Il giudice sul mulo Periodico perenne di linguaggi letterari.

martedì 18 novembre 2008

Bucolica

di Victor Attilio Campagna

O fiore, l’altura pasteggiava incerta
quando tu guardavi senza vedere
le valli ronzare; ricordavi il sapore
di quella primavera andata via

di sera, quando il mare era di vetro.
Fu un’arpa a dirti addio,
ed è un piede stanco a salutarti ora
quando la calura arde e tu taci.

È in te che scompare il volto
di questa aria saturnale – Margine
di esistenza, che raccoglie le parole pazienti –

era di notte che la volta abbracciava
il mare – un sapore di freddo marmo –
e già il sorriso era inciso su di te.

martedì 11 novembre 2008

Quando il mondo

di R. Castoro

Mentre il tram partiva
Io sfilavo dalla parte opposta
Ma in realtà lo seguivo di corsa
Cercando di non perdere il tuo profilo
Nonostante avessi promesso di evitare
Su ponti subacquei
E teatri di pietra e di avanguardia
Di cielo e di parole.
La febbre si esaurisce scorrendo
Ma la sorgente
Rigenera fra la testa e lo stomaco
Quel filo
Conduttore di pensieri tiepidi
Audaci?
Di un cristallo che si macchia
Quando il mondo fiata.

giovedì 6 novembre 2008

to fall

di Norberto Giffuri

venga la crisi
che venga
nella crisi avrò un alibi
per la mia inconsistenza

mi troverà sulla porta di casa
a mani vuote
che nulla potrà pretendere
da chi nulla ha conquistato

s'annuncia l'autunno
stentoreo
nella foglia che ha ceduto al vento

è così liberatorio
precipitare.

