Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

giovedì 25 settembre 2008

Il tempo di un respiro

di Asincheraglia

Trasse nel suo studio, il giorno dopo, i primi pensieri articolati. Dalla nebbia acquosa dell’ebbrezza in fase di smaltimento, distinse solo un paio di sorrisi. La serata, allegra, si era consumata in un locale disperso. Un concerto di una comitiva di amici lo aveva condotto fin lì, nella periferia a cavallo fra Milano e la monotona zona nord, liscia, verde, miseramente umana. Per arrivare, Ludvig, percosse un lungo tratto pedibus calcantibus. Le distanze, dalle cartine colorate di un giornale trovato nel cassetto, gli erano parse allegre. E invece, nel tragitto, un manipolo di italianissimi bravi aveva spaventato, svogliatamente, una ragazza che, cellulare lampeggiante con Winnie the pooh alla mano, scappava correndo. Si ricordò anche della pioggia. C’erano lampi e alberi ondeggianti. Case operaie con tv al plasma dentro. Vialoni senza bellezza e un buio utile per le macchine di grossa cilindrata. Una puttana di colore era lì lì per adescarlo.
Così, quando dalla super-strada con le auto che, prima di sfrecciargli accanto, gli illuminavano il culo di luce fredda – adrenalina e sollievo per non essere colpito – vide il locale, anche l’insegna fluorescente, grande e grezza, gli parve spargesse un calore familiare.
Dentro, il complesso di amici suonava un rock casareccio onesto e coinvolgente. Ed allora, nel ricordo, il sorriso si allargò al volto chiaro, agli occhi e agli zigomi russi, come la Madame Chauchat dipinta da Mann. Era la cameriera del locale. Stimò il suo culo uno dei più belli mai visti. Come il protagonista della Montagna Incantata, sentì il sentimento gonfiare da dettagli insignificanti. Il modo di muoversi fra i tavoli, la capacità di brandire le portate, i sorrisi, che solo dopo si accorse essere molto più maliziosi di quanto credesse. Non sapendo come, se ne innamorò. Senza aver scambiato una parola – al di là di un ‘grazie’ silente –, senza averne sondato l’umorismo, senza aver neppure dissertato di teoretica.
Insomma, quella mattina, chiuso nel suo studio e rivolto allo specchio, sciogliendo nel mal di testa le ultime resistenze della memoria ghermita dall’alcool, capì di avere in mente una ragazza di grande spessore. Nonostante quei capelli colorati malissimo, compensati da una capacità fuori dal comune di muoversi sulle note rock‘n’roll.
La sera precedente era tornato in macchina, fermandosi nella saletta dei musicisti. Riti post-concertistici. Si accorse di quanta bellezza permea gli sguardi di un gruppo che ha appena fatto musica. Luis, batterista ansiolitico, sfoggiava il suo ipercriticismo birra alla mano. Il bassista, silenzioso come un basso che conta, rifletteva la serenità inquieta della fidanzata belga. Luca ha un padre suicida, e il punto interrogativo dell’esistenza permea ogni sua caustica e risolutiva affermazione. Jack non afferma. E’ affermato, con tanti soldi e una bella ragazza americana. Pensò a quanta globalizzazione fra le anonime strade di Milano che, da sole, non significano nulla. Milano è la città più umana che esista. Di suo non ha niente. Conta solo in relazione a quanto riesce a produrre l’uomo.
Decise che sarebbe tornato al “Paddok” il prima possibile. L’unica voglia che s’arrampicava nella confusione, quello e i momenti successivi sobri o ebbri che fossero, era quella di rivederla.

