Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

domenica 7 settembre 2008

Ogni anno, ogni mese, ogni giorno

di Ezechiele Lupo

Vie


A Milano via Farini non si chiama via Farini. O meglio: i milanesi non la chiamano così. A Milano via Farini è semplicemente “La Carlo Farini”, senza via. Ad esempio: due amici si incontrano, parlottano un po', poi si danno appuntamento per la sera, e uno dei due dice: “Allora d'accordo, ci vediamo in Carlo Farini”; oppure “Allora alle 10 al ponte di Carlo Farini?”. Stesso discorso vale per Piazzale Maciachini. A Milano non si dice mai: “Vediamoci in piazzale Maciachini”, ma piuttosto “Ok, va bene, allora stasera in Maciachini”. Semplicemente così, “in Maciachini”. A Roma si dice: “Vediamoci in Piazza del Popolo”. A Milano: “Appuntamento, puntuali, in Cadorna”, o “in Cairoli”. I romani si incontrano “in via Cola di Rienzo”; i milanesi “in Moscova”, che poi sarebbe via della Moscova. A Roma la gente chiacchiera “a Villa Borghese”; a Milano si gioca a pallacanestro “in Sempione”. 
Una domenica prendo la bici e vado a fare un giro per le strade intorno a casa mia, ma senza accorgermene arrivo fino a via Borsieri, e passo davanti al Frida, che a quell'ora è chiuso, o forse è chiuso perché è il 10 agosto. Quando leggo la targa di via Borsieri mi stupisco di esserci arrivato in così poco tempo, e scopro che esiste una sopraelevata che attraversa i binari della stazione di Porta Garibaldi (“Ci vediamo in Garibaldi allora?”), e che collega il quartiere Isola alla zona dei Bastioni di Porta Nuova. Su questa strada siamo solo io e due ragazze, su una bici anche loro: fanno un po' fatica a salire perché la bici non ha le marce e non sembrano abituate ad andare in due. Forse fanno anche un po' finta di cadere, forse straniere, forse milanesi. Mi ritrovo in largo La Foppa e decido di andare a vedere se Rossignoli in Corso Garibaldi è aperto, o almeno se espone la pompa pubblica per gonfiare le ruote della bici. Lo trovo chiuso. Allora proseguo e giro per via Luchino Visconti e mi ritrovo dietro al Teatro Strehler. In quella piazza ci sono venuto a giocare a calcio, di notte: sarà stato il 2003. Ci sono venuto due volte: la prima era stata molto più divertente, forse perché era giugno e faceva caldo, ma in quella piazzetta si stava proprio bene. La seconda volta era autunno, forse fine ottobre, e faceva freddo, ma non tanto, quindi finiva che sudavi, ma poi avevi ancora più freddo. Sulla porta di Rossignoli c'è un cartello: dice che per le riparazioni delle biciclette, durante tutto il mese di agosto, è aperto un negozio affiliato in via De Cristoforis. Io non mi ricordo subito dov'è, ma dopo un po' mi viene in mente che sta dietro corso Como, e allora ci vado perché tanto non ho niente da fare, ed ho proprio voglia di girare Milano senza fretta, e soprattutto: senza rumore. Corso Como è quasi bello la domenica in agosto a Milano. Non c'è nessuno e i locali aperti sono pochi. Sì, ci sono delle persone ai tavolini, ma sono quasi trasparenti, innocue e per nulla volgari. Anche questo negozio di biciclette è chiuso, ma solo perché è domenica: avrei dovuto immaginarlo, comunque. Penso che non mi va di tornare a casa, e penso anche che quelle vie intorno a Corso Como non le ho mai viste, e così prendo via Alessio Di Tocqueville. Attraverso via Tito Speri, guardo la targa, e vedo che era un patriota. Poi sbuco in via Maroncelli. Guardo la targa di questa lunga via stretta con i marciapiedi stretti e il pavè: Pietro Maroncelli, scrittore e patriota. Anche lui. Via Maroncelli è bella, mi piace: le case sono basse e ordinate, i portoni di legno, molto signorili. Mi fermo all'angolo con via Quadrio, e anche di Maurizio Quadrio, guardo la targa: scrittore e patriota. Penso che in anni giusti, in posti giusti, con la formazione giusta, non dovesse essere così difficile amare la propria patria. E persino dilettarsi con la scrittura. Mentre penso queste cose un signore abbronzato e vestito sportivo è di ritorno dalla passeggiata con il suo enorme cane di razza: lo guardo. Lui guarda me, e probabilmente si chiede che ci faccio in mezzo ad un incrocio, solitamente trafficatissimo, a fissarlo mentre porta a spasso il cane. Ma no... non è vero: io non guardavo lui. Guardavo il suo bel portone di legno verniciato in verde scuro. Come mi piacerebbe abitare in via Maroncelli: uscire ogni mattina da quel bel portone verde e rientrare ogni sera attraverso quel bellissimo portone di legno. Eh... bèh... sarebbe proprio tutta un'altra cosa.