sabato 18 ottobre 2008

Colmare di certo l'incerto

di Ezechiele Lupo

Quando dalla nostra finestra, divelto il vetro, fece irruzione la lampada d’ottone del lampione di fronte a casa, mio padre decise che era giunto il tempo di andarcene. Avevamo resistito per tre mesi alla guerra che impazzava tra le strade della periferia, perché quel tempo ci aveva messo per giungere alla nostra porta, anzi alla finestra. Quella pesante lampada, quella polvere scintillante dei vetri in frantumi erano stati i messaggeri (forse divini) dell’imminente distruzione della casa nella quale ero nato. Al centro quasi esatto della sala, nel rombo di un silenzioso risucchio, si era fermata la pesante lampada, proprio in corrispondenza del lampadario di cristallo che pendeva dal nostro soffitto: quel perfetto asse di simmetria per la mia famiglia rappresentò il confine tra la vita e la fuga.
Caricammo poche cose in macchina.
Mia madre chiuse a chiave la porta di casa, pur sapendo che sciacalli, bombe e proiettili avrebbero trovato facilmente il modo per entrarvi. Passammo per le strade che facevano da raccordo tra la metropoli e i dintorni industriali: io, mio fratello, mia madre e mio padre che guidava, portavamo sulla testa delle pentole d’alluminio, elmetti fatti in casa perché non si sa mai. Giunti alla frontiera mio padre chiese a mia madre, che sedeva alla sua destra, di passargli passaporti e denaro contante. I soldati che avevano sostituito gli impiegati (decisamente più timidi in tempi come questi) ci bloccarono, schierandosi, mitra spianato, di fronte alla macchina: mia madre tirò fuori il braccio lentamente e sventolò una federa bianca. Dal finestrino vedevo questo candido drappo che si agitava enorme, senza vento, tra palazzacci grigi, sotto un cielo di piombo, pesante e pieno di rabbia o forse paura. Mio padre rallentò delicatamente e ci fermammo. Un soldato giovane si avvicinò e fece cenno di abbassare il finestrino: mia mamma continuava a sventolare terrorizzata ed assente la federa del cuscino. Poi un altro militare le intimò di fermarsi, e lei, trovando un sorriso nei meandri della sua agitatissima mente, si fermò. Mio padre allungò i passaporti al soldato, avendo cura di nascondere bene nel suo, i molti contanti che mia madre gli aveva passato. Quello guardò a lungo le foto sui documenti e diede qualche occhiata dentro al veicolo, poi disse: “Direzione?”, mio padre rispose subito, sicuro e senza esitazione “Z*******, C******”. Il soldato ci riconsegnò i passaporti e potemmo varcare finalmente quella frontiera.
Avremmo percorso qualche centinaio di metri quando una forza terribile, che pareva un fortissimo vento, spinse la nostra autovettura in avanti, sollevandola un poco da terra, e facendoci raggiungere una velocità folle: poi cominciai a non vedere più nulla. Ma non avevo perso i sensi. Nel buio più totale potevo sentire delle tremende esplosioni, una raffica di deflagrazioni assordanti, che ben presto si fusero in un unico potentissimo boato: come quando il troppo tremore conduce all’immobilismo. Ad un tratto mi accorsi che stavo rotolando su me stesso, mentre quell’assordante frastuono non accennava a diminuire. Continuavo a rotolare nel buio denso di polvere e terra. Poi mi fermai e piano piano ripresi a vedere. Mi ritrovai perfettamente seduto sul sedile di dietro, sano e salvo e senza un’ammaccatura. Accanto a me mio fratello dormiva, forse aveva perso i sensi, ma anche lui non aveva un graffio. Mio padre era accasciato sul volante, come addormentato. Mia mamma appoggiata al finestrino mezzo aperto: un sorriso tirato, ma nel complesso si sarebbe potuto dire che si stava godendo un sereno e soddisfacente sonno. Mi alzai in piedi sul sedile e guardai dietro di me: il cielo era nero, ma non coperto dalle nubi, era proprio nero, senza stelle, né luna. La città da dove eravamo fuggiti era illuminata in lontananza da fiamme altissime dalle quali si alzava una nube di fumo bianca: tutto sembrava ardere così dall’inizio, da sempre. Della frontiera potevo vedere le macerie fumanti: nessuna traccia dei giovani soldati. Scesi dalla macchina con la mia pentola in testa, che quasi mi copriva gli occhi. Appena i miei piedi ebbero toccato terra sentii un botto spaventoso, mi gettai al suolo terrorizzato, convinto che una bomba mi avrebbe smaterializzato da lì a poco: invece nulla, nessuna esplosione mortifera. Ma il rombo continuava fragoroso e paralizzante. Poi vidi segni di vita.
In lontananza, dalla città in fiamme, vidi corrermi incontro una muta di quadrupedi: il loro incedere rapidissimo, sempre più minaccioso, le zampe sbattute a terra con una velocità inconcepibile, facevano letteralmente tremare la terra. Mi raggomitolai al suolo, certo che mi sarebbero saltati addosso e mi avrebbero sbranato in pochi secondi; ma me li vidi passare avanti senza che mi degnassero di un ruggito, di un verso qualsiasi. Erano dodici esseri bastardi (non trovo altro termine per definirli), incroci tra lupo e leone, ma molto più grandi, con una foltissima criniera grigia, sopra un manto nero pezzato di bianco. Avevano il muso allungato e gli occhi rossi, dalla bocca mostravano dei canini superiori lunghi fino al mento. La loro coda era lunga il doppio del loro corpo, folta e sinuosa: sembrava godere di propria volontà. Seguii con lo sguardo la corsa di queste creature del buio, fino a che, dal nulla, spuntarono dodici enormi conigli bianchi, con le orecchie lunghe due volte il loro corpo. I conigli giganti balzarono addosso ai lupi-leoni mordendoli al collo: dopo una fragorosa lotta i conigli ebbero la meglio. I corpi dei leon-lupi si dissolsero appena l’ultimo afflato vitale lasciò i loro corpi, e comparvero dodici pozze d’acqua nera. I conigli giganti, come spinti da una forza inarrestabile, scalciando e soffiando fuoco dal loro naso, caddero nelle pozze d’acqua, da cui immediatamente uscì una luce accecante che mi costrinse a chiudere gli occhi. Quando li riaprii vidi che dai dodici stagni balzavano fuori ventiquattro rane nere, due per ogni pozza, con gli occhi verdi come lo smeraldo; queste rane cominciarono a saltare tutte insieme in fila nella direzione opposta alla città in fiamme. Lungo la loro direttrice di corsa, ad ogni balzo, il terreno si crepava: una larga crepa arrivò fino a me. Ad ogni salto delle ventiquattro rane, ventiquattro squilli di tromba provenivano dalla città. Intanto la crepa si estese fino all’orizzonte: un’altra esplosione, ancora più forte delle precedenti, scosse l’aria calda. Dalla crepa cominciò ad uscire acqua; dapprima piano, come un rivolo, poi sempre più velocemente. In qualche punto la crepa cominciava a diventare una voragine, dalla quale zampillava un getto d’acqua altissimo. Ebbi giusto il tempo di allontanarmi un po’, che la voragine si spalancò completamente: davanti a me ora c’era solo un oceano nero in burrasca. Dopo poco dalla città in fiamme provenne uno strano rumore, come un crepitio, come quando si perde la frequenza della radio: il rumore divenne sempre più fragoroso, quasi insopportabile. Improvvisamente l’oceano nero si calmò e ci fu la più grande esplosione che io abbia mai sentito in tutta la mia vita. Chiusi gli occhi e mi tappai le orecchie. Alzai le palpebre, tolsi le mani dalle orecchie: il mare nero era piatto, la città in fiamme sembrava più piccola di quattro volte la sua grandezza originale, la vedevo come attraverso una lente, e il silenzio permeava l’aria. Un silenzio imprevedibile e rilassante.
Non sapevo cosa fare, ma non riuscivo a stare fermo, così mi avvicinai alla distesa di acqua nera. Guardai in basso: sembrava petrolio, ma era indubbiamente acqua. Forse era anche pulita. Mi chinai per controllarne la temperatura: era fredda, ma non freddissima. Poi mi voltai per vedere cos’era successo ai miei genitori, a mio fratello e alla macchina. Tutto sembrava a posto: la macchina non aveva un graffio e i miei dormivano serenamente. Quando mi rivolsi all’acqua nera vidi un’enorme nave in lontananza. A vele spiegate correva verso terra, dove stavo io. Questo veliero di una grandezza smisurata viaggiava senza vento, e in pochi secondi mi fu davanti. Sulla prua gigantesca biancheggiava una statua di marmo raffigurante un leon-lupo alato, la cui coda fungeva da canapo per un’enorme ancora. Era tutto silenzioso. Ad un tratto la terra tremò. Prima piano, lentamente, un flebile dondolio accompagnava lo scorrere delle mie paure. Il pavimento della nostra casa, ricordo, tremava pressappoco così mentre transitava un tram nella nostra via. Il tremito si tramutò ben presto in vere e proprie scosse di terremoto: barcollai finché caddi. Dal suolo si susseguirono delle esplosioni; si formarono dei crateri dai quali uscivano violentissimi spruzzi di acqua nera. Intanto la terra tremava sempre di più, non riuscivo nemmeno a reggermi in equilibrio seduto. Dalla sommità delle gittate di acqua, prendevano il volo degli uccelli neri e bianchi col becco d’oro. Le loro ali erano lunghe il quadruplo del loro corpo. Contai dodici uccelli per ogni cratere, contai i crateri: erano ventiquattro. Il volo degli animali durò ben poco, perché, dopo qualche metro di ascensione, ricaddero a terra sotto forma di goccioloni d’acqua nera: fui lavato anche io.
Il terremoto cessò. L’enorme nave era ancora lì, muta e sola.
Finalmente accadde una cosa. Un portellone sul lato destro si spalancò, sbattendo pesantemente al suolo senza rumore. Da questo gigantesco antro uscì un uomo. Smilzo, molto pallido in viso, ma non sciupato, vestito in giacca, cravatta e pantaloni neri. Il suo volto era sereno e mostrava un sorriso rassicurante. Avvicinatosi a me, che stavo ancora a terra raggomitolato su me stesso, mi disse venticinque parole, che dimenticai immediatamente.
Poi si volse e tornò sulla nave.
Da quel giorno ogni venticinque giorni, da venticinque anni, mi sveglio e scrivo su un diario, a cui ogni anno aggiungo venticinque fogli, questa frase: “Mundus transit et concupiscentia eius”.
Il mio nome è Jovanni T******, e sono uno scrittore.