Il giorno in cui scelse di prendere un amico e trascinarlo al “Paddok” non era stato dei più sereni. Una fastidiosa febbriciattola gli pulsava nei polsi, alimentata da piccoli impegni che continuava a rimandare distrattamente. Alla fine, i doveri si accumularono come una montagnola di spazzatura nella mente e così, Ludvig, non poté far altro che optare per un’uscita irresponsabile.
Ripensò alla macchia che era diventata l’immagine della giovane cameriera. Ricordava solo alcuni dettagli – il sorriso, gli zigomi – e il resto si traduceva in malcerte sicurezze emozionali. Sentiva gli occhi bellissimi ma non ne distingueva il colore, e intuiva la rotondità del sedere per quanto non ne avesse misurato la qualità.
Pensò che non poteva recarsi lì a mani vuote, e decise di comporre una poesia per lei. Adottò il metodo di sempre, chiudendosi nel suo studio e bevendo una lauta dose di acqua ghiacciata, di quelle che sprizzano direttamente nella vescica suggerendo una vivace voglia di pipì. Ludvig, in condizioni concitate, eccitate, sorprendenti, credeva di dare il meglio di se.
Puntuale, l’amico squillò. La serata offriva una luna bellissima e stranamente cangiante. Da rossa e vicinissima, nel giro di un paio di curve, si trasformò in lattea e distante. Tipici trucchi dei giorni estivi, che sembrano non riuscire a gestire la libertà di cui godono potendo tramontare quando vogliono.
Il Paddok, distante dalle luci di una festa allegra e per bene, aveva assunto sembianze più autentiche. Neon blu, tavolini in alluminio protesi verso la strada periferica, clientela rigorosamente maschile. Ludvig e il suo socio sedettero strategicamente su sedie utili per osservare l’interno del locale. Le cameriere sfilanti si rivelavano tutte rigorosamente belle e straniere. Il rosso delle pareti di quel casermone in mezzo al nulla urlava il suo provincialismo. Lei arrivò poco dopo, con un sorriso meccanicamente stampato in viso. I capelli erano colorati con maggiore cura, ma il sorriso, questa volta, palesava, oltre la malizia, il conformismo di ciò che viene fatto perché si deve.
Andrea incalzò: “Ciao! Io e il mio socio abbiamo fatto una scommessa: tu sei ucraina, giusto?”
Andrea usava sempre osare. Per questo Ludvig lo aveva invitato. Le conversazioni, con lui, si trasformavano in partite di tennis. A volte vibranti, a volte atrocemente inconcludenti. Aveva un modo originalissimo di maneggiare trasparenza e sincerità.
“Sono rumena”, disse lei, senza perdere l’aria estatica, “parlo bene l’italiano perché i miei fratelli vivono qui da anni”. Era bassina, magra, dolce. Ludvig avvertì come un peccato il fatto che ci fosse qualcosa che non andava. Mentre venivano serviti secondo i tipici criteri del locale in cui si beve ma non si va li per bere, le mani della clientela maschile viaggiavano spedite verso aree anatomicamente specifiche delle cameriere. Lo squallore sembrava posarsi su ogni dettaglio come neve nera del giorno dopo. L’idea della ragazza semplice e affascinabile, Ludvig, la convogliò in un unico punto della sua mente. Si ricordò di una cosa che gli ripeteva, in infanzia, un amico traviato verso lo Yoga da suo padre. “Se hai mal di testa, immagina che tutto il dolore si concentri in un unico punto della tua zucca. Poi immagina del fumo che, da quel punto, si alza fino a formare una nuvoletta. Ecco, ora il mal di testa è fuori di te.”
Fece così col pensiero di lei, non prima di aver valutato l’ipotesi di rapirla, strapparla ai suoi sorrisi e agli sguardi del pappone eccitato che osservava dall’alto, di farla innamorare. Il pensiero svanì come una pozzanghera stanca evapora ad agosto. E Ludvig era veramente stanco di osservare un giovanotto che trafficava con la sua cameriera prima di trascinarla in macchina.

