (Qui Ludvig notò una impercettibile contraddizione) - ecco se tu domani non volessi più sentirmi lo capirei”. (“Cosa?” urlò a mente). Il silenzio lasciò decantare le apparenti antinomie. Lei aveva indubbiamente e inaspettatamente lanciato un chiaroscuro messaggio.
Ludvig fu sorpreso da tanto coraggio. Decise, dunque, di onorarlo con parole almeno sincere. Si meravigliò nel sentirsi pronunciare vocaboli validi e temerari, come se verità, intelligenza e coraggio fossero dettagli chimici partecipi e dimentichi di un unico composto organico.
“Curiosità”, nel senso più ampio e puro, fu la parola chiave. Nel contempo, la notte dissolse le ultime anime sparpagliate nella via. La solitudine fu accolta da muti ed eloquenti sguardi. Ludvig abbozzò un’introduzione verbosa. Poi tacque, silenziato da lei, e la baciò.
Il suono del vento, e lontane note mozartiane da qualche finestra, e gli occhi dolenti sbarrati, e il portone come sfondo, i colori, aprirono una fessura olistica. Sollievo. Rimase ancora lì, senza avere la minima idea di quale forza stesse muovendo i pensieri di lei. E poi, che qualità di pensieri. Rimasero in due, finalmente privi di fede, per un attimo privi di aspirazioni. Teneramente umani, umidi, con delle note soffuse in tasca. Irriducibili e lontani.
Il caos – pensò Ludvig a memoria – è la sola partitura su cui è scritta la realtà.

6 commenti:

Milady ha detto...

Gredevole racconto. Ho apprezzato soprattutto lo spaccato sul cielo, l'idea del professore e la sagace la battuta biblica. Certo devo dire che la pulzella in questione riesce ad essere quasi più nebulosa di certe tue macchinazioni sintattico stilistiche che a volte mi lasciano perlessa per una decina di minuti.

Milady ha detto...

Ho riletto. Mi ero persa il "cerco di essere chiara". Ammazza..

Milady ha detto...

E soprattutto voglio precisare: perplessa nella migliore accezione del termine: stupita, estasiata. Il chiaroscuro è arte di pochi.

Asincheraglia ha detto...

La pulzella è molto nebulosa e, come tutte le cose nebulose, è assai probabile che in profondità celi ben poca sostanza. Ma l’assenza di una sostanza certa può essere, mi domando, uno degli attributi della indefinibile ma così detta “letterarietà”?
Ezechiele Lupo (in alcuni momenti della sua esistenza e personalità non solo autore ma anche nobile esegeta) potrebbe illuminarci..

ezechiele lupo ha detto...

Più che di assenza si dovrebbe parlare di "presenza dietro". I formalisti russi parlavano di "opacità". L'opacità potrebbe (o dovrebbe?) essere un connotato della letteratura? Il connotato della letteratura? Allora il discorso moraviano, ad esempio, non è letterario? O non letterario quanto quello di Gadda? Insomma, considerato che formalismo, strutturalismo, decostruzionismo e Nuova Critica, son cose vecchie e superate, mi costringi a ripetermi: letterarietà è forse lo scarto rispetto ad una norma. Quando lo scarto diventa la norma, l'opacità si trasforma in nebulosità (direbbero i formalisti). Detto questo, prendo le mie medicine.

Tobia Deruna ha detto...

Vi segnalo che tempo fa' è stata pubblicata qua una mia lirica, intitolata proprio "Opacità". Saluti. Tobia