lunedì 13 ottobre 2008

Sull'organizzazione dei sogni

di Carlo Ferri

E poi, mi sono svegliato questa mattina e ti ho chiamato. E solo la mia voce risuonava nella casa bianca di solitudine. E poi, sono andato in cucina e mentre preparavo il caffé guardavo come ebro la tazza vuota, immobile sul tavolo. E mi sono chiesto se quella sensazione d'estraniazione non ce l'avessi perché stavo ancora sognando. Sognando d'essere me stesso senza di te, con te affianco sotto le lenzuola. E mi rendo conto che la tua mancanza mi è insopportabile quanto la tua presenza lo era allora. E poi, il caffé appena pronto, che sto bevendo, mi brucia le labbra e mi strilla addosso: sei sveglio cretino. E la partenza, la tua distanza si misura negli scaffali vuoti della libreria, buchi lasciati a ricordarmi: tu idiota l'hai cacciata dalla tua vita. E la casa tutta ha perso la propria ragione, una scatola cinese che ne nasconde al suo interno un'altra ed un'altra ancora. E mi perdo in questo labirinto di sentimenti contrapposti. Vorrei addormentarmi con te e svegliarmi senza di te. E viceversa. Ma ora la casa è vuota. Vuota della tua risata, che tutta la faceva risuonare. Vuota delle composizioni di fiori secchi sul tavolo. Vuota delle tue cose, che si mischiavano alle mie. Vuota dei profumi che seguivo camminando scalzo sul parquet. E dietro di te hai lasciato solo traccia di qualche giornale letto, caratteri che s'inseguono l'uno sull'altro, che a me poi sono sempre sfuggiti, scivolati dalle pieghe della memoria. Eppure, nonostante il sogno, tu hai lasciato la tua impronta dentro di me. Tu e la tua razza e la tua odiosa cultura siete venute fin qui, fin dentro questa casa, nei luoghi più intimi del mio essere a insozzare la mia vita. A renderla unica. A dirmi che siamo solo, che siamo soli, nel confronto con l'altro. E poi ti sei congedata lasciando dietro di te quel maledetto libro. E c'hai scritto sopra nei caratteri dolci della tua bella calligrafia : uomo o farfalla?