Scelte

Quando avevo quattordici anni conobbi a Viserba, una località di mare sulla riviera romagnola, una ragazza di nome Sara. Me ne innamorai immediatamente. O meglio, credevo di essermene innamorato, prima di capire cosa fosse davvero l’amore; cosa di cui non sono per nulla sicuro nemmeno adesso, ma gli anni e le esperienze, poche per la verità, mi hanno convinto a formarmi un’opinione sull’argomento, tanto da tracciare dei confini entro cui riconoscere questo sentimento. Sara era molto bella e molto strana. Lei mi raccontava sempre di un ragazzo che nel paese dove abitava, era considerato il più bello ed affascinante. Anche lei ne era affascinata, ma io non ero geloso. Io non sono mai geloso. Sara aveva una passione per Che Guevara: lo idolatrava, e per questo diceva di essere comunista. Io non sapevo nulla di politica, ma l’anno prima ero andato a Predappio sulla tomba di Mussolini con dei miei parenti fascisti, anzi fascistissimi. Decisi ad ogni modo di diventare anche io comunista e, a settembre, tornato a casa, cominciai ad informarmi. Scovai un partito che si chiamava Partito della Rifondazione Comunista, e il suo segretario, Fausto Bertinotti, era un tipo bizzarro con una erre moscia coinvolgente, una parlantina colta e ricca di sinonimi e belle allitterazioni. Spesso di Bertinotti non si capiva davvero cosa volesse dire, ma era talmente piacevole sentirlo parlare, che in un batti baleno mi trovai a dichiarare senza pudore, né dubbi alcuni, che sì, ero un comunista, e avrei votato per Bertinotti. Così in generale. Questa fu la mia prima scelta in campo politico. Oggi non credo che le mie decisioni siano dettate da un ragionamento più acuto, profondo, ponderato e strutturato di quello. 
Nel febbraio del 2002 arrivò alla mia casella mail una lettera promozionale di una nota catena di negozi di elettronica. Oltre alla pubblicità, in basso, era segnalato un indirizzo al quale inviare il proprio curriculum per lavorare in una delle loro filiali come assistente alle vendite, che poi è fare il commesso. Pensai immediatamente che sarebbe stato un buon modo per occupare in maniera frustrante il mio tempo, invece di andare a seguire i corsi all’università. Inviai subito la lettera senza curriculum: non avrei potuto compilarne uno, perché non avevo alcun tipo di esperienza nel campo dell’elettronica; anzi: nessun tipo di esperienza punto. Allegai una piccola nota in cui specificavo: no lavoro full-time, solo nel reparto musica, e non nel week-end. Malgrado le mie richieste mi chiamarono e mi offrirono: 700 euro al mese compresi contributi, per lavorare otto ore, ma solo venerdì, sabato e domenica al reparto audio e tv. Ovviamente accettai. Era tanto vicino a casa. 
In Val d’Aosta ci sono tre tipi di turisti: i ricchi industriali, o commercianti, o agenti di borsa, o architetti, o professionisti in genere; poi ci sono gli studenti figli dei ricchi industriali eccetera eccetera; e poi ci sono gli amici che approfittano delle case in montagna dei figli dei ricchi industriali eccetera eccetera. Erano anni che i miei amici andavano in settimana bianca in Val d’Aosta. Io non so sciare, ma un anno decisi di andare con loro. Pensai che non sarebbe stato difficile imparare in una settimana, tanto più che tutti i miei cari amici mi promettevano lezioni gratuite, e un’attenzione scrupolosa ad ogni mia necessità. Il primo giorno noleggiai scarponi e sci e mi portai sulla pista “Baby”, per prendere contatto con i primi rudimenti di questo sport, che tante soddisfazioni ha dato ai colori italiani negli anni ’80 e ’90. Per la mia prima lezione sulla neve erano schierate tre persone, pronte a guidarmi passo a passo. Furono ore drammatiche in cui i miei tre maestri mi guidavano dicendo contemporaneamente cose differenti. Ma non sbagliavano loro: ero io che avrei dovuto fare i tre movimenti insieme. Alla fine della mattinata decisi che gli sport invernali non facevano per me, e promisi a me stesso di non mettere mai più piede in uno scarpone da sci. E infatti fu così. Malgrado la mia decisione tenni l’equipaggiamento per tutta la durata della vacanza: li avevo noleggiati per una settimana e non avevo lo spirito di dichiarami sconfitto al noleggiatore.  


