Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

domenica 11 gennaio 2009

La morte in un buco - La caduta di William S. Burroughs

di Rina Xhihani


"Every man has inside himself a parasitic being who is acting not at all to his advantage."

William S. Burroughs

La lampada sulla scrivania illumina questo disordine e tutto trasuda una dolcezza infinita, tanto che si può parlare di tutto, anche della morte.

Ho sempre pensato che la morte degli artisti debba essere spettacolare, o per lo meno un evento tragico, penosamente tragico. Un finalissimo atto di scontro con il mondo, nel quale essi sono sempre stati dei "diversi". Ecco, una morte diversa, che vada fuori dalle regole dell'umano percorso, una morte che per lo meno serva ai posteri per innalzare ad angelo l'artista, e accusare la crudeltà del mondo. Sì, mi piacciono le esagerazioni.
Ed "esagerazione" è l'unica parola che può descrivere ogni esperienza di vita di Wlilliam S. Burroughs, l'hombre invisible. Colui che sfidò il potere distruttivo delle droghe, colui che sfidò le regole dell'amore, colui che sfidò la parola, colui che distrusse il corso dei pensieri, colui che convisse con "lo spirito terribile", colui che fu assassino, colui che pianse nella notte per il destino dei gatti, colui che mancò al funerale del padre, colui che lottò per la liberazione della mente, colui che vide tutti morire... colui che vide morire suo figlio e tutti gli altri. Quest'uomo, la vita del quale è inaccessibile a tutti noi, quest'uomo che fu un mistero perfino per se stesso, che fu un ospite indifferente in un corpo viaggiatore, il suo diabolico potere di sopravvivere a tutti i suoi dolori, l'uomo che provò tutto e non scelse nulla, l'uomo che si tagliò l'ultima falange del mignolo sinistro (magari solo per vedere che succedeva), morì all'età di 83 anni nella sua perfetta casetta bianca. Una morte da vero borghesuccio. Una morte banale. Una morte e basta.
Ed io sono qui e dico, ci deve essere una spiegazione! Io che me lo immaginavo nudo, sopra una sedia, magari pieno dei suoi disegni, con intorno i suoi sei gatti, con in bocca una sigaretta e magari la cravatta per mantenere sempre un aspetto signorile, e uno sparo sulla fronte, magari uno sparo artistico, così da coronare con un quadro d'autore quel momento del trapasso da lui così serenamente invocato.
Si dice che Burroughs fosse ansioso di scoprire la morte (io oserei dire: solo per vedere di che si trattasse), lin conformità alla sua solita voglia di esplorare il nuovo. E così arrivò quel momento, più quieto che mai, più comune che mai. E lui nemmeno si girò per dire addio: già me lo immagino là, tutto preso da se stesso, tutto preso dal mondo nuovo da esplorare. In un istante non era più uomo, era altro (lui è sempre altro), incurante di quel mondo al quale non s'accorse mai di appartenere. Ma forse fu questa morte ordinaria che ci rende oggi in grado di parlarne, altrimenti quell'esistenza così fuori dal comune, quell'esistenza così terribilmente burroughsiana, sarebbe andata a confondersi con il mito, con il mistero, un altro gesù. E' come se quella morte comune gli avesse dato un'identità. Un’identità che lui rifiutò in vita, giacchè lo chiamarono il padre spirituale dei beat, ma la sua scrittura fu altro e la sua vita un isolamento continuo, ispirò il cinema ma lui non faceva altro che recitare se stesso, ispirò il punk ma non si lamentò mai, ispirò le arti visive ma lui non fece altro che distruggere la pittura con i suoi quadri. Tutto era assolutamente burroughsiano tranne Burroughs che era altro da sè.

"Vivi in fretta, morirai tardi", disse con la sua impressionante veggenza. E così fu, un razzo con un atterraggio lento e noioso. Non conosceremo mai nulla del suo percorso di vita ma solo il buco nero della sua caduta.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Bel pezzo! Sarebbe interessante un ciclo di racconti a proposito della morte degli autori. Suona troppo macabro?

Anonimo ha detto...

Si.

Tazio ha detto...

a me mi piace il buco nero.