domenica 5 ottobre 2008

Variazione sulla corda di Ludwig

di Norberto Giffuri

Stillò la prima lacrima arrivato giusto all'ultima scena di Manhattan, Woody Allen, 1979. La domenica pomeriggio invadeva il mondo, sonnolenta e densa, come una melassa esistenziale colata dalla monotonia di un cielo tutt'altro che effetto favonico, tutt'altro che blu intenso. Sembrava piuttosto che una coperta di lino fosse stata tirata tra i quattro punti cardinali. Nel suo appartamento, sotto la coltre appena descritta e sopra la coltrice, Sebastian affondò il capo nel cuscino mentre il televisore sputava le note di Gershwin a volume smodato. Seguitò a singhiozzare, con ritmo incerto, poi si girò di scatto, allargò le braccia e si ritrovò nella posizione di un Cristo crocifisso. E così rimase, in balia dei suoi fantasmi.

La sua sofferenza tutta intellettuale non era certo più intensa e lacerante d'altre: apparteneva soltanto ad un piano di consapevolezza differente. Traeva origine da oscuri riflussi del pensiero meno semplicisti di quelli, per fare un esempio senza volontà di denigrare, di una soubrette della domenica pomeriggio o di un incolto magazziniere palestrato. Ma a lui piaceva sentirsi il più infelice di tutti, considerarsi l'estrema avanguardia di un reggimento di intellettuali spediti a morire sulla Linea Gotica del dolore.

Dovete sapere, cari lettori, che il malessere di Sebastian non aveva origini tanto bizzarre: non era un segreto rimorso a consumarlo, né un generale sconforto per le cose della vita...si trattava invece dei consueti patemi d'amore o meglio della mancanza di amore: condizione, ahimè, nella quale languiva da tempo immemore.

Era successo, circa una settimana prima, che una sera si trovasse disgraziatamente buttato in una di quelle feste di un partito sinistrorso, tutte sentimenti briosi verso la classe operaia, tutte slogan e buona volontà, almeno a parole. Non voglio dire ora che Sebastian non nutrisse una simpatia per il comunismo. Ne era affascinato come si è affascinati da un quadro di Pollock: non si capisce cosa voglia significare ma sembra che funzioni grazie ad una logica forte sottostante.

C'era andato trascinato dall'entusiasmo di Giulio, suo eterno compagno di serate di questo tipo...una figura che con cadenza bimestrale si presentava nella sua vita sponsorizzando feste della birra e quant'altro. Giulio aveva l'anima del PR, chiamava, aggregava, faceva e disfaceva...era un collante sociale che si scatenava quando la settimana sembrava sfaldarsi agonizzante. Sebastian a volte partecipava alla sua smania di mondanità, altre lo seguiva di malavoglia, altre ancora lo mandava semplicemente affanculo.
Quella sera faceva parte del secondo tipo di uscite: quelle apatiche.

O almeno lo era finché non la notò. Giulio le stava appioppando uno sgraziato doppio bacio sul viso. Lei sorrideva, candida, esile. Appariva fragilissima, circondata com'era da omaccioni barbuti armati di salamella. Sebastian scattò dalla seduta di pietra del muretto sul quale si era andato a posare. Raggiunse Giulio con passo studiatamente mascolino. Se un tale linguaggio del corpo funzionasse da richiamo per il sesso debole, non ci è dato saperlo. Fatto sta che conobbe Lidia, così si chiamava la fanciulla tanto delicata quanto dispersa nel volgo.

Lei aveva occhi grigi, labbra dolcemente incurvate e non lesinava i sorrisi. Inoltre amava Woody Allen. Dopo quindici minuti di interazione vocale Sebastian le propose il matrimonio. Lei cortesemente rifiutò, ma senza convinzione. Si lasciarono con la promessa di vedersi il venerdì seguente, in altra situazione, altro luogo.

Cominciò così una penosa settimana di attesa e speranza. Sebastian passò le notti a combinare in modo rigorosamento sparso i tratti di Lidia che aveva colto nella breve loro frequentazione. In queste circostanze era solito praticare un diabolico gioco di incastri tra reminiscenze letterarie, ricordi e frammenti pescati nella dimensione del sogno.
La sua vocazione al romanticismo più bieco lo portò presto nel maelström dell'immaginifico dell'amore: e si ritrovò a stringere la sua Lidia reinventata sotto un tiglio secolare oppure a baciarle la nuca davanti all'oceano in burrasca in qualche angolo di Normandia, piuttosto che a salvarla dalle inquietudini metropolitane di un sabato sera stanco e smorto...si espletò così la lunga e deformante trafila dell'idealizzazione.