Ludvig se ne andò, leggero come un brano di Dave Brubeck. Pensò a come le congiunture esistenziali portino a preferire una persona, ad assaporare il piacere un brivido colpevolmente dimentico della sua origine del tutto casuale e momentanea. Niente, neppure il sentimento più puro, può scampare alle sofisticazioni di un mondo che gira indipendente.
Lei, dietro il vetro scuro della macchina, mentre l’auto stava per imboccare l’enorme strada piena di luci, lesse a stralci, nel buio dei sedili posteriori, la poesia trovata nel tavolo insieme a briciole di mancia.
E ti ho pensata / Come un capello che vola via / Nell’incapacità / Mia e del mondo / Che dilata astrattamente / Particelle di un secondo.
Dopo aver accartocciato il foglio e averlo gettato dal finestrino dischiuso, riuscì a concludere un respiro profondo.

16 commenti:

Vincent Von Botto ha detto...

Carissimo Asincheraglia a quando un bel racconto senza quel buontempone di Ludwig? Non dubitiamo della sue capacità narrative anche se privo del suo personaggio-feticcio. Cordialmnte, con profonda stima.

sir paul tavani ha detto...

dottor van botto,
è evidente che lei non scrive. O se scrive scrive solo per sè stesso. O se non scrive per sè stesso lo fa per un pubblico più modesto di quello del giudice.
Dovrebbe leggere un pò di T.S. Elliot per capire quanto sia difficile e, insieme, dannatamente liberatorio, il principiare ad utilizzare una terza persona, piuttosto che una prima. L'ansia dell'esternalizzare, del privatizzare, del "portar fuori", è comune agli animi profondi, precoci e sensibili. Nel salutarla, la invito davvero a leggere (o rileggere) The Waste Land. Anzi, dacchè è sabato e non ho di meglio da fare, seguirò io stesso il mio consiglio. Leggerò quella raccolta d'un fiato, col camino crepitante, la servitù che predispone le mie stanze alla notte. infine, del dolce whisky colorerà la coppa mia e quelle delle mie ospiti.
Nobilmente e graziosamente
Sir Tavani, visconte di Busto Garolfo

Gustavo Labottana ha detto...

Che nobile decadente e decaduto che sembra lei, caro amico di Busto Garolfo.

Asincheraglia ha detto...

Presto. Anche se il giudizio di pubblicabilità spetta ai giudici del giudice.

Gennaro Bovecheride ha detto...

Mi unisco a Vincent nel'aspettare qualche sua nuova, inedita sortita narrativa. Con stima. Gennaro

Anonimo ha detto...

Signor tavani, la invito a notare che Vincent von Botto non ha suggerito all'autore di scrivere un racconto in prima persona. Ha semplicemente espresso il desiderio di leggere qualcosa in cui non comparisse il personaggio di Ludwig. Quanto alle sue ospiti, spero che avrà quantomeno il buongusto di drogarle prima di una serata in sua compagnia. Il suicidio per noia non è tragedia poi così rara.

Camillo Lustrapistillo ha detto...

E poi caro signor Tavani, forse che l'autobiografia è l'unica molla dello scrivere? Forse solo nell'autoreferenzialità sta la genesi dell'arte? O non può esistere anche ceazione pura, assoluta, slegata da un soggettività troppo cogente? Sig. Tavani prima di dar lezioni agli altri si ponga qualche utile domanda, qualche dubbio con cui scuotere la sua placida sicurezza borghese (anche se lei si dichiara nobile). Le farà bene.

Anonimo ha detto...

Posto che l'autobiografismo non è volonta di autorappresentazione dell'io nella fiction, ma, al limite, un meccanismo selettivo del linguaggio, che include l'autore e lo definisce in un mondo possibile, setacciandolo da altri infiniti mondi possibili; mi spiegate come queste fesserie potrebbero interessare chi cerca un commento riguardo al testo?

Anonimo ha detto...

"Posto che l'autobiografismo non è volonta di autorappresentazione dell'io nella fiction, ma, al limite, un meccanismo selettivo del linguaggio, che include l'autore e lo definisce in un mondo possibile, setacciandolo da altri infiniti mondi possibili"
può cercare di ripetere il concetto in parole un tantino più comprensibili?

sir paul tavani ha detto...