Stelle


Ho lavorato per pochi mesi al planetario dei giardini di via Palestro, che da qualche anno sono stati dedicati ad Indro Montanelli, del quale c’è un criticatissimo monumento all’interno di questi giardini. Mi offrirono questo lavoro il 4 settembre 2003. Ero tornato da pochi giorni da una vacanza nelle Cicladi, che non mi ero affatto goduto: zaino in spalla, io ed altri neoamici visitammo Paros, Koufonissi, Folegandros e Santorini. Malgrado mi fossero stati assicurati sempre un letto ed un tetto robusto, finimmo per ben due volte a dormire in campeggio. Il campeggio di Koufonissi era poi specialmente scalcagnato: senza un’ombreggiatura adeguata (anzi: senza alcuna ombreggiatura), senza acqua calda né porte nei bagni. Solo un bagno poteva vantare un porta, ed era sempre il più ambito per i momenti particolari. Ma c’era una cosa che valeva il tanto disagio: il cielo di notte. Nel buio del campeggio, a pochi passi dal mare più che trasparente, se alzavi gli occhi avresti potuto vedere tutti gli astri della volta celeste, e forse qualcosa in più. Il cielo era nero con puntini di luce, o era fatto di luce con puntini bui? Questa era una buona domanda a Koufonissi. Nella pausa pranzo al planetario a volte pensavo a quel cielo d’agosto, su quell’isola greca. Io credo nell’isolamento, credo nell’individuo che da solo trova la propria realizzazione, che da solo comprende i propri comportamenti; ma non credo nella solitudine degli asociali, e, tuttavia, non credo nei gruppi. Spesso, con un toast in mano, guardavo la vita dei giardini a mezzogiorno: con il sole era peggio. Mi piacciono quei giardini con la luce biancastra della Milano di inizio novembre, con gli anziani alti alti con il paltò lungo, il borsalino e il giornale sotto braccio, mentre passeggiano tra i filari di alberi, verso l’interno del parco, verso Palazzo Dugnani, la fontana e panchine tutt’intorno: da dietro sembrano tanto Indro Montanelli. Otto ore al planetario non erano faticose; oserei persino dire che fossero piacevoli: arrivavo sempre puntuale alle nove, dopo aver percorso tutto corso Venezia con i primi rigori dell’inverno precoce che mi sferzavano, ma con rispetto, il volto. Parcheggiavo la bici, dopo essere passato di fronte al Museo di Storia Naturale, nelle rastrelliere fuori dal planetario. A volte prendevo un caffè alla macchinetta, talvolta addirittura andavo in un bar a prendere un cappuccino e una brioche. Fino alle dieci non c’era mai nulla da fare. Poi il planetario si animava. Eravamo sempre in tre, quattro persone a far andare il grande proiettore e tutti i meccanismi che servivano a far apparire le stelle ed i pianeti, ma anche gli assi di rotazione, i meridiani, i paralleli, a far sorgere il sole, a farlo tramontare, ad osare un eclissi lunare, una solare, un aurora boreale ad ottobre, in via Palestro, a Milano. Ovviamente non ero io al comando del proiettore: quello è un lavoro di grande responsabilità, devi sapere bene cosa toccare, quali leve abbassare al momento giusto, per creare un effetto particolare, una messa a fuoco chiara. Io stavo su: “in regia” con un’altra persona, pronti ad intervenire per accendere e spegnere la luce principale, o a venire in soccorso qualora il proiettore non avesse risposto adeguatamente: quest’ultima opzione, per fortuna, non capitò mai. Le scolaresche, i bambini di quarta elementare erano i più interessati, arrivavano ad ogni ora, ma soprattutto la mattina. La guida, che poi spiegava le cose che venivano proiettate sulla volta della cupola, faceva anche da guardarobiera: i soldi del comune erano pochi e così ci si doveva arrangiare. Io guardavo le loro teste per aria, mentre apparivano e scomparivano le costellazioni e i pianeti, mentre la via Lattea illuminava metà della volta. Era molto rilassante seguire le evoluzioni di quei puntini di luce, ed anche osservare con che maestria il manovratore inclinava di pochi gradi l’immenso proiettore, per ruotare l’asse di tutto il pianeta Terra. Com’era rilassante il barcollio di quel silenzioso, immenso proiettore. 
A gennaio 2004 il mio contratto con il comune di Milano scadeva e non mi fu mai rinnovato. L’ultimo giorno il manovratore mi disse: “Purtroppo non possiamo tenerti: il proiettore è vecchio, comincia a perdere colpi, e non ci sarebbero soldi nemmeno per conservare lui. Ah… non sai quanto mi piacerebbe avere a disposizione tutte quelle nuove tecnologie digitali, da integrare al vecchio proiettore: sarebbe una cosa bellissima. Vedi: oggi, io posso mostrare le stelle del cielo; ma con quelle nuove e costose tecnologie potrei proiettare, su questa volta dei giardini di via Palestro, tutte le galassie dell’infinito Universo.”  


4 commenti:

Anonimo ha detto...

perdoni signor lupo, ma quale vorrebbe essere l'intento di questi tre capitoli?

Leone Sbranadivani ha detto...

Roar!!!!! Lasciate perdere Lupo. Qui c'è un unico vero felino. Io, Leone. Diffidate dalle imitazioni decadenti.

Anonimo ha detto...

non si preoccupi signor leone. il lupo non è un felino.

Anonimo ha detto...

Il lupo è un canide, per dio!