Arrivò il venerdì seguente.
Spavaldo e in preda ad uno slancio vitalistico di proporzioni titaniche si presentò sotto casa di Lidia con un ritardo studiato. Fu elegantissimo e garbato, le aprì la portiera dell'auto, la subissò di complimenti e nei primi minuti riuscì ad infilare nel discorso quelle due o tre frasi brillanti che aveva preparato per l'occasione.
Si buttarono in un cinema d'essai, c'era una retrospettiva su Resnais. Sebastian giocò con la rima, lei ridacchiò sgraziata. Lui s'accigliò perché quel modo di sorridere non le si addiceva. Ma dissipò subito la sua amarezza quando nei primi minuti di Hiroshima mon Amour lei poggiò la guancia sulla sua spalla e si strinse verso il suo bracciolo.

Non la baciò. Ritenne che sarebbe stato un gesto affrettato. Tutto giocava a suo favore: l'aveva conquistata, la strada era definitivamente in discesa, una sinuosa strada in discesa verso una valle inondata dal sole. Si abbandonò nell'infinita consolazione dell'innamoramento. Accostò la mano a quella di Lidia, lei non si ritrasse.

All'uscita del cinema Lidia si staccò improvvisamente da lui. Attraversò la strada e fermò un tipo barbuto, dal corpo che ricordava una pera. Aveva capelli lunghi e sporchi e un vocione poco rassicurante: Sebastian ne ebbe una sgradevole impressione. Fu presentato, scambiò due battute senza interesse. Lidia invece sembrava felicissima di vederlo. Rise di gusto e più di una volta lo toccò sulla spalla e sui fianchi.
Quando poi si allontanarono lei gli confidò che il vichingo leninista -così lo aveva prontamente etichettato Sebastian - era il suo ex.

Ma non fu questa notizia a farlo vacillare. Non fu l'improvvisa consapevolezza che l'oggetto dei suoi desideri si era concessa a cotanto orrore (quell'uomo pingue, abbigliato con una smunta t-shirt e dei jeans sformati, così diverso da lui, lontano dalla sua eleganza di gesti, dal suo perfezionismo, dal suo sense of humour sofisticato), no, non fu questo.

Fu quella sigaretta, fumata da Lidia davanti al portone di casa e poi spenta a terra, schiacciata con una doppia pressione del tacco, a due metri da un cestino dei rifiuti. Quella assoluta noncuranza nel soffiargli il fumo in faccia. Quella sfrontatezza da adolescente arrabbiata che sfoderò in quei cinque minuti scarsi, ad atterrirlo completamente. Si ritrovò a fissare delle pupille improvvisamente divenute estranee. Implose e crollò, in un istante di solenne devastazione, tutta la sovrastruttura di senso che in quella settimana aveva costruito attorno alla figura di lei.

Si accomiatò simulando una serenità che più non era. Era la mezzanotte di una nuova domenica.
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Quella che avete appena finito di leggere è una libera riscrittura di un racconto di Asicheraglia.

lunedì 29 settembre 2008

Racconto Nero (Racconto Bianco)