Lettori e colleghi,
mi riservo il diritto di non rispondervi. La mia logica pare in difficoltà. Tuttavia, citare T.S. Eliot che esternalizza, o Fontana che fa fiche, è cosa gradevole. Mi permette di darmi un tono e di dar l'idea di sembrare acuto, sino a quando qualche testa coronata non mi sbugiarda.
E' per questo che non faccio il tifo per una democraticizzazione della cultura. Volevo continuare a dir idiozie senza dover ascoltare i consueti corvacci sofisti e giacobini.
Nemmeno nel caffè nazionale di Busto Garolfo si può star più tranquilli. Oltre a queste laide polemiche, c'è, ormai, anche la plebe schifosa.
Cordialmente, non ostante un malcelato fastidio.
Vostro
Sir P. Tavani

Anonimo ha detto...

Signor Tavani è empiricamente dimostrato che non ci si può dare un tono dicendo palesi idiozie. Una cosa esclude l'altra. Può dunque scegliere: se ritiene le idiozie cosa piacevole, rinunci all'idea di sembrare acuto. Se invece ritiene che è forse meglio darsi un tono può provare nei suoi commenti a copiare qualcosa da un enciclopedia. Ma mi sa che a questo punto è troppo tardi, qualunque cosa lei faccia.
Il mio consiglio è quello di lasciar perdere la cultura, che evidentemente non le si addice granchè, e tenere d'occhio i suoi di Busto Garolfo. Si sa che per ben governare ci vuole acume e che ottobre è mese di rivoluzioni..

Alfonso Scemotti ha detto...

Certo che 'sto anonimo la sa lunga. E comunque anche io l'ho sempre pensato che Tavani sia un galluzzo spennato. Prima o poi qualcuno dal contado arriverà col forcone a dargli una bella lezioncina a questo baronetto ammuffito. Vuole la cultura lui. Ma si dedichi piuttosto a coltivare la terra che è dura e bassa.

Anonimo ha detto...

l'Anonimo ringrazia

Sir Paul Tavani ha detto...

L'anonimo sprofonda nell'anonimato di banalità in banalità.
Le forche che conosco son solo le caudine, cui è destinata la vita intellettuale e reale di voi anonimi, o scemotti.
non siet altro che laidi scimiotigri, infine, mai stato un gallo io...mai stato un galluzzo. Nemmeno lontanamente. Sono profondamente offeso.
Non acquisterò più tal rivista e farò disporre che il caffè centrale in località Busto Garolfo proponga ai suoi avventori fonti più autorevoli e meno autoreferenziali, nonchè letti da persone men grette di voi schiumanti barboncini. Qualche esempio?
Chen so'? Libero, magari, magari Il Popolo d'Italia...magari Panorama, che due zinne in prima fan sempre bene all'umore.
Con astio immutato.
S.P.T.

Anonimo ha detto...

mi scuso col giudice per avergli fatto perdere un lettore di tale lignaggio. Chissà chi sarà poi questo Tavani, che parla di questo blog come di autoreferenziale.. mi parrebbe di aver già sentito un commento del genere sulla bocca di qualcuno..

Sir Paul Tavani ha detto...

sentimi un pò leone da tastiera...
riserva la tua ironia per i poveri stronzi che son costretti ad ascoltarti. Inoltre se leggi bene io non...vabè...
E comunque il giudice non perde niente. Nè se io me ne vado, nè, tantomeno se tu mi rimpiazzi.
Ah e dì al giudice di depilarsi il culo la prossima volta che glielo inumidisci con la tua lingua cartavetrata. A lui può anche piacere di farsi fare uno scrub alle chiappe, ma è proprio vomitevole vederti parlare traboccante di tarzanelli.
Tuo, e soltanto tuo
SPT