di Ezechiele Lupo

Da bambino mi piacevano gli astucci multistrato. Quelli in cui ogni matita, ogni penna, ogni pennarello, e poi il temperino, la gomma, anzi le gomme, avevano il loro alloggiamento: un anello di elastico e stoffa che teneva tutto fermo, tutto al suo posto.
Poi alle medie, ma forse già in quinta elementare, ho cominciato ad usare astucci a busta: tutto diventò più confuso e disordinato. Al ginnasio usavo una piccola scatola di latta, grigio metallizzato, che conteneva una penna, una matita e una gomma. In prima, seconda e terza liceo non avevo niente; chiedevo in prestito tutto e perdevo tutto, quasi quotidianamente. Cosa vorrà dire? Che il disordine porta al nulla? Ma allora anche l'ordine conduce al disordine. Che porta al nulla. E dal nulla rinasce l'ordine. Insomma l'evoluzione di un astuccio può rappresentare una weltanschauung? Sì penso di sì.
Ora è tutto disordine.
Un giorno provo a prendere tutte le penne, le matite e i pennarelli che trovo sulla scrivania, nei barattoli, nei cassetti, sopra il comodino (escludo le matite per gli occhi di mia moglie) e cerco di catalogare. Ma non mi decido quale dev'essere la discriminante e lascio stare: tutta quella fatica a rintracciare tutte quelle matite, quelle penne, quei pennarelli. Un altro giorno apro un cassetto e vedo una vecchia scatola di pastelli a cera; la apro e appare uno spettacolo bellissimo: ogni spazio è occupato da un pastello, tutti i pastelli sono della stessa altezza e da sinistra a destra sono ordinati per progressive gradazioni di colore. Rimango affascinato da quella perfezione, dall'armonia e dalla bellezza. Quanti anni erano che qualcosa di mio non era così ordinato, ed equilibrato.
Erano sei anni che non scrivevo una lettera a mio fratello.
Decisi di andare da una psicologa.
Il mio medico curante aveva appena affittato una stanza del suo grande studio ad una psicologa: la dott.ssa B****. Un giorno, sarà stato aprile, andai a farmi prescrivere un antibiotico e vidi questa nuova targhetta sulla porta d'ingresso. Due studi quindi, ma una sola sala d'aspetto. Mi vergognavo e divertivo molto a pensare quali tra questi pazienti che attendevano, come me, il loro turno, fossero in realtà dei picchiatelli, e quali invece, come me, fossero sani: almeno di mente. Mi divertivo e mi vergognavo, sì: perché anche gli altri avrebbero potuto pensare di me le stesse cose. Anche loro avrebbero potuto fare illazioni riguardo la mia salute mentale, anche loro avrebbero potuto pensare: "ah… quello lì si vede che sta male, poveretto…". Ecco perché ogni volta che andavo dal mio medico mi preoccupavo di essere sempre in ordine. La preparazione iniziava dalle scarpe: ogni volta le pulivo e le lucidavo; ma non solo. Già perché avevo anche cura di alternarle, nel caso, alquanto remoto per la verità, avessi incontrato le stesse persone della volta precedente. Prima di uscire di casa inoltre stiravo i pantaloni, indossavo una bella camicia, e solitamente una cravatta allegra, ma non pacchiana. Poi infilavo una giacca, anche sportiva talvolta, di velluto, o di filo di scozia. Non portavo le lenti a contatto, ma mettevo gli occhiali: danno decisamente tutta un'altra aria. Pettinavo i capelli che cercavo di tenere sempre alla medesima lunghezza: esprimevano un senso di ordine, di cura, di autostima direi quasi. Eppure… eppure qualcosa andava sempre storto, c'era sempre un particolare che turbava questo ordine, questa bellezza. Le scarpe si sporcavano se pioveva, i pantaloni non tenevano la piega, il nodo della cravatta non era triangolare e sottile come piace a me, oppure avevo le mani sporche di vernice. Insomma c'era sempre qualcosa fuori posto. Ma confrontato agli altri pazienti ero di gran lunga il più ordinato. Una volta entrò un uomo sulla cinquantina, grasso, gonfio direi quasi, con la pelle cotta dal sole: indossava dei pantaloni blu di un tessuto scadente e rigido, aveva ai piedi pesanti scarpe da lavoro, e un gilet del colore e della stoffa dei pantaloni. Sotto il gilet portava una smunta maglia nera. I suoi occhi chiari significavano smarrimento quanto la camminata inferma. Quello era senza dubbio un paziente della dottoressa B****.Certo, era un caso eclatante, riconoscibile tra mille; ma ce n'erano altri che cercavano di nascondere le loro patologie, di far finta di essere sani di mente, come me. Ma io li ho scoperti tutti: tutti. Ad esempio: un pomeriggio di settembre si siede in sala d'aspetto un uomo che al massimo avrà avuto quarant'anni. Io sfoggiavo scarpe bianche di Prada, jeans Emporio Armani, camicia blu e maglioncino bianco a righe blu in stile marinaretto: impeccabile e ordinato (se escludiamo il polsino destro della camicia a cui era saltato il bottone mentre scendevo dalla macchina). L'uomo era il classico impiegato e portava dignitosissimamente un vestito grigio con camicia azzurra e cravatta regimental. All'apparenza un tipo da medico di base. Ma il tempo e il mio spirito di osservazione lo hanno tradito. Eravamo seduti entrambi da quasi quaranta minuti quando, di fronte alla mia calma tibetana, che si esprimeva stando seduto con la schiena perfettamente eretta, con le mani ordinatamente sulle cosce e lo sguardo dritto verso il muro di fronte a me (così immobile, imperturbabile, ordinato: sarebbe potuto passare un caccia bombardiere nucleare che non mi sarei mosso di un millimetro. Ordinato, sereno, sano di mente), l'uomo chiude la rivista che stava leggendo (così senza preavviso, senza un segnale premonitore), tira fuori dalla tasca il cellulare, guarda qualcosa e sbuffa: un comportamento assolutamente irrazionale, segno di un disordine mentale acuto. Perché una scena di quel tipo? Che bisogno c'era di reagire in quel modo scomposto? Io per quaranta minuti sono stato fermo immobile, ordinato: come una matita nel proprio astuccio.
L'ultima volta che sono andato dal mio medico ho avuto l'impressione che fossero tutti picchiatelli, che fossero tutti pazienti della dottoressa B****. E allora ho capito: ero l'unico sano, l'unico polo di ordine in un universo di caos.
Tutto questo disordine intorno a me mi ha convinto che anche io devo andare dalla psicologa, anche io devo fare la figura del picchiatello, come tutti gli altri. Forse lei, la psicologa, potrà farmi capire perché una volta ero sempre ordinato: ora non lo sono quasi mai, tranne quando vengo dal mio medico, entrando in un contesto in cui sono tutti malati di mente, e io l'unico sano.
Quando ero piccolo mio fratello mi ha messo in disordine tutto l'astuccio, e io ho pianto per ore, giorni, forse mesi. Poi un giorno lui è scomparso e io, da quel giorno, ho sempre avuto paura del pozzo che sta nel giardino della casa dei miei: loro, infatti, su mia richiesta lo fecero murare.

giovedì 25 settembre 2008

Il tempo di un respiro

di Asincheraglia

Trasse nel suo studio, il giorno dopo, i primi pensieri articolati. Dalla nebbia acquosa dell’ebbrezza in fase di smaltimento, distinse solo un paio di sorrisi. La serata, allegra, si era consumata in un locale disperso. Un concerto di una comitiva di amici lo aveva condotto fin lì, nella periferia a cavallo fra Milano e la monotona zona nord, liscia, verde, miseramente umana. Per arrivare, Ludvig, percosse un lungo tratto pedibus calcantibus. Le distanze, dalle cartine colorate di un giornale trovato nel cassetto, gli erano parse allegre. E invece, nel tragitto, un manipolo di italianissimi bravi aveva spaventato, svogliatamente, una ragazza che, cellulare lampeggiante con Winnie the pooh alla mano, scappava correndo. Si ricordò anche della pioggia. C’erano lampi e alberi ondeggianti. Case operaie con tv al plasma dentro. Vialoni senza bellezza e un buio utile per le macchine di grossa cilindrata. Una puttana di colore era lì lì per adescarlo.
Così, quando dalla super-strada con le auto che, prima di sfrecciargli accanto, gli illuminavano il culo di luce fredda – adrenalina e sollievo per non essere colpito – vide il locale, anche l’insegna fluorescente, grande e grezza, gli parve spargesse un calore familiare.
Dentro, il complesso di amici suonava un rock casareccio onesto e coinvolgente. Ed allora, nel ricordo, il sorriso si allargò al volto chiaro, agli occhi e agli zigomi russi, come la Madame Chauchat dipinta da Mann. Era la cameriera del locale. Stimò il suo culo uno dei più belli mai visti. Come il protagonista della Montagna Incantata, sentì il sentimento gonfiare da dettagli insignificanti. Il modo di muoversi fra i tavoli, la capacità di brandire le portate, i sorrisi, che solo dopo si accorse essere molto più maliziosi di quanto credesse. Non sapendo come, se ne innamorò. Senza aver scambiato una parola – al di là di un ‘grazie’ silente –, senza averne sondato l’umorismo, senza aver neppure dissertato di teoretica.
Insomma, quella mattina, chiuso nel suo studio e rivolto allo specchio, sciogliendo nel mal di testa le ultime resistenze della memoria ghermita dall’alcool, capì di avere in mente una ragazza di grande spessore. Nonostante quei capelli colorati malissimo, compensati da una capacità fuori dal comune di muoversi sulle note rock‘n’roll.
La sera precedente era tornato in macchina, fermandosi nella saletta dei musicisti. Riti post-concertistici. Si accorse di quanta bellezza permea gli sguardi di un gruppo che ha appena fatto musica. Luis, batterista ansiolitico, sfoggiava il suo ipercriticismo birra alla mano. Il bassista, silenzioso come un basso che conta, rifletteva la serenità inquieta della fidanzata belga. Luca ha un padre suicida, e il punto interrogativo dell’esistenza permea ogni sua caustica e risolutiva affermazione. Jack non afferma. E’ affermato, con tanti soldi e una bella ragazza americana. Pensò a quanta globalizzazione fra le anonime strade di Milano che, da sole, non significano nulla. Milano è la città più umana che esista. Di suo non ha niente. Conta solo in relazione a quanto riesce a produrre l’uomo.
Decise che sarebbe tornato al “Paddok” il prima possibile. L’unica voglia che s’arrampicava nella confusione, quello e i momenti successivi sobri o ebbri che fossero, era quella di rivederla.

Il giorno in cui scelse di prendere un amico e trascinarlo al “Paddok” non era stato dei più sereni. Una fastidiosa febbriciattola gli pulsava nei polsi, alimentata da piccoli impegni che continuava a rimandare distrattamente. Alla fine, i doveri si accumularono come una montagnola di spazzatura nella mente e così, Ludvig, non poté far altro che optare per un’uscita irresponsabile.
Ripensò alla macchia che era diventata l’immagine della giovane cameriera. Ricordava solo alcuni dettagli – il sorriso, gli zigomi – e il resto si traduceva in malcerte sicurezze emozionali. Sentiva gli occhi bellissimi ma non ne distingueva il colore, e intuiva la rotondità del sedere per quanto non ne avesse misurato la qualità.
Pensò che non poteva recarsi lì a mani vuote, e decise di comporre una poesia per lei. Adottò il metodo di sempre, chiudendosi nel suo studio e bevendo una lauta dose di acqua ghiacciata, di quelle che sprizzano direttamente nella vescica suggerendo una vivace voglia di pipì. Ludvig, in condizioni concitate, eccitate, sorprendenti, credeva di dare il meglio di se.
Puntuale, l’amico squillò. La serata offriva una luna bellissima e stranamente cangiante. Da rossa e vicinissima, nel giro di un paio di curve, si trasformò in lattea e distante. Tipici trucchi dei giorni estivi, che sembrano non riuscire a gestire la libertà di cui godono potendo tramontare quando vogliono.
Il Paddok, distante dalle luci di una festa allegra e per bene, aveva assunto sembianze più autentiche. Neon blu, tavolini in alluminio protesi verso la strada periferica, clientela rigorosamente maschile. Ludvig e il suo socio sedettero strategicamente su sedie utili per osservare l’interno del locale. Le cameriere sfilanti si rivelavano tutte rigorosamente belle e straniere. Il rosso delle pareti di quel casermone in mezzo al nulla urlava il suo provincialismo. Lei arrivò poco dopo, con un sorriso meccanicamente stampato in viso. I capelli erano colorati con maggiore cura, ma il sorriso, questa volta, palesava, oltre la malizia, il conformismo di ciò che viene fatto perché si deve.
Andrea incalzò: “Ciao! Io e il mio socio abbiamo fatto una scommessa: tu sei ucraina, giusto?”
Andrea usava sempre osare. Per questo Ludvig lo aveva invitato. Le conversazioni, con lui, si trasformavano in partite di tennis. A volte vibranti, a volte atrocemente inconcludenti. Aveva un modo originalissimo di maneggiare trasparenza e sincerità.
“Sono rumena”, disse lei, senza perdere l’aria estatica, “parlo bene l’italiano perché i miei fratelli vivono qui da anni”. Era bassina, magra, dolce. Ludvig avvertì come un peccato il fatto che ci fosse qualcosa che non andava. Mentre venivano serviti secondo i tipici criteri del locale in cui si beve ma non si va li per bere, le mani della clientela maschile viaggiavano spedite verso aree anatomicamente specifiche delle cameriere. Lo squallore sembrava posarsi su ogni dettaglio come neve nera del giorno dopo. L’idea della ragazza semplice e affascinabile, Ludvig, la convogliò in un unico punto della sua mente. Si ricordò di una cosa che gli ripeteva, in infanzia, un amico traviato verso lo Yoga da suo padre. “Se hai mal di testa, immagina che tutto il dolore si concentri in un unico punto della tua zucca. Poi immagina del fumo che, da quel punto, si alza fino a formare una nuvoletta. Ecco, ora il mal di testa è fuori di te.”
Fece così col pensiero di lei, non prima di aver valutato l’ipotesi di rapirla, strapparla ai suoi sorrisi e agli sguardi del pappone eccitato che osservava dall’alto, di farla innamorare. Il pensiero svanì come una pozzanghera stanca evapora ad agosto. E Ludvig era veramente stanco di osservare un giovanotto che trafficava con la sua cameriera prima di trascinarla in macchina.

Ludvig se ne andò, leggero come un brano di Dave Brubeck. Pensò a come le congiunture esistenziali portino a preferire una persona, ad assaporare il piacere un brivido colpevolmente dimentico della sua origine del tutto casuale e momentanea. Niente, neppure il sentimento più puro, può scampare alle sofisticazioni di un mondo che gira indipendente.
Lei, dietro il vetro scuro della macchina, mentre l’auto stava per imboccare l’enorme strada piena di luci, lesse a stralci, nel buio dei sedili posteriori, la poesia trovata nel tavolo insieme a briciole di mancia.
E ti ho pensata / Come un capello che vola via / Nell’incapacità / Mia e del mondo / Che dilata astrattamente / Particelle di un secondo.
Dopo aver accartocciato il foglio e averlo gettato dal finestrino dischiuso, riuscì a concludere un respiro profondo.